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TICINO
18.11.2020 - 06:00

‘Il cancro ai polmoni non va in lockdown’

In Ticino manca ancora lo screening. Cafarotti: ‘Non abbiate paura a recarvi in ospedale’

A causa del timore di contrarre il coronavirus, alcune persone sono reticenti a entrare negli ospedali, anche quando è necessario per effettuare delle analisi. In alcuni casi questa riluttanza può far perdere tempo prezioso, come nel caso del tumore al polmone. Il dottor Stefano Cafarotti è a capo del Centro Polmone della Svizzera italiana, parla dell’attività di quest’ultimo e della quasi totale assenza di contagi nei pazienti da loro in cura. Il centro è una struttura che opera nell’Ente ospedaliero cantonale (Eoc) e all’interno della quale lavorano trenta professionisti tra cui pneumologi, chirurghi, oncologi, radioterapisti e radiologi. Ogni anno tratta circa 800 casi, tra nuove diagnosi e pazienti già in cura oncologica. Nel 2020 sono stati circa 350 i pazienti con una diagnosi di tumore al polmone nel nostro cantone.

Durante la prima ondata l’attività ospedaliera si è notevolmente ridotta, è stato anche il vostro caso?

Noi siamo andati in controtendenza. Se in Italia in alcuni centri c’è stata una riduzione delle visite per tumore al polmone fino al 70 percento, noi abbiamo addirittura incrementato i numeri dei pazienti chirurgici rispetto all’anno scorso. 

Come è stato possibile?

In ragione delle norme cantonali, l’attività chirurgica non urgente è stata congelata durante le fasi più critiche. Non si può ritenere che la chirurgia oncologica non sia urgente, tuttavia alcuni centri in Svizzera e in Europa non hanno avuto lo spazio e il modo per poterla contenere. Per noi invece è stato possibile grazie a tre protocolli.

Di cosa si tratta?

Il primo è una procedura di cura che cerca di bilanciare il rischio di morire di cancro con quello d’incorrere in un’infezione potenzialmente fatale dopo un intervento chirurgico importante o qualsiasi trattamento oncologico. Si basa in parte sull’evidenza e per lo più sul buon senso e sulla necessità di sostenere l’emergenza attuale senza dimenticare i nostri pazienti. Il secondo protocollo comprende delle misure che abbiamo adottato per evitare il ricovero in cure intense e dunque i criteri di selezione dei pazienti che potevano essere operati senza necessitare di terapia intensiva. Il terzo è un protocollo generale Eoc che contiene tutte le norme per minimizzare, nei reparti non-Covid, il rischio d’infezione nosocomiale.

Quest’ultimo riguarda tutto l’ente ospedaliero dunque.

La struttura organizzativa ticinese ha saputo adattare il dispositivo Covid durante tutte le fasi della pandemia concentrando i pazienti positivi al coronavirus in centri dedicati pubblici e privati. Questo ha reso più facile il compito del centro Polmone della Svizzera Italiana che ha potuto giovarsi, per i propri pazienti oncologici, di percorsi più sicuri e meno esposti al coronavirus. 

Un risultato eccellente.

Dei pazienti trattati chirurgicamente dal nostro centro il tasso di infezione da coronavirus è pari al 0,5 percento con un tasso di mortalità nullo. Questo è un messaggio che deve tranquillizzare non solo l’opinione pubblica ma anche i professionisti, incoraggiandoli a continuare a trattare i pazienti oncologici e non dimenticarli perché c’è il Covid.

Come stanno vivendo i malati questo periodo?

Sono tutti molto preoccupati e vivono una valanga di emozioni. Oltre alla paura di contrarre il virus, una diagnosi di tumore al polmone in Ticino dà la probabilità complessiva del 15 percento di essere ancora vivo nei cinque anni seguenti.

Perché una percentuale così bassa?

L’80% delle diagnosi di tumore al polmone avviene in uno stadio avanzato di malattia. Purtroppo non disponiamo ancora di un programma di screening in Svizzera e in Ticino. Le diagnosi precoci, che hanno un tasso di sopravvivenza vicino al 100% quando trattate chirurgicamente, sono circa il 20%. Questo mostra come un ritardo di intervento, dovuto alla paura di un paziente a recarsi in ospedale, può produrre un avanzamento della malattia oncologica fino a renderla potenzialmente mortale. 

Perché non c’è uno screening per il cancro al polmone?

Si sta lavorando molto per una campagna in questo senso. I tre tumori più incidenti sono quello al colon, al seno e al polmone. Si è proceduto per priorità e in accordo alle evidenze scientifiche, infatti lo screening dei primi due è attivo in Ticino. Bisogna ricordare che è stato dimostrato solo l’anno scorso al congresso mondiale dello Iaslc (International association for the study of lung cancer) come la Tac torace eseguita annualmente sui pazienti fumatori sopra i 55 anni salvi la vita alle persone. Quindi non si tratta più di un’opinione ma è un dato scientifico. Da quella pubblicazione a oggi è stato fatto tanto in Svizzera e tutti stiamo cercando di muovere i passi giusti da fare in questa direzione. Il Covid ha purtroppo rallentato il processo.

Perché ci si accorge così tardi di avere un tumore di questo tipo?

I polmoni non sono innervati, dunque non fanno male. I sintomi sono piuttosto sfumati e quasi mai specifici. Di solito dei segnali d’allarme sono tosse cronica, dolore toracico e difficoltà a respirare. Ma se pensiamo a un fumatore, la tosse è molto comune e viene ricondotta all’uso di tabacco. Eseguire un approfondimento diagnostico con la Tac come abbiamo detto puo’ salvare la vita.

Come si accorgono le persone di essere malate?

La maggior parte dei tumori precoci viene diagnosticata in Ticino per caso quando il paziente si reca in ospedale per altri sintomi o problematiche e viene poi a conoscenza di un nodulo nel polmone. 

Molti medici stanno parlando di un’imminente saturazione dei posti letto in ospedale, cosa ne pensa?

Sicuramente il sistema ospedaliero è fortemente sollecitato, ma bisogna fare attenzione a veicolare solo questo tipo di informazione perché il rischio è che il paziente ritenga che tutto l’Eoc è in sofferenza. Invece grazie al fatto che le strutture ospedaliere siano multi sito e multi regionali, ha consentito di diversificare le prese a carico e alcuni tipi di chirurgia sono stati mantenuti fra gli interventi prioritari. Quindi è vero che molta dell’attività chirurgica sia stata inibita, ma non tutta. Il cancro al polmone non va in lockdown.

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