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08.01.2021 - 05:50
Aggiornamento: 11:36

Tra richieste di lockdown e allentamento delle misure

Sindacati e associazioni imprenditoriali sono divisi su come continuare la lotta al coronavirus senza pregiudicare salute ed economia

“Per quanto doloroso ciò risulterà, la Svizzera deve introdurre un secondo ‘lockdown’ (la cui estensione e i dettagli saranno da definire in stretto coordinamento con gli esperti della comunità medica) con un robusto supporto sotto il profilo fiscale. Da un punto di vista strettamente economico, il costo complessivo di un secondo ‘lockdown’ gestito efficacemente sarà inferiore al costo risultante dalle misure attuali, e molto meno stringenti, che non sono riuscite di fatto a contenere la diffusione del virus. Proseguire con le misure attuali condurrà a risultati economici disastrosi, e a un tasso di mortalità molto più elevato”. Si tratta di un passaggio di un documento dello scorso novembre sottoscritto da decine di economisti e accademici dei principali atenei svizzeri e fatto proprio dal sindacato Unia che ieri ha ribadito la necessità di introdurre, a livello nazionale e cantonale, misure di contrasto alla diffusione del coronavirus molto più stringenti ed efficaci. “In Svizzera ogni 15 minuti muore una persona di Covid-19. Questo è semplicemente inaccettabile, come inaccettabile è anche limitarsi a proporre il prolungamento di misure che già hanno dimostrato di non essere sufficienti per proteggere la popolazione”, si legge in una presa di posizione del sindacato Unia a firma del segretario cantonale Giangiorgio Gargantini

Da qui la richiesta di chiudere tutte le “attività economiche non essenziali, unica misura realmente efficace perché limiterebbe in modo decisivo la circolazione delle persone e quindi del virus”, si legge. Nel contempo si chiedono maggiori aiuti economici, tra cui “l’aumento delle soglie di reddito al di sotto delle quali l’indennità per lavoro ridotto è pagata al 100%”. Si ribadisce quindi la bontà del modello ticinese attuato la scorsa primavera. “Il Cantone – scrive ancora Gargantini – deve inoltre partecipare allo sforzo economico in sostegno del mondo del lavoro, come fatta da altri cantoni che hanno aumentato le indennità per lavoro ridotto e stanziato fondi straordinari.

L’Organizzazione cristiano sociale ticinese (Ocst), da parte sua, pur condividendo la necessità di mettere a disposizione le risorse finanziarie per evitare un crollo dei redditi e un aumento della disoccupazione, è meno possibilista sull’idea di un altro ‘lockdown’ generalizzato. «Auspichiamo un ritorno allo spirito di confronto anche aspro, ma franco, della scorsa primavera. In quell’occasione sindacati, governo e organizzazioni imprenditoriali si sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguardava le misure di contrasto al virus», afferma Renato Ricciardi, segretario cantonale dell’Ocst. «Nel frattempo l’ordinamento federale che permetteva l’eccezione per il Ticino è cambiato, ma secondo noi quell’insegnamento non deve essere disperso», continua Ricciardi. Una lettera con la quale si chiede un incontro con il Consiglio di Stato, esteso a tutti le parti sociali, prima della scadenza del termine di consultazione fissato per il 13 gennaio, è stata inviata martedì scorso. «Tra marzo e aprile dello scorso anno – commenta Ricciardi – siamo riusciti a ottenere soluzioni che tenessero conto degli interessi dell’una e dell’altra parte: la protezione della salute dei lavoratori e della popolazione da un lato, e le esigenze dell’economia dall’altra». Per quanto riguarda la situazione attuale, Ricciardi chiede il rigoroso rispetto delle misure di protezione e di distanziamento anche con maggiori controlli di polizia. 

La documentazione di Berna non è ancora arrivata

Intanto il Consiglio di Stato, come anticipato, si è riunito ieri, ma non ha preso ancora posizione sulla proposta del Consiglio federale di prolungare le attuali misure come la chiusura di ristoranti, bar, attività culturali e fitness. La documentazione per la consultazione, infatti, non è ancora arrivata a Bellinzona. 

A essere fortemente contraria a una chiusura generalizzata è la Camera di commercio del cantone Ticino. Secondo Michele Rossi, delegato delle relazioni esterne, la questione è chiara: «Non sono i luoghi di lavoro i vettori di contagio. Si tratta di spazi fortemente regolamentati sottoposti a piani di protezione». Per Rossi procedere con una chiusura a tappeto si accentuerebbe una situazione economica dalla quale sarà difficile uscire. Il delegato è anche critico riguardo al prolungamento delle misure già in vigore: «Nonostante siano presenti da alcune settimane non hanno sortito l’effetto sperato. Quindi se non sono efficaci, per quale motivo riproporle?». E aggiunge: «Non metto in discussione l’esigenza di tutelare la salute. È evidente che queste misure però non stanno funzionando».

Anche le industrie, per quanto meno toccate dalle restrizioni attuali, lanciano un grido d’allarme. «Il nostro è un settore che non può essere fermato», afferma Stefano Modenini, direttore di Aiti (Associazione industrie ticinesi). «Facciamo parte di una filiera internazionale e i costi causati da un blocco del settore sarebbero miliardari». La situazione dal punto di vista operativo è migliore rispetto alla prima ondata, durante la quale si lavorava con un sistema di autorizzazioni. Il quadro congiunturale però non è dei migliori: «I fatturati di questi mesi arrivano a un massimo del 50% rispetto a quelli del 2019», prosegue Modenini. Una situazione che ha delle forti ripercussioni sulla liquidità aziendale. La manodopera sembra per il momento protetta dalle indennità per il lavoro ridotto, ma le prospettive a lungo termine preoccupano: «Se le cose non migliorano è probabile che alcune aziende dovranno ricorrere a una ristrutturazione interna», conclude il direttore di Aiti.

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