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Ticino
 
02.03.2021 - 19:250
Aggiornamento : 22:32

Covid, ‘In Ticino scuola in presenza finché sarà possibile’

Nel frattempo alcune zone italiane confinanti con la Svizzera hanno reintrodotto la didattica a distanza a causa dell'aumento dei contagi

a cura de laRegione

In Italia preoccupa la diffusione del virus tra i giovani studenti, tanto che in molte regioni – inclusa la Lombardia – si sta reintroducendo a tappeto la didattica a distanza già a partire dalle scuole elementari. Intanto i rilevamenti sulla sieroprevalenza in Ticino mostrano che il 18% degli adolescenti è entrato in contatto col virus, una percentuale superiore alla media del 16%. Eppure finora l’esecutivo ha sempre ribadito che a scuola non ci si contagia. Chiediamo al direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport Manuele Bertoli se i nuovi riscontri facciano vacillare questa tesi: «Non saprei darle una risposta, che necessariamente deve essere data da chi ha competenze sanitarie. Il tasso di contagio comunque di per sé non dice nulla sul luogo del contagio. Quello che si è constatato dalle indagini del contact tracing è comunque che è la scuola a subire il contagio portato da fuori, non il contrario».

Poi certo, preoccupa l’evoluzione dei contagi oltre confine, ma Bertoli per ora non vede la necessità di accodarsi a Roma sulla didattica a distanza: «Chiudere le scuole mentre sono stati riaperti i negozi, un domani magari anche i ristoranti, sarebbe quantomeno strano. Naturalmente osserviamo i dati italiani, che preoccupano, ma consideriamo soprattutto i nostri dati, che invece rimangono buoni, pur in presenza di una ‘sostituzione’ tra contagio ordinario e contagio da varianti del virus. La scuola è pronta a qualsiasi scenario, ma finché sarà possibile, io spero fino a metà giugno, si andrà avanti in presenza».

Controlli alle frontiere

L’aumento dei contagi in Italia riporta anche in primo piano il tema dei controlli alle frontiere, che il presidente del Consiglio di Stato ticinese Norman Gobbi ha sempre ritenuto auspicabili, e che sono ormai adottati da molti paesi dell’area Schengen. Berna finora non sembra però d’accordo. «Il fatto che la Germania domandi i tamponi ai frontalieri in entrata potrebbe essere un segnale anche per le autorità federali – afferma Gobbi contattato da ‘laRegione’ –. Ma Berna chiede sacrifici ai residenti dimenticandosi che in Svizzera entrano a lavorare 200 mila persone». Cosa sta facendo in concreto Bellinzona in questo momento per ottenere quanto auspicato? «L’autorità cantonale ha ribadito in ben quattro lettere indirizzate al Consiglio federale l’importanza di controllare il flusso al confine, in particolare in una regione come la nostra in cui la mobilità transfrontaliera è elevatissima. Il problema lo conoscono. Spetta loro intervenire», risponde Gobbi.

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