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13.06.2021 - 15:15
Aggiornamento: 18:50

Pensioni del governo, il sì passa di misura

Il 52,1% ha accolto la nuova legge contro la quale l’Mps aveva promosso il referendum. Via libera anche alla 'Sovranità alimentare'

di Generoso Chiaradonna
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Archivio Ti-Press
In primo piano Matteo Pronzini e Pino Sergi promotori del referendum

La maggioranza dei votanti ticinesi – 52,1% di favorevoli e 47,9% contrari – ha accettato la nuova Legge sui salari e la previdenza professionale dei Consiglieri di Stato. Il Movimento per il socialismo (Mps) promotore del referendum ha preso atto del risultato della votazione odierna. “I dati indicano la vittoria della casta e dei partiti che la compongono: ma non vi sono dubbi che si tratti, politicamente parlando, di una chiara affermazione dell’Mps che ha condotto, ancora una volta, una battaglia solo contro tutti”, si legge in una nota. “Il risultato della votazione (il No ha raggiunto circa il 48%) conferma come le critiche mosse dall’Mps a questo progetto di legge abbiano una loro profonda validità e smentiscono l’atteggiamento del Parlamento cantonale che, con spirito assolutamente acritico nei confronti delle pressioni e del volere del Consiglio di Stato, aveva approvato con voto praticamente unanime la legge (solo i deputati e le deputate dell’Mps si erano opposti)”, si precisa.

Critiche all’informazione del Consiglio di Stato

“Visto l’esito della votazione si pone il problema della correttezza dell’informazione, di come cioè la mancanza di informazioni corrette e complete da parte del governo abbia potuto influenzare in modo decisivo il risultato. Già nei giorni scorsi l’Mps ha attirato l’attenzione del governo sulla mancanza di informazioni fondamentali (come, ad esempio, il fatto che già dal 2015 il principio della sottomissione dei consiglieri di Stato alla cassa pensione era stato approvato e messo in pratica attraverso un contributo del 9%) non erano presenti sulla documentazione ufficiale inviata agli elettori e alle elettrici”, si continua nella nota.

Appunti dell’Mps rivolti anche all’informazione Rsi. “A questo, sempre dal punto di vista dell’informazione, va anche aggiunta l’assoluta insufficienza copertura da parte della Rsi (la televisione ha dedicato un dibattito di 12 minuti alla questione), in particolare tenendo conto che il tema in discussione (la previdenza professionale) è per natura complesso e avrebbe quindi necessitato uno sforzo informativo ben più importante”.

Soddisfatto Ivo Durisch, capogruppo Ps in Gran Consiglio. «Finalmente si volta pagina dando una base legale alla previdenza dei consiglieri di Stato», afferma. «Le nuove norme, una volta a regime, permetteranno di far spendere meno la collettività visto che i futuri membri del governo ticinese verranno integrati nell’istituto di previdenza del cantone Ticino, come chiedeva del resto una nostra iniziativa popolare e che una solida maggioranza parlamentare ha condiviso», aggiunge Durisch. Parla di legge “equilibrata e trasparente” anche un comunicato del Partito popolare democratico a firma del suo presidente Fiorenzo Dadò. “Permette di ridurre i costi a carico dello Stato e di salvaguardare l’indipendenza decisionale dei consiglieri di Stato”, si precisa.

«Non è stato un plebiscito, che non mi aspettavo per via della complessità tecnica del tema, ma sono contento che la maggioranza dei votanti abbia accettato delle norme che portano chiarezza nel campo della previdenza dei membri dell’esecutivo», afferma da parte sua Bixio Caprara, granconsigliere Plr e tra i relatori del rapporto di maggioranza. «Gli argomenti populisti non sono mancati durante questa campagna referendaria, ma queste tesi per fortuna non sono passate perché rischiavano di farci ritornare al punto di partenza mantenendo in vigore una legge di sessanta anni fa, ormai superata», aggiunge Caprara che ricorda come le norme accettate ieri non riguardano gli attuali consiglieri di Stato, ma soltanto i futuri che «saranno chiamati a contribuire alla loro previdenza professionale al pari degli altri dipendenti del Cantone». 

Via libera anche alla modifica costituzionale che introduce l’articolo sulla sovranità alimentare. Il sì ha superato il 62%. Il referendum era obbligatorio. L’iniziativa parlamentare promossa dal Partito comunista era stata accolta a larga maggioranza dal parlamento. Gli unici contrari erano il Plr e l’Udc.

La partecipazione al voto si è fermata al 47,3% degli aventi diritto.

Esultano i comunisti

“L’inserimento fra gli obiettivi sociali (art. 14) della Costituzione cantonale del principio della sovranità alimentare, come richiesto nel 2018 dall’iniziativa parlamentare di Massimiliano Ay a nome del Partito Comunista e come deciso oggi dal popolo ticinese, è un’importante conquista, a favore del settore primario e dell’autoaprovvigionamento alimentare del Paese: la Svizzera produce infatti una proporzione molto bassa di derrate alimentari utili al proprio fabbisogno: siamo quindi non solo molto vulnerabili alle oscillazioni del mercato ma dipendiamo troppo dall’estero per nutrirci, come anche la pandemia (con il relativo blocco del commercio e la chiusura delle frontiere) ha dimostrato”, si legge in una nota stampa del Partito comunista che sottolinea come per la prima volta in 77 anni di esistenza, il Partito comunista – nato nel 1944 con il nome di Partito operai e contadino ticinese – sia riuscito a modificare la costituzione.

“Ora che la sovranità alimentare è ancorata alla Costituzione, il governo ticinese potrà riorientare progressivamente le politiche agricole a favore della produzione indigena, valorizzando così anche il lavoro dei nostri contadini. Con la sovranità alimentare si vuole dare una chiara indicazione a favore di uno sviluppo economico più omogeneo tra regioni di montagna e di pianura; per arginare le perdita costante di terre coltivabili e per valorizzare la professionalità e i diritti dei lavoratori della terra”, si aggiunge.

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