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Ticino
21.05.2019 - 06:100

Ex funzionario Dss, il governo chiede la sentenza

Il Consiglio di Stato, tramite i propri servizi, ha chiesto all'autorità giudiziaria il verdetto di condanna: la lettura delle motivazioni scritte per gli aspetti amministrativi

Anche il Consiglio di Stato vuole leggere le motivazioni scritte della sentenza. Perché sono stati avviati accertamenti amministrativi. Perché ci sono atti parlamentari che attendono una risposta dall’Esecutivo. Tramite i propri servizi, il governo ha così chiesto all’autorità giudiziaria competente l’accesso agli atti, ovvero al verdetto in cui, nero su bianco, il giudice Marco Villa spiega le ragioni per cui lo scorso gennaio a Lugano la Corte delle assise criminali, da lui presieduta, ha giudicato colpevole di coazione sessuale il 59enne ex funzionario del Dipartimento sanità e socialità, condannandolo a una pena pecuniaria di 120 aliquote, ciascuna da 60 franchi, sospesa con la condizionale. «Abbiamo chiesto la sentenza, siamo ora in attesa di una risposta», conferma, da noi interpellato, il consulente giuridico del Consiglio di Stato Francesco Catenazzi.

Verdetto e motivazioni scritte sono stati intimati poco più di due settimane fa all’accusa e alle difese. Sia la prima che le seconde avevano comunque già annunciato appello. Dunque sia la procuratrice pubblica Chiara Borelli, che aveva rinviato il 59enne a giudizio anche per violenza carnale. Sia l’avvocato Niccolò Giovanettina, difensore del già funzionario (licenziato dal Consiglio di Stato alcuni giorni prima dell’apertura del processo), del quale aveva sollecitato il proscioglimento su tutta la linea. Sia l’avvocato Carlo Borradori, patrocinatore delle accusatrici private: tre giovani donne, di cui una all’epoca dei fatti, una quindicina di anni or sono, era appena maggiorenne. Due di loro, l’allora operatore del Dss, che per lo Stato si occupava di politiche giovanili, le aveva conosciute nell’ambito di una piattaforma, aperta ai giovani, della quale fungeva da coordinatore/segretario. Una giovane era invece stagista nel medesimo ufficio del Dipartimento dove lavorava l’imputato. Ma il governo non intende aspettare l’eventuale giudizio di secondo grado. Il suo interesse per la sentenza di prima istanza, oltre cento pagine, è per i rilievi fatti nel gennaio scorso in aula penale dal giudice Villa al momento di pronunciare il dispositivo, quando ha dichiarato che nel 2005 una delle vittime “aveva chiesto aiuto a un alto funzionario”, che però “non ha preso provvedimenti affinché l’imputato non potesse più ripetere certi comportamenti”. Dalla visione delle motivazioni scritte della sentenza si dovrebbe sapere di più al riguardo.

«Non siamo magistrati e dunque non spetta a noi pronunciarci sulla posizione penale dell’imputato – riprende l’avvocato Catenazzi –. Per contro, alla luce di questa sentenza il governo potrà stabilire se occorra già adottare qualche correttivo sul piano amministrativo e, in ogni caso, quale direzione dare agli accertamenti sempre di natura amministrativa che sono stati avviati. Inoltre potrà raccogliere quegli elementi che gli consentiranno di rispondere agli atti parlamentari pendenti, tenendo ovviamente conto, con riferimento al procedimento penale, della separazione dei poteri. Ricordo comunque che la richiesta di accesso agli atti una volta intimate le motivazioni scritte era un passo già preannunciato dal governo».

Ma ci sarà un processo in secondo grado, davanti alla Corte di appello e revisione penale? Come detto, la pubblica accusa, l’imputato e due delle tre accusatrici private hanno annunciato appello, un passo per riservarsi il diritto di ricorrere dopo aver letto le motivazioni scritte della sentenza di primo grado. Contattato dalla ‘Regione’, l’avvocato Giovanettina, legale dell’ex funzionario, afferma che «i termini scadono mercoledì (domani ndr.) e non abbiamo a oggi preso ancora una decisione».

Le reazioni, Dadò e Bignasca: ‘Sì a una sottocommissione’. Farinelli: ‘Prima approfondiamo’

«Il Consiglio di Stato deve assolutamente fare chiarezza, e io sono pronto a fare un’interpellanza in cui riproporrò nuovamente le domande a cui non è ancora stata data una risposta. Hanno detto di voler aspettare le motivazioni della sentenza, bene, ora ci sono». È netto Fiorenzo Dadò, presidente del Ppd, nel ritornare alla carica. È netto anche nell’aggiungere: «La mia idea di istituire una Sottocommissione abusi sessuali in seno alla commissione parlamentare della Gestione è ancora in piedi, e ne chiederò la sua creazione indipendentemente dalle risposte del governo a seguito della lettura delle motivazioni della sentenza su questo caso specifico. Perché quello di cui stiamo parlando è un caso, appunto: chi ci dice che sia l’unico?». E il deputato del Ppd è disposto ad andare fino in fondo, affermando che «se i partiti non faranno la necessaria chiarezza, se non si impegneranno in questo senso, noi siamo disposti a usare tutti gli strumenti di cui la democrazia dispone, a partire dalla possibilità di lanciare una petizione e portare le firme».

«È giusto che i granconsiglieri sfruttino tutti i mezzi a loro disposizione per fare chiarezza su questo tema», rileva Boris Bignasca, deputato della Lega che ha presentato a inizio febbraio un’interpellanza in cui chiedeva chi e quanti fossero a conoscenza dei casi di abusi denunciati all’interno del Dipartimento sanità e socialità. E se sulla sottocommissione proposta da Dadò arriva «un sostegno» da Bignasca, a porre uno stop è il capogruppo del Plr Alex Farinelli. Che ricorda: «Prima di istituire una sottocommissione secondo me sarebbe più opportuno che, come Commissione della gestione, incontrassimo il governo. Questa mi pare una buona occasione per fare la giusta chiarezza, per rendersi conto di cosa è stato fatto negli ultimi anni per evitare che questi fatti, queste reticenze si verificassero di nuovo. In base alle risposte che verranno date, la Gestione potrà prendere con più serenità e cognizione le proprie decisioni». Per Farinelli, insomma «bisogna avere assoluta conoscenza di quanto successo, prima di prendere una decisione. Mettendo ordine nei fatti, e sentendo il Consiglio di Stato, potremo averla».

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