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12.09.2018 - 10:170

Scuola che verrà, tre ragioni per un sì o un no

La sperimentazione, al voto il 23 settembre, nel confronto tra la presidente della Conferenza cantonale dei genitori Anna De Benedetti Conti (favorevole) e la deputata della Lega Lelia Guscio (contraria)

Il 23 settembre si vota sul credito da 6,7 milioni per la sperimentazione della riforma della scuola dell’obbligo. Tra i punti forti i laboratori a metà classe, la codocenza negli atelier e l’abolizione dei livelli. Anna De Benedetti Conti, presidente della Conferenza cantonale dei genitori: ‘Metodi didattici che hanno già dimostrato la loro efficacia’. Lelia Guscio, docente e deputata leghista: ‘Ma si livella verso il basso’.

Tre ragioni per votare sì, rispettivamente no, il prossimo 23 settembre.

Anna De Benedetti Conti: La prima è che si tratta di una sperimentazione con un inizio e una fine: al termine vengono valutati i risultati di quanto sperimentato; secondariamente, c’è un’estensione di metodi didattici che hanno già dimostrato la loro efficacia dal punto di vista dell’apprendimento e del trasferimento delle conoscenze dal docente all’allievo, penso in particolar modo ai laboratori previsti in otto materie; terzo elemento: il supporto che viene dato alle scuole elementari, con un insegnante d’appoggio ogni otto classi, che permette al docente titolare di fare attività diverse e di confrontarsi; e il supporto alle scuole dell’infanzia con docenti di ginnastica e di musica in quei comuni in cui ancora non ci sono. Lelia Guscio: Parto dalla premessa che una riforma dopo 40 anni va fatta, ma non in questo modo. Si sta procedendo con un iter sbagliato: sarebbe stato opportuno interpellare tutti gli attori in campo, compresi genitori, allievi e popolazione. Secondariamente, c’è il pericolo (che è più di un pericolo) che dopo i tre anni di sperimentazione si passi subito all’implementazione, anche perché non è chiaro chi analizzerà i risultati. Del resto non sarà una valutazione facile, perché occorrerà giudicare tre modelli: quello attuale, quello del Dipartimento dell’educazione [classi dei laboratori divise per ordine alfabetico] e quello del Plr [classi dei laboratori divise per competenze, ndr], il tutto con solo quattro sedi di scuola media coinvolte nella fase test. Infine, laboratori e atelier portano a troppa frammentazione nell’orario scolastico: è inopportuno anche per gli allievi.

Eppure come Lega nel 2014 avevate appoggiato la richiesta dei Verdi di abolire i livelli, oggi trasformatasi in uno degli elementi cardine della ‘Scuola che verrà.’..

Guscio: Personalmente non sono a favore dell’abolizione. Non è per mettermi contro il mio partito, ma a mio avviso i livelli sono necessari perché bisogna pur sempre distinguere tra lo studente che riesce meglio e quello che ha difficoltà.

La Conferenza dei genitori riteneva necessaria una riforma oppure la scuola media poteva andare avanti così com’è?

De Benedetti Conti: Direi che è un fatto consolidato, almeno tra i genitori, che la scuola media debba essere rinnovata (e non rifatta). C’è stata un’evoluzione tecnica alla quale va affiancata un’evoluzione metodologica di insegnamento. I laboratori non sono un salto nel vuoto: li sperimentiamo già nelle scuole e hanno un grado di apprezzamento elevatissimo tra gli studenti, e di conseguenza, tra i genitori. Perché diciamocelo chiaro: più i ragazzi lavorano a scuola, meno lo dovranno fare a casa. Gli atelier, poi, sono un elemento che da sempre i genitori sollecitano, perché servono a insegnare ai ragazzi come studiare. Guscio: Non condivido. Gli atelier prevedono la co-docenza e quindi il potenziamento del servizio di sostegno pedagogico. È poco comprensibile perché ciò sia necessario e perché occorra ricorrere alla forma degli atelier.

I genitori dei ragazzi più bravi desiderano che questi possano sviluppare al meglio le proprie potenzialità. Chi è contrario all’abolizione dei livelli sostiene che ciò non sarà più possibile. Come replica?

De Benedetti Conti: I laboratori già oggi esistenti dimostrano come sia possibile per un bravo docente trasmettere l’amore per la materia e quindi la voglia di approfondire. Chi è bravo, potrà avere la marcia in più. Non sono pochi i genitori che sostengono il modello Plr, soprattutto quelli che pensano di avere dei figli bravi. Se dovesse passare il credito, c’è la possibilità di verificare se la suddivisione in gruppi per competenze ha un valore aggiunto in termini di apprendimento, oppure se il modello Decs funziona. In economia dicono che il valore aggiunto sta nella differenza. Staremo a vedere. Noi genitori siamo i primi a voler verificare questo aspetto.

Il timore dei referendisti è che dalla sperimentazione si passi subito all’implementazione. Ma non è nella logica delle cose testare una riforma per capire se funziona o no?

Guscio: Ricordo che la sperimentazione della scuola media unica è stata molto breve. Il nostro timore è che a distanza di 40 anni accada la stessa cosa. Inoltre, resta nebuloso un aspetto importante: chi valuterà e come verranno valutati i risultati. Su 36 sedi di scuola media, sarà sperimentata in 4: un campione molto limitato. De Benedetti Conti: Già oggi la nostra scuola fa test standardizzati per valutare le competenze degli alunni. La maggioranza del Gran Consiglio ha voluto che l’analisi della sperimentazione venisse affidata a un ente esterno. Ci sono poi degli aspetti tecnici di organizzazione che non sono da sottovalutare e che vanno testati: un conto è fare quattro laboratori, un conto otto. Quarant’anni fa i corsi A e B hanno avuto l’esito che ci si aspettava. Oggi sono superati: non offrono più quello per cui sono nati. Guscio: Non bisogna tuttavia andare fieri dell’alto tasso di licealizzazione che abbiamo in Ticino. Più del 30% boccia il primo anno. Occorre promuovere l’apprendistato e impedire che alcune ditte non assumano chi ha fatto il livello B.

De Benedetti Conti: La Conferenza organizza dei tour per genitori a Espoprofessioni con l’ufficio dell’orientamento scolastico e professionale, sostenendoli nel conoscere le filiere professionali, che sono oltre duecento. Sono però le aziende che scartano i ragazzi coi corsi B... Ritengo che un Cantone debba essere fiero di avere un livello di istruzione elevato, tra cui l’alto tasso di laureati, perché questo innalza il livello culturale di un Paese. Secondo: gli studenti che bocciano sono quelli che escono deboli dalle medie coi corsi A: pensano di avere delle competenze ma cadono come pere accanto all’albero alle prime difficoltà, sia perché non hanno un metodo di studio appropriato, sia perché hanno sopravvalutato le loro reali capacità proprio a causa dell’attuale sistema dei livelli.

Signora De Benedetti Conti, lei prima parlava di un adeguamento necessario della scuola a un mondo che sta cambiando velocemente, soprattutto per la rapida evoluzione delle tecnologie. La scuola però vuol dire anche contenuti...

De Benedetti Conti: Ma i contenuti non sono in votazione. Il 23 non si vota sul Piano di studio della scuola dell’obbligo. I cittadini saranno chiamati ad esprimersi non su cosa si studia, bensì su come si studia. E meglio, su un credito che permetterà di testare una riforma che mira a rinnovare appunto il modo in cui si studia e “si fa scuola”.

Da questo punto di vista, signora Guscio, ‘La scuola che verrà’ dà ai docenti la possibilità di lavorare, per quel che riguarda i laboratori, a classi dimezzate. Risulta allora difficile capire il motivo per cui un’insegnante, quale lei è, sia dalla parte dei contrari alla sperimentazione, visto che quella della riduzione degli allievi per classe è da tempo una rivendicazione dei docenti.

Guscio: Non discuto i vantaggi, per l’insegnamento e l’apprendimento, derivanti da una clas- se con un numero ridotto di allievi. Mi lasciano però molto perplessa le modalità con le quali si intendono separare le classi nei laboratori: questa frammentazione provocherebbe disagi alle famiglie. De Benedetti Conti: Ma no! La riforma non cambia il numero di ore e orari. Si tratta di una riorganizzazione interna. Lei, signora Guscio, allude alla prima versione del progetto elaborato e posto in consultazione dal Decs, che aveva infatti delle griglie orarie per le quali bisognava avere per così dire sette lauree in pedagogia per capirne il funzionamento. Tant’è che voi docenti siete stati i primi a sollevare delle obiezioni. Ora, le riforme le propongono i tecnici del Dipartimento, vengono poi messe in consultazione (anche la Conferenza cantonale dei genitori ha potuto esprimersi) e se del caso modificate. Ebbene, il modello che si vuole sperimentare ha seguito questo percorso, un percorso perfettamente normale. Dire no alla sperimentazione di questo modello volto a rinnovare il modo in cui si insegna nella scuola dell’obbligo sarebbe un atto di egoismo. Un non voler investire sul futuro dei nostri figli.

Parole forti.

Guscio: Io non metto in dubbio il fatto che la scuola dell’obbligo abbia bisogno di essere rinnovata e che quindi occorra investire nel futuro delle prossime generazioni. Ma anche la versione della riforma uscita dalla seconda consultazione non mi convince. Ed è pur sempre il frutto di un compromesso, peraltro solo fra alcuni partiti. Perché funzionino, credo che i progetti di rinnovamento della scuola debbano godere del più ampio consenso possibile. Tanti docenti, oltretutto, non condividono neppure il progetto che Decs e maggioranza del Gran Consiglio chiedono di sperimentare. Insomma, bisogna sicuramente investire sul futuro dei nostri figli ma questa riforma, secondo noi referendisti, non è quella giusta.

Va tuttavia dato atto al Dipartimento di aver rivisto il progetto in una serie di punti. Ha lasciato per esempio la media del 4,65 per accedere al liceo. Da parte del Decs c’è stato, nei fatti, lo sforzo di arrivare a soluzioni il più condivise possibile. A un certo punto non ci si può accontentare?

Guscio: Senza pretendere di rendere la scuola competitiva, occorre però anche premiare a un dato momento chi ha maggiori competenze. Da questa riforma esce una scuola troppo egualitaria. C’è la parità di partenza, cosa su cui sono d’accordo, ma soprattutto c’è la parità all’arrivo, cosa su cui invece non sono assolutamente d’accordo. Il pericolo? Un livellamento verso il basso. Gli studenti più dotati, quelli più portati per lo studio, verranno in un certo senso umiliati.

Parità all’arrivo e livellamento verso il basso: scenari plausibili, signora De Benedetti?

De Benedetti Conti: Equità non vuol dire uguaglianza. Equità significa dare ad ognuno, a ciascun allievo, ciò di cui ha bisogno. Il bambino o il ragazzo più bravo quanto a rendimento sarà stimolato, con questa riforma, a fare di più. Mentre l’allievo che faticherà sarà più seguito di oggi. Per giudicare un allievo, inoltre, non ci si limiterà a una nota: i docenti si pronunceranno anche sulle sue competenze. Un esempio: 4,5 in italiano, a questa nota saranno accompagnate considerazioni come: “L’allievo sa esprimere bene il proprio pensiero. In ortografia è un po’ debole”. Sono indicazioni sulle reali capacità dell’alunno. La nota sarà ‘riassuntiva’, ma le competenze verranno specificate.

L’Udc non ne fa mistero: il 23 vuole che passi il no per profilarsi in vista delle elezioni cantonali 2019. Da docente, signora Guscio, non le dà fastidio che la scuola possa venir strumentalizzata a fini elettorali?

Guscio: In Gran Consiglio vedo colleghi in perenne campagna elettorale, ma su questo tema colgo nei contrari preoccupazioni diverse da quelle elettorali. E comunque il rischio di strumentalizzazioni in tal senso c’è in teoria su qualsiasi tema importante. Non lanciamo allora più nessun referendum.

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