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16.03.2021 - 19:49
Aggiornamento : 20:46

I messaggi governativi sui banchi parlamentari in 18 mesi

Il Gran Consiglio ha deciso con 68 favorevoli e 2 astenuti di ridurre a un anno e mezzo dai due anni previsti oggi il tempo entro cui votare sulle proposte

Il Gran Consiglio, per pronunciarsi e votare su un messaggio governativo, avrà 18 mesi di tempo a partire dall'attribuzione formale del messaggio a una commissione parlamentare. Sei mesi in meno rispetto a quanto previsto finora. A deciderlo, con 68 favorevoli e 2 astenuti, è stato lo stesso parlamento che oggi ha dato via libera al rapporto commissionale di Paolo Ortelli (Plr). Rapporto che nasce da un'iniziativa parlamentare di Boris Bignasca (Lega) un po' più estrema: i mesi richiesti erano 12, con l'aggiunta che se entro i termini stabiliti il Legislativo non si fosse espresso il messaggio sarebbe stato considerato come un rapporto per essere discusso direttamente dal plenum del Gran Consiglio. Proposte, queste, cadute in nome di «un percorso di compromesso e condivisone in sede di commissione» spiega in aula Ortelli. Perché l'importante era raggiungere l'obiettivo di iniziativa e commissione: «Affrontare l'evasione di questi atti in una tempistica consona e ragionevole».

Soddisfatto per «la soluzione condivisa» è il deputato socialista Carlo Lepori, che però fa notare come «questa modifica riguarda esclusivamente i messaggi governativi, che non hanno un ritardo così importante. Anzi, la maggior parte viene evasa rapidamente». Il vero problema, per Lepori, «riguarda le iniziative popolari e gli atti parlamentari. Le iniziative parlamentari stagnano perché spesso ci vuole tanto tempo per raggiungere un accordo tra le forze politiche, le mozioni perché i relatori cui vengono assegnati hanno molti impegni». Così gli atti pendenti si accumulano - sono circa 550 al momento - e il granconsigliere del Ps annota come «uno dei veri problemi è la difficoltà per dei deputati di milizia a evadere tutti gli atti. Ci sono delle proposte che raccomandano di potenziare i servizi del Gran Consiglio, l'auspicio è che si proceda in questo senso».

Sostegno arriva anche dal popolare democratico Claudio Franscella, per il quale è ad ogni modo importante «evidenziare come da qualche tempo siamo costantemente, prima in commissione ‘Costituzione e leggi’ e poi in parlamento, confrontati con una serie di modifiche puntuali della Legge sul Gran Consiglio. Sono già una trentina». Franscella, già presidente del Legislativo cantonale, ricorda che «si tratta di una legge importante per l'organizzazione dei nostri lavori e in vigore da poco tempo, questa tendenza è preoccupante e dimostra la necessità di una riflessione più ampia e approfondita per evitare che queste modifiche diventino cerotti fini a sé stessi. Sarebbe più opportuno che questi correttivi siano inseriti in un concetto globale che contempli un visione d'insieme di tutta la legge. Anche per evitarne lo snaturamento».

Smorza gli entusiasmi il pur favorevole Paolo Pamini (Udc): «Non stiamo qui a lisciarci il pelo, questo compromesso non cambia niente. Ridurre a un anno e mezzo, estendibili in alcuni casi a due anni, senza misure sanzionatorie serve a poco».

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