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23.04.2021 - 05:300
Aggiornamento : 12:06

La dura vita degli infermieri (non è solo colpa del Covid)

Un‘infermiera di un reparto cure intense denuncia orari massacranti, paghe inadeguate e casi di burnout. Problemi strutturali già da prima della pandemia.

«Il Covid è stato uno tsunami che ha travolto tutto e ha portato a galla le molte difficoltà del personale sociosanitario, in alcuni casi fino a renderle insopportabili». Parole di un’infermiera che chiameremo Matilde, ma preferisce non rivelare la sua identità perché «il cantone è piccolo, la gente mormora e io vorrei davvero continuare a fare un mestiere che mi ha sempre appassionato». Matilde è un’infermiera come quelli che applaudivamo dalle finestre, prima di dimenticarcene di nuovo e passare ad altro. Lavora in cure intense ma adesso è esausta, e non è solo colpa dell’onda anomala con la quale il virus ha destabilizzato l’intero settore delle cure ospedaliere: «Non si può più andare avanti in questo modo, sarebbe ora di affrontare sul serio le difficoltà strutturali: carenza di personale, turni spossanti, paghe inadeguate, un tasso di abbandono del mestiere elevatissimo». Il suo non sembra davvero un caso isolato: la Svizzera è terzultima tra i Paesi Ocse nel raffronto tra la paga degli infermieri e il salario medio nazionale; il 36% del personale è straniero e la metà del totale abbandona la professione entro i primi dieci anni.

‘Sono anni che si continua a tagliare il tagliabile’

L’anno pandemico per Matilde è stato quello «di una collaborazione fantastica coi colleghi, ma anche di stress crescente. A lungo andare, l’entusiasmo iniziale ha lasciato il posto alla stanchezza: in cure intense può ancora capitare di lavorare con un rapporto 3 a 1 tra pazienti e infermieri, anche quando quello corretto per i casi più gravi sarebbe di un infermiere e mezzo per ciascun paziente». Soprattutto dopo l’attenzione mediatica dei primi mesi di Covid, «ci aspettavamo che a lungo andare ci sarebbe stato concesso qualche miglioramento, ma così non è stato: ad esempio non sempre abbiamo potuto recuperare le ore straordinarie ottenendo qualche giorno di riposo pianificato, né è migliorata la situazione dei turni». Difficoltà che secondo lei sarebbe sbagliato imputare solo alla pandemia: «Sono anni che si continua a tagliare il tagliabile, a chiederci sempre di più senza neppure un riconoscimento economico». Le paghe ristagnano, il superlavoro aumenta.

Matilde colloca la situazione della sua categoria all’incrocio di un’annosa serie di problemi su molti fronti: risorse umane, investimenti, formazione. «Se così tanti abbandonano è perché è pressoché impossibile conciliare il mestiere con la vita fuori dall’ospedale. Per fare solo un esempio: non abbiamo neppure un asilo al quale lasciare i nostri bambini quando veniamo a lavorare, ovvero spesso attorno alle sei del mattino. Formazioni specialistiche come quella in cure intense richiedono due anni di scuola-lavoro, ma portano scatti salariali minimi. Per addestrare nuovi infermieri poi occorrono tempo e altri infermieri disposti a farlo, ma anche questo impegno è poco riconosciuto». La passione, a un certo punto, non basta più.

‘Siamo divisi’

A livello negoziale e politico i fronti aperti sono molti, a cominciare dalla richiesta di iscrivere nella Costituzione svizzera alcuni principi (vedi sotto): il riconoscimento delle cure infermieristiche come essenziali per l’assistenza sanitaria, l’impegno a garantire maggiore formazione per poter assistere un Paese sempre più anziano – entro il 2030 si teme che mancheranno in Svizzera 65mila operatori sanitari –, paghe e condizioni di lavoro più dignitose; principi rifiutati dal Consiglio federale, sui quali forse deciderà il voto popolare. Matilde però non è granché ottimista: «Purtroppo siamo una categoria storicamente divisa, un po’ perché operiamo in molti ambiti diversi, ma anche perché c’è uno storico divario tra residenti e frontalieri (circa il 13% del totale, ndr): non voglio fare polemiche discriminatorie, capisco bene le loro diverse esigenze, ma è chiaro che per un frontaliere la questione retributiva è secondaria, a differenza che per i residenti. Queste fratture rendono difficile ottenere un buon risultato comune nel rivendicare i nostri diritti». Intanto il rischio è quello di un esaurimento nervoso: «So di colleghi che vanno avanti ad antidepressivi, io stessa che mi credevo una donna forte mi trovo sempre più fragile, piango spesso, dormo male, trasferisco le difficoltà del lavoro sui miei rapporti famigliari», dice con la voce rotta.

Di mezzo poi ci vanno non solo gli infermieri, ma anche i pazienti: «La salute psicofisica del personale di cura influenza la qualità delle cure stesse, così come fa la differenza il tempo che possiamo dedicare ai pazienti. Pensi ai malati in terapia intensiva: per spostarne uno dal letto alla poltrona possono servire due infermieri per mezz’ora, insomma, occorrono tempo ed energie. Può sembrare una cosa secondaria, ma sappiamo che in determinati casi mettere il paziente seduto agevola il processo di guarigione». Gli applausi dai balconi fanno piacere, d’accordo. Ma non bastano più.

Le contromisure

Priorità alla formazione

Tra gli attori che possono contribuire a migliorare la situazione degli infermieri c’è sicuramente l’Ente ospedaliero cantonale, che sta ridiscutendo il contratto collettivo di categoria e che abbiamo contattato per comprendere meglio la situazione e capire problemi ed eventuali contromisure. La Direzione dell’ente ha affidato le sue risposte a una nota nella quale, parlando di burnout e stati di esaustione psicofisica, precisa: “La professioni sanitarie in Svizzera sono considerate maggiormente a rischio anche in tempi normali. È troppo presto per potere affermare che le ondate di pandemia abbiano aggravato questa situazione. Da parte nostra non abbiamo notato un incremento rispetto al passato e sin da inizio pandemia è stata data massima attenzione a proteggere la salute fisica e mentale degli operatori sanitari coinvolti nella rete di gestione dell’emergenza, implementando anche risorse di supporto emotivo per sostenere gli operatori che quotidianamente si confrontano con l’emergenza”.

Quanto alle accuse di ritmi spossanti e paghe inadeguate, l’Ente chiede di comprendere la difficoltà della situazione: “Durante i picchi pandemici vi possono essere sicuramente state giornate di lavoro dove gli orari sono stati particolarmente carichi fisicamente ed emotivamente. Il personale, curante e non, ha dimostrato un impegno straordinario e un attaccamento ai propri malati”. Tuttavia “la dotazione di personale è stata costantemente adeguata al variare quotidiano del carico di lavoro. Gli stipendi non hanno subito contrazioni o altro rispetto alle condizioni usuali previste dal contratto collettivo, che ricordiamo è riconosciuto dagli stessi sindacati quale modello esemplare”.

Neppure il tasso di abbandono del mestiere e dovrebbe essere motivo di grande preoccupazione in Ticino: “Per ora in Ticino non sentiamo ancora questa tendenza”. Quanto al difficile equilibrio vita-lavoro, l’Eoc riconosce che inevitabilmente “si tratta di una professione con importanti responsabilità, che richiede un lavoro a turni e che negli ultimi anni si è evoluta anche molto a livello accademico. Il lavoro a turni influenza certamente la vita privata e sociale dei curanti e richiede un’organizzazione importante anche a livello famigliare”. Ciononostante, prosegue la nota, “negli anni abbiamo posto particolare attenzione alla qualità del contesto di lavoro e questa attenzione ci permette di valutare e introdurre progressivamente altre misure che possano facilitare la conciliazione tra vita lavorativa e vita privata”, anche se non vengono forniti ulteriori dettagli. 

Una cosa sulla quale paiono essere tutti d’accordo è invece la priorità da dare alla formazione: “In questa pandemia si è visto come le capacità del nostro sistema sanitario dipendano fortemente dal personale per numero e competenze. È sicuramente necessario formare più infermieri in Svizzera e per questo necessitiamo del supporto della politica e del finanziamento per potere rendere la professione ancora più attrattiva”.

Venendo infine più specificamente alla questione delle terapie intensive e del presunto sovraccarico nel rapporto infermieri/pazienti, l’Ente fornisce una spiegazione meticolosa: “In medicina intensiva si calcolano due tipi di rapporto tra numero di infermieri e di pazienti curati. Il primo considera il numero di pazienti dei quali un infermiere da solo può prendersi cura. Generalmente più il paziente è grave, più necessita di cure infermieristiche. Nelle situazioni più gravi un paziente può addirittura essere curato da due infermieri. Il secondo criterio è la percentuale minima di infermieri specializzati in medicina intensiva necessari durante un turno di lavoro. Questa percentuale considera almeno un terzo di infermieri specializzati. I restanti due terzi possono essere composti da infermieri non specializzati”. L’Eoc spiega ancora che “per nostra precisa scelta, abbiamo da sempre dotato i servizi di medicina intensiva con personale esclusivamente formato nella specialità e con altri pochi infermieri in formazione. Questo ha permesso, nei momenti più critici delle ondate pandemiche, di aumentare massicciamente il numero di infermieri, attingendo a personale infermieristico di differenti orizzonti (anestesia, pronto soccorso, infermieri di base, …). In questo modo è stato possibile mantenere i criteri minimi di percentuale di infermieri specializzati in turno. Questo ha richiesto un enorme sforzo di coordinazione tra persone provenienti da sedi ospedaliere differenti e di una dedizione encomiabile da parte di ciascuno”.

Una coordinazione che si estenderebbe anche alla gestione di turni e straordinari, circa i quali l’Ente smentisce alcune fonti che ci hanno parlato di settimane di lavoro al 120%: “L’organizzazione del lavoro e il grande impegno di tutti i collaboratori di ogni reparto (non solo infermieristico)  ha permesso di evitare che ciò accadesse”. Quanto agli agognati turni di riposo e a una loro adeguata pianificazione, messi a durra prova dalla pandemia, la nota conclude: “sin dalla scorsa primavera tutte le funzioni – medici infermieri, logistica, servizi generali, ecc. – hanno dato il massimo. Certamente, come tutta la popolazione, cominciamo ad essere stanchi, provati da tutto quello che abbiamo visto, fatto e che stiamo ancora vedendo. Perché anche se avere a che fare con dolore e malattia è lavoro quotidiano per i collaboratori dell’Eoc, la pandemia da Covid-19 è qualcosa che non ha precedenti. Tuttavia stiamo lavorando, come sempre, per salvaguardare il diritto alla salute, per passione e senso del dovere. Anche dopo la prima ondata, l’attività Covid e non Covid è continuata a ritmi elevati. Grazia al fatto che in Eoc gli ospedali sono in rete si è riusciti, nei limiti imposti dall’emergenza sanitaria, a permettere ai curanti di poter avere giorni di riposo. La stessa modalità è stata adottata anche per le altre funzioni operanti nell’ospedale e comunque fortemente sotto pressione, anche se non personale curante”.   

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