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laR
 
05.10.2020 - 06:00
Aggiornamento: 12:39

Vitta e la crisi: 'Non limiteremo gli investimenti'

Intervista al direttore del Dipartimento delle finanze e dell'economia su prospettive di recupero, debito, tasse e concorrenza fiscale

Se l’economia è ‘scienza triste’ per antonomasia, oggi le sue previsioni sconfinano ovunque nella (grande) depressione. Anche i numeri preventivati dal Cantone sono tristanzuoli: un disavanzo d’esercizio di 230 milioni nel 2021 dopo i 270 di quest’anno, debito pubblico sopra ai due miliardi. Il calo del prodotto interno lordo, stimato all’8% per il 2020, non sarà compensato dalla risalita dell’anno prossimo, che si prevede ferma al 5,3%; risultato: entrate fiscali in netto calo. Il tutto senza poter ancora valutare l’impatto pandemico sulla spesa sanitaria e sociale. Tra il 2022 e il 2024, il deficit potrebbe crescere fino a 270 milioni annui. Ne parliamo col direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia Christian Vitta.

Per dirla con Mel Brooks: “Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere”. Come mai una previsione così nera anche sul lungo periodo?

Stando alle analisi esterne e alle nostre valutazioni, possiamo aspettarci un andamento a forma di v ‘sghemba’: mentre la caduta è stata improvvisa, la risalita sarà più lenta. Dopo un primo rimbalzo sopra il 5% l’anno prossimo, la crescita si assesterà attorno a un più modesto 3%. Questo perché, se anche i consumi interni dovessero riprendersi pienamente, la fragilità – anche sanitaria – a livello globale potrebbe continuare a penalizzare l’export.

Dopo il 2021 il deficit peggiora addirittura. Perché?

Per diversi fattori. Dobbiamo ad esempio prevedere maggiori spese per l’ente pubblico, anche al netto di un peggioramento del quadro sociale: una tendenza che coincide con l’evoluzione dei suoi compiti e da fattori quali l’invecchiamento della popolazione. Inoltre, occorre considerare gli introiti dalla Banca nazionale svizzera su una media stimata di 56 milioni, anziché gli 81 milioni di franchi del 2021 che sono un dato particolarmente positivo.

Prevedete un debito poco sopra ai 2 miliardi. Ma il Pil annuo ticinese si aggira attorno ai 28 miliardi, e le previsioni complessive per la Svizzera escludono salti molto sopra al 35% nel rapporto debito/Pil. Con numeri del genere e tassi d’interesse ai minimi storici, è davvero il caso di preoccuparsi?

Occorre premettere che a livello di Cantoni per confrontare il livello di debito pubblico si considera quello pro capite. Anzitutto è proprio grazie alle finanze sane che quest’anno si è potuto far fronte tempestivamente alla crisi. In questo senso sarà importante anche in futuro poter essere in grado di agire tempestivamente. Poi bisogna capire di che debito parliamo: se serve a investimenti strutturali rivolti al futuro, può essere positivo, aiuta l’economia e porta benefici anche alle future generazioni. Il problema nasce quando si ricorre al debito per finanziare le spese ricorrenti per le attività ordinarie dello Stato – stipendi pubblici, acquisto di beni, spesa sociale ordinaria… – che invece andrebbero finanziate con le entrate correnti. Per fare un’analogia con una famiglia: è saggio indebitarsi per costruire casa, non per fare la spesa al supermercato.

Ha chiesto al legislativo di sospendere il freno al disavanzo che il popolo ha voluto nella Costituzione: imporrebbe tagli troppo drastici anche al sociale. In tempi di crisi siamo davvero tutti keynesiani.

Il freno è utile proprio per evitare squilibri sul medio termine fra entrate e spese ricorrenti, non è un freno agli investimenti. Con una crisi di questa portata però era impossibile poterlo rispettare a breve termine. In ogni caso questo meccanismo è flessibile e prevede delle soglie più alte in caso di gravi crisi: utilizzando questo margine di manovra dovremo nei prossimi anni riportare le finanze sui giusti binari nel rispetto dei parametri che ci siamo dati.

Ci si prepara a investimenti anticiclici, o prevale la paura d’indebitarsi?

Il Governo, presentando il preventivo 2021, ha ribadito di non voler limitare gli investimenti. Abbiamo già presentato un messaggio per aumentare gli investimenti nella manutenzione programmata degli edifici pubblici, passando da 80 a 100 milioni di franchi. All’interno del gremio per il rilancio del paese, è stato discusso il tema del sostegno all’edilizia ecosostenibile e delle misure sono state prese per il settore turistico. Affronteremo una fase di trasformazione strutturale che l’ente pubblico ha il dovere di accompagnare anche con gli investimenti.

Covid o no, sul gettito influisce anche la riduzione del coefficiente cantonale d’imposta al 97% – il Gran consiglio ha tagliato perfino un punto in più di quanto previsto dalla riforma fiscale –, oltre all’aliquota sugli utili portata dal 9% all’8%. Meglio ripensarci?

La riforma è già entrata in vigore a gennaio, eventuali modifiche possono dunque essere decise solo dal legislativo. La riduzione dal 98% al 97% decisa dal Parlamento ha avuto un impatto di circa 15 milioni di franchi. Quando ci si confronterà sulle misure riguardanti le entrate e le uscite è importante discutere congiuntamente di ogni proposta, inserendo ogni ipotesi in un pacchetto globale che considererà più misure. Serve a poco pronunciarsi su singole misure che da sole non risolvono il problema.

Quanto impatta sul deficit la partenza – o ‘ristrutturazione’ – di realtà che pagavano molte tasse ma non si sono mai radicate sul territorio, come Kering/Gucci? Prevede nuove partenze?

L’impatto di precedenti partenze o ristrutturazioni era già stato considerato nel preventivo pre-Covid che chiudeva in sostanziale equilibrio. Quanto al futuro, non è possibile fare previsioni su possibili nuovi arrivi o partenze.

Nei prossimi anni la concorrenza fiscale tra cantoni potrebbe farsi ancora più spietata. Ora di finirla?

Certamente i momenti di difficoltà rischiano di inasprire questa competizione: una settimana fa Nidvaldo ha abbassato ulteriormente l’aliquota sulle imprese (dal 6 al 5,1%, ndr). Il popolo svizzero ha sempre riconosciuto l’autonomia di scelta dei cantoni, ma è chiaro che non può essere un gioco all’infinito, perché al di sotto di certe soglie il sistema diventa perverso. Il Ticino però è nella media svizzera, non è tra i cantoni che spingono questa corsa al ribasso.

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