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11.02.2021 - 06:00
Aggiornamento: 15:37

La violenza giovanile tra coronavirus e prevenzione

I recenti episodi ticinesi fanno temere una recrudescenza del fenomeno. Ma è opportuno mettere le cose in prospettiva.

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La testata a un passante mentre una ventina di giovani gira un video musicale a Viganello. Una scazzottata alla stazione di Lugano, con la vittima che rischia di perdere un occhio. Episodi più o meno violenti nelle città e non solo. Com’era già successo questa primavera, in alcuni casi l’insofferenza nei confronti delle restrizioni anti-Covid si traduce in gesti rabbiosi. Se già negli ultimi anni le statistiche riportavano in Ticino un lieve aumento di reati riconducibili alla violenza giovanile, il timore è che la pandemia peggiori questa tendenza.

Nicolas Queloz, professore emerito di diritto penale e criminologia, invita comunque a inserire il fenomeno nella giusta prospettiva: «Gli episodi recenti possono essere spiegati con il senso di frustrazione dovuto ai lockdown e alle restrizioni imposte dalla pandemia; si tratta di ‘esplosioni’ che vediamo con ancora maggiore virulenza nelle piazze francesi e olandesi», spiega. «D’altronde, studi recenti mostrano come siano soprattutto i giovani a vivere un accresciuto disagio psicologico in questo periodo». Sul lungo termine, però, «la violenza fisica in Svizzera è in calo costante».

Al netto della pandemia bisogna semmai ricordare che «la violenza si sta spostando verso forme di molestia psicologica, spesso veicolata tramite i social media. Questo vale non solo per il cyberbullismo, ma anche per la violenza sessuale: diminuisce quella fisica, ma aumenta quella esercitata in forma di minacce e abusi amplificati dagli strumenti digitali, come quando si fanno circolare foto e video di compagne nude e le si espone allo scherno della propria rete di amici, o addirittura degli sconosciuti sul web». È quanto successo, ad esempio, l’anno scorso con la rissa di Pazzalino a Lugano.

La maxirissa di Gallarate

Non va meglio oltre confine. A Gallarate, comune di oltre 50mila abitanti in provincia di Varese, l’8 gennaio un centinaio di ragazzini e qualche ragazzina – perlopiù tra i 14 e i 18 anni – si sono dati appuntamento sui social per una maxi-rissa. La polizia locale è riuscita a fermare gli scontri prima che entrassero nel vivo, per cui si è contato solo un 14enne con lievi ferite alla testa. «Dalle indagini pare che si sia trattato di una sorta di vendetta per futili motivi, forse amorosi», ci spiega il sindaco Andrea Cassani. «Molti dei presenti venivano da fuori comune ed erano probabilmente semplici curiosi, attratti dal tam-tam sui social, ma c’è anche chi aveva portato mazze da baseball, catene e coltelli. I video fatti circolare sui social fanno vedere l’intento di spettacolarizzazione da parte di molti, immortalati con un bastone in una mano e un cellulare nell’altra, per i selfie. In questo senso sarà importante intervenire con incontri informativi presso le scuole e le famiglie, per far capire che certi comportamenti non hanno nulla di virtuale e possono avere conseguenze gravi».

Nella zona si erano già registrati alcuni episodi minori alla fine dello scorso anno, sempre in concomitanza con il lockdown e la chiusura delle scuole: «Lungi da me voler giustificare la violenza. Ma credo che si tratti anche del risultato di una sofferenza diffusa, specie tra quei ragazzi che vivono situazioni famigliari problematiche. Persone per le quali figure come gli insegnanti e gli allenatori fungono da modelli, e che nel periodo delle chiusure totali si sono trovati giocoforza abbandonati a loro stessi».

L’impegno della polizia

E in Svizzera? La situazione sembrerebbe a macchia di leopardo. Relativamente bene va a Ginevra, come ci conferma il portavoce della polizia cittadina Silvain Guillaume-Gentil: «In genere, non abbiamo notato a Ginevra un aumento degli episodi di violenza, al contrario sono diminuiti. Tuttavia, si riscontra un peggioramento della violenza in termini di intensità». Succede ad esempio «che i calci vengano dati anche quando un individuo è già a terra. Detto ciò, la pandemia non ha avuto effetti sulla violenza dei giovani». D’altronde, «è vero che i ragazzi si incontrano di più nello spazio pubblico in quanto le offerte di intrattenimento – culturale e sportivo – sono molto limitate. Questo genera spesso fastidio per gli abitanti e la polizia interviene per far cessare il rumore. Allo stesso tempo, gli educatori sociali sono in contatto regolare con i giovani per ricordare loro le regole e mantenere i legami sociali».

E sebbene a Zurigo i dati per il 2020 non siano ancora stati pubblicati, è dal 2016 che si nota un aumento costante dei casi di violenza giovanile, una tendenza che preoccupa anche in tempo di pandemia, ci spiega Marcel Riesen-Kupper. «Per combattere la violenza giovanile – sostiene il responsabile del Dipartimento di giustizia penale giovanile del Cantone – è necessario un impegno sociale ad ampio raggio. Possiamo combatterla solo se tutti noi, società civile, genitori, scuole, autorità, ci esprimiamo chiaramente contro la violenza e diciamo altrettanto chiaramente ai giovani che per lei non c’è posto nella nostra società. Dal nostro punto di vista, anche la prevenzione dell’alcol dovrebbe far parte della prevenzione alla violenza». Assieme alla frustrazione per la pandemia, proprio il forte consumo di alcolici sembrerebbe essere uno degli elementi all’origine dei numerosi episodi capitati anche nel 2020.

Riesen-Kupper sottolinea inoltre la necessità di una forte collaborazione fra autorità di polizia e servizi sociali, perché il fenomeno oggi è multiforme e il problema della violenza giovanile «è un compito della società nel suo insieme, che richiede in particolare l’integrazione dei giovani più deboli nella comunità». Un’integrazione che spesso passa dai centri giovanili e dai servizi di prossimità, come ci confermano dalla Città di Zurigo: «La necessità di un’azione in questo campo è riconosciuta, soprattutto in questa delicata fase in vista di un possibile allentamento delle misure in primavera. Per questo i centri, sia pubblici che privati, sono aperti e lavorano in modo coordinato». La particolarità della più grande città svizzera è infatti il grosso dispiego di forze: un’ampia rete di centri, negozi e club per giovani a gestione sia pubblica sia privata mirati agli under 16; servizi di sostegno e di consulenza individuali e di gruppo; un servizio apposito per conversazioni digitali e chat; servizi di prossimità municipali come ‘Saferparty Streetwork’ e ‘Ein Bus’ attivi anche in periodo di pandemia; un team di specialisti della prevenzione della criminalità giovanile della Polizia cittadina, attivo in strada, nelle scuole e su internet.

E all’insegna dell’interdisciplinarità è anche l’innovativo progetto arrivato in Ticino da Ginevra due anni fa: ‘Face à Face’. Il servizio, mirato ai giovani fra i 13 e i 20 anni che hanno già commesso una qualche forma di violenza – non necessariamente fisica –, agisce direttamente sugli adolescenti con lo scopo di interrompere il ciclo, partendo dal presupposto che la violenza genera violenza. Combinando approcci terapeutici, espressivi, corporei e psico-pedagogici, ha l’obiettivo di far riflettere i giovani sulle regole e sulla convivenza sociale e i primi risultati sembrerebbero essere positivi.

L’INTERVISTA

Fenomeno adolescenziale

Cosa fa invece la polizia ticinese per contrastare queste recrudescenze violente? Lo chiediamo direttamente a Marco Mombelli, ufficiale della Polizia giudiziaria.

Capitano, cosa sta succedendo?

L’impressione è che vi sia, nel corso degli ultimi mesi, un certo aumento di questi episodi di violenza, anche se il tutto va necessariamente contestualizzato. Una doverosa premessa: la gran parte dei giovani sta crescendo bene, senza causare problemi; constatazione apparentemente banale, ma che permette già di fornire un primo dato: solo una piccola parte dei nostri giovani si comporta senza rispetto per le regole. Chiaro che questa piccola parte è quella che fa notizia e che fa lavorare le autorità di perseguimento penale e gli enti educativi e sociali.

Vi è un altro aspetto da considerare. Dobbiamo capirci quando parliamo di “violenza e risse giovanili”: cosa intendiamo con “violenza e risse”? La violenza inizia dall’insulto e dalla mancanza di rispetto per arrivare a fatti dalle conseguenze anche tragiche. E poi chi sono i giovani? Ragazzini di 13 o 14 anni, o giovani adulti 25enni? Dal nostro osservatorio, questi atti “di violenza” coinvolgono generalmente giovani tra i 16 e i 22 anni. Mondi diversi, sia dal punto di vista evolutivo, sia dal punto di vista delle norme di procedura penale attuate.

Certamente, ma questo vale in generale, il periodo della pandemia con tutte le misure di chiusura e contenimento non aiuta. Si percepisce una sempre maggiore difficoltà da parte di tutti – dei giovani, ma anche dei meno giovani – a gestire questo confinamento.

In Svizzera la violenza giovanile è comunque in calo. Vale anche per il Ticino? O si rischia un’impennata di casi?

Non possiamo analizzare un tema così complesso su un lasso di tempo così limitato. Bisogna valutare la situazione negli anni, e negli anni si può dire che, a livello di numeri, vi è una certa crescita di fenomeni di violenza: lo dimostrano anche le statistiche delle condanne della Magistratura dei minorenni. Ma non è un aumento esponenziale. Mediamente parliamo di una ventina di situazioni all’anno. L’impressione e il sentimento generalizzati che la violenza giovanile stia pressoché dilagando è dovuto anche a social e mass media, che enfatizzano (a volte troppo) determinati avvenimenti.

Come cercate di prevenire situazioni pericolose?

La Polizia cantonale agisce su più piani. Da una parte con la prevenzione, in particolare attraverso il Gruppo Visione Giovani, che lavora in stretta collaborazione con le scuole. Il Gruppo Minori si occupa a sua volta di coordinare attività di prevenzione sul terreno e delle inchieste e del perseguimento penale dei minorenni che commettono questo genere di atti, il tutto in stretta collaborazione con il Magistrato dei Minorenni e gli altri servizi di polizia. Questi servizi mantengono necessarie sinergie con le scuole e i servizi sociali.

Come vivono gli agenti questa situazione?

Lavorare con i giovani è complesso, ma estremamente arricchente, ed è questo equilibrio particolare che aiuta gli agenti che si occupano quotidianamente di loro a mantenere alta la motivazione e la passione. Chiaro è che ci sono momenti dove si rischia di perdere la pazienza, come avviene per ogni genitore di un figlio adolescente. E qui l’importante è giocare di squadra e aiutarsi a mantenere sempre la necessaria obiettività rispetto al tema.

A proposito di ‘perdere la pazienza’, in passato sono stati contestati anche episodi di violenza da parte della polizia. Come evitarla?

È necessario capirsi sui termini, poiché “violenza da parte della polizia” è una tematica molto complessa e delicata. La violenza gratuita non è ammessa, né dalla Giustizia, né dalla Direzione della Polizia cantonale; l’uso legittimo della forza e dei mezzi coercitivi per contenere un determinato fenomeno, per contro, sì. È quindi fondamentale non fare di ogni erba un fascio. Certamente per evitare eventuali episodi di violenza gratuita risulta essenziale la formazione degli agenti che hanno a che fare con i giovani. Il dialogo permette di risolvere la quasi totalità delle situazioni; per le restanti, con la dovuta proporzionalità, è a volte necessario l’uso di mezzi coercitivi.

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