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27.04.2021 - 05:150
Aggiornamento : 17:27

Le ‘101 misure’ di Marina Masoni compiono venticinque anni

Una stagione da ripetere per Area Liberale di Paolo Pamini e Sergio Morisoli. Anna Biscossa: ‘Serve altro per rafforzare il tessuto economico cantonale’

Sono passati 25 anni dalle famose ‘101 misure’ che segnarono l’azione di governo di Marina Masoni eletta consigliera di Stato nell’aprile di un anno prima. Area Liberale, l’associazione fondata da Sergio Morisoli e Paolo Pamini, all’epoca esponenti del Partito liberale radicale confluiti successivamente nell’Unione democratica di centro, ha pubblicato un breve studio sull’efficacia di quelle misure che il 26 aprile del 1996 portavano un nome un po’ più burocratico e meno evocativo: “Strategia e misure puntuali di sostegno al rilancio economico del Ticino”. Un Cantone che stava vivendo un cambiamento della struttura economica anche a seguito delle vicissitudini dell’economia italiana e in particolare di quella lombarda. Ricordiamo che quegli anni furono contraddistinti da una forte svalutazione della lira. Svalutazione che segnò in particolare il commercio di confine. A ogni modo quel documento elaborato dal Dipartimento delle finanze e dell’economia (Dfe) diretto da Marina Masoni e coordinato da Sergio Morisoli, in quel periodo segretario generale del Dfe, ha segnato un’intera stagione politica. “La novità di questo ricettario consisteva non solo nei suoi contenuti ma anche nel modo di allestirlo e metterlo in pratica: il Dfe, con una consultazione, chiamò la popolazione e l’economia a commentare le misure, a mandargli delle idee, che giunsero a valanga”, si legge in una nota a firma di Paolo Pamini e Sergio Morisoli. Inoltre, a giugno dello stesso anno, oltre 300 imprenditori parteciparono a una convention per scegliere e affinare queste misure di rilancio. “Tutta la Svizzera guardò con stupore ciò che stava succedendo in Ticino. E infatti, ‘il miracolo ticinese’ è avvenuto”, si commenta.

Alla fine dell’anno 2005 81 delle 101 misure erano state realizzate, 13 erano in corso di realizzazione, due ancora da realizzare e cinque abbandonate. Il risultato? “Alla fine del 2007, dopo 10 anni di 101 misure e al cambio di dirigenza del Dfe, gli addetti dei settori secondario e terziario erano aumentati di 24’700 unità, i disoccupati diminuirono del 47%, il Pil pro capite era aumentato del 35,7% e il salario mediano del 21%.

La stagione degli sgravi fiscali

“Il perno delle misure, la vera e propria bacchetta magica aveva un nome che diede fastidio allora e fa infuriare tuttora diverse aree politiche: sgravi fiscali”, si continua. “Paradossalmente, riducendo il carico fiscale su imprese e privati, il gettito delle entrate fece tutt’altro che scendere, ma piuttosto salì di 120 milioni di franchi nei primi anni fino a un aumento di 324 milioni di franchi nel 2007. Il ‘povero’ Cantone al sud delle Alpi presto diventò il quinto Cantone per attrattività fiscale e passò da richiedente di aiuti finanziari all’interno della perequazione finanziaria tra cantoni a fiero sostenitore dei cantoni ‘fratelli’ svizzeri in difficoltà”. “Oggi il Cantone Ticino ha bisogno di un risanamento strutturale dei conti pubblici e di un rilancio della sua piazza economica, anche perché nel frattempo il mondo e gli altri Cantoni non sono stati a guardare”, si conclude.

L’intervista

‘Ma la fragilità finanziaria odierna è anche figlia di quegli anni’

Anna Biscossa, deputata in Gran Consiglio, tra il 1996 e il 2004 è stata presidente del Partito socialista. Una delle forze politiche che più ha contrastato le politiche economiche degli anni di Marina Masoni basate principalmente sugli sgravi fiscali. «Una battaglia di idee e non personale», precisa subito Anna Biscossa. «Bisogna però dare merito a Marina Masoni di aver fatto scelte chiare e di averle perseguite fino in fondo. Dal nostro punto di vista – da sinistra – erano sbagliate e andavano combattute, ma almeno la linea politica era chiara. A distanza di 25 anni, nonostante il documento che celebra quelle 101 misure, vediamo che la fragilità economica del Ticino attuale è anche frutto di quelle politiche di defiscalizzazione che io chiamo ‘totali’, nel senso che hanno contribuito a ingigantire le cosiddette rendite di posizione senza distinguere tra aziende virtuose e non».

Nel senso che gli sgravi fiscali di quella stagione politica hanno premiato anche chi non lo meritava?

Certo! Noi siamo sempre stati purtroppo un Cantone più bravo ad attirare settori economici e aziende capaci di sfruttare il territorio e le occasioni offerte, penso alla cosiddetta economia dei capannoni e della logistica; penso al versamento di stipendi bassi appetibili solo dai lavoratori frontalieri e penso a chi ha approfittato del sistema fiscale senza lasciare grandi benefici sul territorio tanto che alla prima occasione sono andate via. L’esempio della moda è lì a dimostrarlo. Non dico che la fragilità del Ticino derivi solo da quella stagione, ma è lì che si sono poste le basi di questa fragilità. Questo aspetto il documento di Pamini e Morisoli lo ignora. Quali sono le competenze e la cultura aziendale proposte da queste aziende? Quasi zero, se si escludono rare eccezioni.

E la situazione dei conti pubblici? Gli sgravi fiscali secondo il documento avrebbero fatto aumentare il gettito.

Invito a leggere il Consuntivo 2020 dove sono riportati i risultati di esercizio dal 2001 in avanti e si vede molto bene quando hanno incominciato a farsi sentire gli sgravi: il deficit del 2003 era pari a 235 milioni; nel 2004 a 294 milioni. Da allora, salvo pochi casi puntuali, la fragilità finanziaria non si è attenuata. Anzi, la fragilità è diventata strutturale.

È anche vero che in questi 25 anni ci sono state anche crisi economiche internazionali che ci hanno messo del loro per influenzare le dinamiche nazionali e cantonali.

Sì certo, non è tutto imputabile a politiche locali. Ma è pur vero che a un certo punto si parlava dei Casinò come panacea per risollevare le casse cantonali. Era la Lega dei ticinesi che spingeva in quella direzione. Le entrate perse con gli sgravi si volevano recuperare con il gioco d’azzardo. Eravamo al delirio collettivo, sinceramente».

E dal punto di vista politico cosa ha lasciato quel periodo storico?

Parallelamente al taglio della spesa pubblica, c’è stato un cambiamento radicale per quanto riguarda l’erogazione dei servizi e delle prestazioni ai cittadini. Si è passati dal diritto sociale implicito, all’esercizio facoltativo di quel diritto. Faccio un esempio: i sussidi di cassa malati una volta venivano concessi automaticamente in base alla dichiarazione fiscale. Oggi non è più così e il cittadino deve attivarsi autonomamente per avere quel diritto con la conseguenze di lasciare spesso fuori dagli aiuti i più deboli che per non conoscenza o vergogna non osano chiedere. Lo stesso ragionamento vale per altri servizi collettivi. Nella ricerca di efficienza delle prestazioni pubbliche si è andati nella direzione dell’aziendalizzazione dello Stato che è un concetto figlio di quella ideologia liberista.

E oggi, con una crisi economica e sociale incipiente a causa della pandemia, le forze parlamentari, penso al centrodestra, sono ancora propense a una politica di tagli alla spesa e sgravi fiscali? 

Noi siamo convinti che sia necessario avere un tessuto economico forte fatto di aziende socialmente e ambientalmente responsabili; imprese legate al territorio che restituiscano alla collettività quanto preso dalle condizioni quadro favorevoli. E in queste condizioni quadro ci metto anche la formazione professionale e dalle sue scuole. L’esatto contrario delle imprese attratte qui solo dagli sgravi. Spero che la logica della defiscalizzazione a pioggia non sia piu sostenuta da tutti i partiti che mi auguro siano più orientati a sostegni mirati ad aziende che investono, ad esempio in determinati settori tecnologici. Magari mi illudo io, ma ho l’impressione che ci sia una maggiore consapevolezza delle forze politiche della necessità di avere un tessuto economico solido e radicato, di poter contare su uno Stato forte, capace di investire, soprattutto in questo periodo di crisi pandemica. Se si aggiungono poi le nuove generazioni, più sensibili alle questioni ambientali, ci sono le premesse per scelte politiche ed economiche decisamente più virtuose.

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