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08.06.2020 - 06:00

L'Istituto oncologico di ricerca e la terapia anti-Covid

Reportage dai laboratori nei quali – insieme a quelli dell'Istituto di ricerca in biomedicina – si cercano soluzioni utili anche per i virus futuri.

Visitare il laboratorio dell’Istituto oncologico di ricerca (Ior) dovrebbe essere il sogno di tutti quelli che “da grande voglio fare lo scienziato”: biologi e medici, tutti giovanissimi, si muovono svelti tra provette, vetrini e computer. Ci sono attrezzature strane per chi non se ne intende: una culla meccanica per le colture cellulari, dei marchingegni che sembrano frigoriferi e in realtà servono a incubare le cellule tumorali, a 37 gradi. La ricerca di nuove terapie per la cura del Covid-19 passa anche da qui.

Ma lo Ior si occupa soprattutto di tumori alla prostata, cosa c’entrano con un virus che attacca anzitutto l’apparato respiratorio? «In inglese la potremmo chiamare serendipity» risponde Carlo Catapano, direttore dello Ior: «La fortuna di trovarsi già al lavoro su proteine che entrano in gioco tanto nel tumore alla prostata quanto nel contagio da coronavirus». Sono infatti una proteina e una proteasi che permettono al virus di agganciarsi alle cellule del nostro corpo, secondo «un meccanismo che si potrebbe spiegare con un’analogia: quella di una chiave – la proteina del virus – che entra in una toppa: la proteina sulla cellula del nostro organismo». A far scattare la serratura che apre le nostre cellule al virus è una proteasi, un enzima che passa sotto l’impronunciabile acronimo Tmprss2. E qui entra in gioco lo Ior: «Da anni ne studiamo il ruolo nel tumore alla prostata», racconta Catapano. «In passato abbiamo sviluppato terapie già molto rodate, che consistono nell’inibire gli ormoni sessuali maschili per bloccarne la produzione: la cosiddetta ‘deprivazione androgenica’».

Due più due

Nel frattempo, «già dai primi dati provenienti dalla Cina, e poi esaminando i focolai italiani, ci siamo resi conto che c’era un’analogia evidente tra le vittime del coronavirus e quelle del tumore alla prostata: l’anzianità e il fatto che due morti su tre per Covid-19 siano maschi. Tanto più che – come abbiamo mostrato in una recente pubblicazione scientifica su pazienti Covid-19 in Italia – chi era già in cura oncologica di ‘deprivazione’ mostrava, a parità delle altre condizioni, un decorso più promettente». Due più due, quattro: «Abbiamo iniziato a ipotizzare l’uso di una terapia analoga a quella antitumorale, basata su farmaci già sperimentati e conosciuti».

Naturalmente non è tutto così semplice come sembra: «Passando dalla prostata al polmone cambia sensibilmente la varietà di cellule. Oltre alla questione ormonale la terapia deve passare probabilmente anche dall’intervento sull’infiammazione e si devono tenere in conto diverse variabili, anche genetiche». Come dire: qui allo Ior si sviluppa solo una parte di una terapia che dovrà integrarsi con altri risultati della ricerca mondiale. È impossibile dire quanto ci vorrà per trovare una cura, o meglio: una serie di approcci efficaci per ciascun paziente.

Lockdown e ricerca

Garantire la continuità dell’Istituto in tempi di lockdown – e allo stesso tempo riorientare alcune risorse verso lo studio del virus – non è stato facile: «All’inizio veniva in sede solo chi si doveva occupare di tutte quelle colture e attività essenziali la cui interruzione avrebbe significato costi altissimi, in termini economici ma anche di anni di lavoro perso». E poi la scienza è per sua natura mobile, internazionale e interconnessa: «Abbiamo dovuto rinunciare ad accogliere collaboratori che sarebbero dovuti arrivare da vari paesi europei, dall’India e dalla Cina. Fortunatamente abbiamo potuto utilizzare molto il telelavoro, e il cantone ci ha garantito la mobilità dei nostri ricercatori da oltre frontiera».

Internazionali e interconnessi, si diceva: vale per le strutture sul nostro territorio come per le sinergie con centri esteri. Così Catapano: «È importantissima la collaborazione multidisciplinare con i colleghi dello Ior Andrea Alimonti e Giuseppina Carbone e con Andrea Cavalli dell’Istituto di ricerca in biomedicina (Irb), la cui squadra si occupa di modelli funzionali allo sviluppo di ulteriori farmaci. E poi è importante la collaborazione con l’Università di Padova, per i dati sui pazienti Covid-19». Insieme ai colleghi dell’Istituto oncologico della Svizzera italiana (Iosi) diretti da Silke Gillessen, ora l’intenzione è quella di avviare appena possibile uno studio clinico sui nuovi contagiati, per testare una terapia farmacologica ‘ispirata’ a quella contro il tumore alla prostata. «Non sappiamo ancora quando potrà partire, dato anche il bassissimo numero di contagi attuali. L’importante è non trascurare la ricerca nel caso in cui l’emergenza dovesse definitivamente rientrare».

L’importanza dell’investimento pubblico

E questo «non solo perché lo sviluppo di una terapia efficace sarà utile in caso di una seconda ondata, ma anche perché non dobbiamo ripetere l’errore commesso con gli ultimi due coronavirus: abbandonare il lavoro, disperdendo il patrimonio di conoscenze acquisito e dovendo ricominciare quasi da zero all’arrivo di una nuova minaccia. Nel nostro caso, poi, aspetti della ricerca come quelli genetici tornano utili anche in sede oncologica: la ricerca medica ha spesso correlazioni, anche inaspettate, che ne rendono lungimirante l’investimento».

Il problema, naturalmente, è che le ricerche sui virus sono poco redditizie per il settore privato: nonostante un pregiudizio molto diffuso, le case farmaceutiche guadagnano poco dai vaccini e dalle terapie una tantum, e per questo preferiscono settori più lucrativi come quello delle patologie croniche. «Anche per tale ragione rimane decisivo l’impegno pubblico di stati e governi per continuare il percorso intrapreso a livello mondiale».

Uscendo ci torna in mente una giovane studentessa svizzera tedesca appena arrivata per uno stage, che abbiamo visto assorta davanti a uno schermo insieme a un collega, ciascuno con la sua mascherina. “Sto guardando una prostata”, ci aveva detto. Lì per lì era scappato a entrambi da ridere. Invece la ricerca parte sempre così, e chissà dove ti porta.

 

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