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06.03.2021 - 11:170

Mancano logopedisti, vari pazienti non possono essere seguiti

Un viaggio fra le caratteristiche della professione e le cause che portano a sviluppare un disturbo del linguaggio

Logopedista. Una professione affascinante ma che vive una carenza di professionisti in Ticino: «Ci sono alcuni pazienti che rimangono scoperti in questo momento», ci spiega la presidente dell’Associazione dei logopedisti della Svizzera italiana (Alosi) Nynke Zittema. Un mestiere affascinante, dicevamo, il motivo? La grande varietà e ricchezza della casistica, ci dice Zittema: «Trattiamo tanti disturbi diversi e agiamo su fasce d’età altrettanto variate. Inoltre abbiamo la possibilità di collaborare con numerose figure professionali, dai medici pediatri, ai neurologi, i docenti e altri ancora». Oltre al contatto con altri colleghi si crea un legame col paziente e spesso con la sua famiglia. «È un percorso che può durare anche alcuni anni. Per questo motivo si crea una relazione molto arricchente».

Le casse malati impongono le modalità delle sedute a distanza

Oggi, giornata europea della logopedia, è l’occasione per ricordare che la pandemia non ha risparmiato nemmeno questa professione. Durante i ‘lockdown’ i terapisti hanno dovuto fornire i loro servizi online, ma non sempre nella maniera per loro adeguata. «Coloro che lavorano con bambini e ragazzi fino ai vent’anni hanno avuto meno problemi. Le sedute sono riconosciute dal Cantone che ha subito permesso di effettuare gli incontri, dove possibile, in forma telematica», spiega la logopedista. Diversa invece la situazione per i pazienti adulti. Per loro le sedute sono riconosciute dalle casse malati: «Esse hanno consentito sì il lavoro telematico, ma non da subito. Quindi si è perso tempo per ottenere un via libera che comunque non era soddisfacente. Le sedute sono state limitate a 30 minuti, quando invece un adulto può richiedere 45 o 60 minuti di lavoro. Inoltre dovevano svolgersi per forza tramite videochiamata. Alcuni terapisti apprezzano di lavorare tramite telefono perché vengono a cadere gli aspetti non verbali e quindi per il paziente è un esercizio ulteriore dover comunicare bene senza che l’altro lo veda». Clausole inserite dalle casse malati e che, nonostante le varie sollecitazioni della Conferenza svizzera dei logopedisti, sono ancora presenti a distanza di un anno.

Le cause che determinano un disturbo del linguaggio

Ma di cosa si occupa veramente un logopedista? Non solo di problemi di pronuncia come la classica ‘r moscia’ o la balbuzie, ma anche di tutto ciò che concerne il linguaggio scritto come la dislessia e la discalculia per esempio. Le cause che possono determinare un disturbo del linguaggio sono molteplici e di diversa natura. «Possono essere funzionali – spiega Zittema –. Per esempio si può presentare un disturbo dell’udito che impedisce al bambino di sviluppare bene il proprio linguaggio o di discriminare correttamente alcuni suoni simili. Oppure ci possono essere delle cause anatomiche, come quando non si riesce a chiudere bene il palato». Inoltre vi sono quelle neurobiologiche: «Spesso hanno un carattere ereditario e in questo caso si tratta di un’inefficienza d’elaborazione verbale nelle strutture corticali adibite al linguaggio. In queste problematiche neurobiologiche si trovano anche tutti i disturbi specifici dell’apprendimento come la dislessia, la disortografia, la discalculia e la disgrafia», prosegue la logopedista. «Poi ci possono essere delle cause neurologiche. Penso per esempio a pazienti con paresi cerebrale, oppure con malattie degenerative come la Sla, il Parkinson e l’Alzheimer». Inoltre si contano anche pazienti con deficit cognitivo o disturbi del linguaggio determinati da malattie vascolari come ictus, emorragie cerebrali o tumori. «Anche i traumi, quindi incidenti gravi, possono compromettere il funzionamento di alcune aree corticali adibite al linguaggio». Non da ultime si annoverano le cause ambientali e psicologiche: «La balbuzie può avere un’origine psicologica, come pure il mutismo selettivo, cioè quando una persona sceglie di non parlare». Fra le cause ambientali anche la mancanza di stimoli: «Quando un bambino viene portato dal logopedista, non si lavora solo col giovane paziente ma vengono coinvolti anche i genitori. Il terapeuta osserva quali sono le modalità comunicative che vengono messe in atto in casa e quali sono le abitudini al di fuori della comunicazione, come la frequenza dell’utilizzo degli schermi. Cerchiamo di rendere partecipe e competente la famiglia, in questo modo il lavoro non è confinato alle sedute».

Gli incontri come si svolgono? «La modalità terapeutica più efficace coi bambini fino ai cinque anni è quella del gioco libero – prosegue Zittema –. Ci inseriamo all’interno del gioco utilizzando per esempio degli articoli o determinate proposizioni. Coi più grandi si possono svolgere degli esercizi allo specchio come portare la lingua al naso per far acquisire una maggior consapevolezza e precisione nel movimento della stessa. Oppure mostriamo come posizionare la bocca per pronunciare correttamente un fonema e lo integriamo nel gioco». Il lavoro varia a seconda dell’età spiega la logopedista: «I ragazzi delle medie si sostengono principalmente con la creazione di mappe mentali affinché venga facilitata la memorizzazione e la comprensione di concetti e termini. Invece con gli adulti si lavora al recupero o al mantenimento delle abilità linguistiche con esercizi ma anche giochi». Per i disturbi legati al linguaggio scritto vengono anche usati dei software per il pc o il tablet.

Alcune problematiche si possono risolvere totalmente

Quali sono i risultati delle terapie? Dipende dalla problematica: «La dislessia non si può eliminare perché è di origine neurobiologica. I disturbi della pronunciano invece di possono risolvere anche in sei mesi. Dipende tanto dalla severità del disturbo ma anche dall’impegno del paziente», ricorda Zittema. Ma come si vive la presenza di un disturbo del linguaggio? «È molto soggettivo perché dipende dalle esperienze e dalla personalità di ogni paziente», indica la logopedista. «Alcuni non provano vergogna, mentre altri vivono un grande senso di frustrazione. Il terapeuta deve valutare anche questi aspetti ed eventualmente consigliare un supporto psicologico».

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