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laR
 
03.03.2021 - 19:15
Aggiornamento: 20:03

Anche i partiti di sinistra contestano Dpd

Sit-in oggi presso il magazzino della società di consegna pacchi a Giubiasco. Un subappaltatore chiede di non generalizzare. Sindacati non proprio uniti

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A Giubiasco (Ti-Press)

Ora anche la politica si interessa al caso Dpd. O almeno lo fa una parte di essa, quella più a sinistra: si è tenuto oggi un sit-in di protesta davanti al magazzino ticinese della grande società privata di consegna pacchi, accusata dal sindacato Unia di imporre agli autisti ritmi massacranti e straordinari non pagati, oltre a vere e proprie intimidazioni. A Giubiasco si è riunita una quindicina di militanti – nel rispetto delle regole sugli assembramenti – e di bandiere: quelle rosse dei socialisti, del Partito operaio e popolare e del Forum alternativo accanto a quelle dei Verdi, tutti affiancati dalle rispettive organizzazioni giovanili (anche il Movimento per il socialismo ha poi confermato il suo sostegno). Scopo dell’iniziativa: fare sentire la propria presenza a quei lavoratori che li osservavano in silenzio dalle finestre del magazzino e a quelli, un’ottantina, in giro per il Ticino sui loro furgoni. “Solidarietà” e “regole” le parole ricorrenti sotto il cielo plumbeo della zona industriale, tra il grigio dei capannoni e la massicciata della ferrovia.

La storia l’avevamo raccontata la settimana scorsa (‘laRegione’ del 26 febbraio): secondo Unia il gruppo controllato dalla Posta francese si appoggerebbe ai subappaltatori per turni senza pause – fino a 150 le consegne giornaliere –, con giornate lavorative che possono arrivare alle 14 ore. Un “sistema Dpd” che permetterebbe alla multinazionale di abbattere i costi del lavoro e scaricare le sue responsabilità sui partner locali, spinti a loro volta a eludere i diritti dei fattorini pur di tenere il passo con le esigenze del committente. L’azienda ribadisce di non essere a conoscenza di abusi, mentre il responsabile del magazzino di Giubiasco si è congedato da noi con un cordiale no comment.

«Prima o poi la corda si spezza», ha scandito invece nel megafono Gianfranco Cavalli, segretario del Partito operaio e popolare, alzando in aria la parola «sciopero». Per evitare il proliferare degli abusi, ci ha detto poi, la politica deve «avvicinarsi di più alla classe lavoratrice e ascoltare le sue reali richieste. È una cosa che si è persa molto negli ultimi anni». D’altronde per lui è il sistema capitalista stesso che non si riforma, semmai «si abbatte». La copresidente del Ps cantonale Laura Riget chiede però anzitutto «misure sul breve e medio termine, leggi a livello cantonale e federale per regolamentare meglio il lavoro e i suoi diritti. È chiaro che servirà poi un ripensamento generale di questo sistema nel quale i salari di manager e azionisti continuano a salire, mentre chi lavora fa sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese e subisce uno stress crescente». Anche Marco Rudin, presidente del comitato dei Verdi Ticino, lascia da parte rivendicazioni rivoluzionarie ma auspica «nuove norme per ovviare alla deregulation vissuta dagli anni Ottanta a oggi. Dobbiamo contrastare questa deriva sconfiggendo le potenti lobby che presso le nostre istituzioni sostengono globalizzazione e privatizzazione». 

Il subappaltatore: ‘Non generalizzate’

«Io posso parlare solo per la mia realtà, ma ci tengo a farlo, perché è importante non generalizzare e non demonizzare tutti». A chiederci di mettere in prospettiva il caso Dpd è Gianni – vero nome noto alla redazione – uno degli 80 subappaltatori in Svizzera: «Sinceramente non mi riconosco nell’immagine del ‘padroncino’ sfruttatore, e neanche di chi si trova tra l’incudine e il martello quando si tratta di combinare le esigenze dei miei autisti con quelle di Dpd». Interpellato sulla questione degli straordinari non pagati, difende il suo sistema di organizzazione del lavoro: «La mia azienda è attenta a registrare, riconoscere e retribuire le ore lavorate. Anche l’ispettorato del lavoro ha potuto constatare che gli orari e tutte le prescrizioni legali vengono rispettati, che non ci sono detrazioni arbitrarie né lavoro gratuito. Ci atteniamo alle disposizioni del contratto collettivo».

Gianni, che ha iniziato da autista e continua lui stesso a fare consegne quando occorre, relativizza anche la questione dei ritmi e dei tempi di consegna: «L’autista da noi può pianificare il giro in modo da avere le giuste pause, compatibilmente con le esigenze e gli orari dei clienti. D’altronde sarà anche vero che altrove c’è molto turnover, ma conosco anche autisti che fanno questo mestiere al servizio di Dpd da una decina d’anni. All’aumento dei volumi dovuto al lockdown si è poi risposto aumentando il numero di autisti», nel suo caso oltre la decina. «Anche la storia delle penali scaricate sui dipendenti mi giunge nuova», precisa. «Se ci sono problemi con uno smarrimento o un danno abbiamo una normale assicurazione, e di certo non andiamo a scaricare certi oneri sui dipendenti».

Quanto al ‘sistema Dpd’, Gianni invita ancora una volta a non generalizzare: «Attraverso l’organizzazione e la formazione è possibile lavorare serenamente, senza arrivare agli eccessi che magari possono essersi verificati altrove. I sindacati da me sono sempre potuti entrare liberamente e se sto parlando con lei che è un giornalista è perché non c’è nulla da nascondere, anzi. Ora c’è gente che quando mi vede in giro con la divisa fa commenti negativi sulla situazione: nel mio caso, e penso anche in molti altri, non mi pare giusto».

Sindacati non proprio uniti

Di tutt’altro avviso resta Unia, che ci ha fornito numerosi elementi a dimostrazione di una lunga serie di abusi su scala nazionale. Da noi nuovamente interpellato, il sindacato ribadisce che lo sfruttamento è diffuso e sistematico, e che la pressione sulle tariffe di consegna non consente in alcun caso una gestione sostenibile della filiera, affidata a subappaltatori dalla struttura aziendale fragile e basata sul costante ribasso dei costi del lavoro. 

L’azienda, però, ha individuato in Syndicom e Transfair gli interlocutori sindacali di riferimento. «Abbiamo disdetto il contratto collettivo per ottenerne uno nuovo, che preveda nuovi diritti e l’introduzione di organi di controllo, dato che sappiamo di problemi presso un po’ tutti gli operatori privati che operano nella consegna pacchi», spiega Marco Forte, responsabile regionale Syndicom per il Ticino. Il problema è che «l’associazione di categoria KEP+Mail non ha voluto intavolare alcuna trattativa. Al contrario ci ha chiesto unilateralmente la firma di un nuovo contratto collettivo. Noi naturalmente abbiamo rifiutato. Ora, vista la situazione difficile, vogliamo raggiungere un contratto che abbia forza d’obbligatorietà generale, coinvolgendo tutte le aziende intenzionate a definire condizioni migliori e l’introduzione degli organi controllo. Il tempo stringe, perché il vecchio contratto scadrà tra sei mesi, lasciando i lavoratori in un limbo». Forte precisa che «siamo disposti a collaborare con Unia, anche se finora non eravamo a conoscenza delle sue azioni».

Non ha invece notizia di particolari abusi Nadia Ghisolfi, responsabile regione sud del sindacato Transfair: «Abbiamo contattato i nostri soci in Ticino, che però non ci hanno segnalato nessuna irregolarità e lamentela, anzi: alcuni hanno contestato le continue presenze di Unia. Ciò non toglie che rimaniamo a completa disposizione di chiunque volesse segnalare infrazioni che noi stessi giudicheremmo gravissime e non esiteremmo a discutere con la direzione dell’azienda”.

Leggi anche:

Dpd: gli schiavi del furgone e l’impero dei pacchi

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