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Christian Vitta (Ti-Press)
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16.09.2021 - 22:45
Aggiornamento : 17.09.2021 - 07:26

Salario dignitoso, Christian Vitta: stop alle derive

Il direttore del Dfe: ‘Da dicembre i Ccl non validamente sottoscritti dovranno adeguarsi alle legge cantonale’. Stamane l’ncontro con Ocst e Unia

Si sono ritrovati a tu per tu già di prima mattina, oggi, giovedì, dentro le stanze di Palazzo delle Orsoline. Su un lato del tavolo i responsabili di Ocst e Unia, sull’altro il direttore del Dipartimento delle finanze e dell’economia (Dfe), Christian Vitta. Un incontro snello, quello messo in agenda in poche ore, e a quanto pare franco per un problema che pesa come un macigno sul mondo del lavoro ticinese e sulle maestranze. Di mezzo ci sono infatti il rispetto del salario minimo e il valore del lavoro. Ovvero una norma di legge che da dicembre sarà realtà in Ticino e un principio sacrosanto. Lasciato l’incontro, nessuno si è sbottonato su ciò che si sono detti, almeno sul fronte sindacale. Il momento è di quelli delicati, anche se una risposta urge ora più che mai. I primi ad attenderla, del resto, sono proprio loro, i lavoratori di Plastifil a Mendrisio, Ligo Electric a Ligornetto, e Cebi (l’ex Mes-Dea) a Stabio; i veri protagonisti di questa vicenda. Quegli stessi operai di tre industrie manifatturiere del Mendrisiotto che i vertici hanno posto davanti a un Contratto collettivo di lavoro (Ccl) - quello di Ticino Manufacturing - che di fatto elude l’introduzione dei fatidici 19 franchi l’ora. A quanto pare, però, pure loro dovranno armarsi di pazienza dopo quella che, di sicuro, è stata una lunga settimana. La posta in gioco, in effetti, è alta: ne va della dignità salariale. Era solo giovedì scorso quando, ai cancelli della Cebi a Stabio, Ocst e Unia lanciavano una richiesta pressante quanto diretta all’indirizzo del Consiglio di Stato, sollecitato a intervenire. Appello che è stato subito raccolto. In ogni caso i sindacati storici oggi si sono presentati alla riunione con in tasca un chiaro obiettivo: far annullare i Ccl nelle tre aziende del Distretto.

‘Chi non è in regola dovrà adeguarsi’

E sul versante del Dfe? «Alla luce anche del caso delle tre ditte del Mendrisiotto - afferma Christian Vitta, interpellato dalla ‘Regione’ -, si è discusso di come affrontare queste settimane di avvicinamento al mese di dicembre, allorché entrerà in vigore la legge sul salario minimo, e di come gestire il dopo per evitare derive rispetto a quanto stabilisce la normativa cantonale. A ogni modo - preannuncia il direttore del Dipartimento finanze ed economia - da dicembre, quando partiranno i controlli dell’autorità che vigilerà sull’applicazione della legge, se si constateranno contratti di lavoro non validamente sottoscritti dalle parti, verrà a cadere l’eccezione contemplata dalla normativa: in questi casi, le aziende dovranno quindi adeguarsi subito al salario minimo legale, non potendo più appellarsi alla deroga per i Ccl prevista appunto dalla legge».

L’incontro, prosegue Vitta, «si è svolto in un clima costruttivo e interlocutorio. Nella discussione coinvolgerò ovviamente anche le associazioni padronali, che come i sindacati Unia e Ocst hanno fatto parte a suo tempo del gruppo di lavoro che ha partecipato all’elaborazione del progetto di legge sul salario minimo». Sulla questione se ne saprà di più la settimana prossima, quando il capo del Dfe interverrà nella quasi sicura discussione generale preannunciata in parlamento.

Iniziative: due strade, un obiettivo

A chiederla sarà il deputato del Movimento per il socialismo Matteo Pronzini, come da lui anticipato alla ‘Regione’ (vedi l’edizione di oggi). Sulla vicenda delle tre ditte del Mendrisiotto firmatarie di un contratto con un salario ben al di sotto di quello minimo legale, l’Mps ha già inoltrato un’interpellanza e un’iniziativa parlamentare che propone la cancellazione della lettera i) dell’articolo 3 della Legge sul salario minimo, la lettera che contempla la deroga anche per i contratti collettivi di lavoro. Ovvero: la legge non si applica “ai rapporti di lavoro per i quali è in vigore un contratto collettivo di lavoro di obbligatorietà generale o che fissa un salario minimo obbligatorio”. Dal canto suo, il Partito socialista ha fatto sapere che lancerà un’iniziativa popolare per togliere dall’articolo 13 della Costituzione ticinese - inserito nella Carta dopo l’approvazione in votazione popolare, il 14 giugno 2015, dell’iniziativa dei Verdi - la deroga per i Ccl, affinché gli importi fissati in quest’ultimi vengano adeguati al salario minimo indicato dalla legge. Insomma, stesso obiettivo, ma strade diverse per cercare di conseguirlo: l’Mps punta alla modifica della legge, il Ps a quella della Costituzione. Con la seconda strada che potrebbe rivelarsi molto più lunga di quella imboccata dall’Mps. La maggioranza dei partiti presenti in Gran Consiglio ha già manifestato la propria disponibilità ad accogliere l’istanza di Pronzini: salvo sorprese, sarà dunque dibattito generale in parlamento, con ogni probabilità martedì.

Sergi (Mps): ‘La Costituzione non verrebbe violata’

Nel frattempo sul tema interviene nuovamente il coordinatore dell’Mps Giuseppe Sergi. Che a proposito dell’articolo costituzionale scrive: “Leggiamola bene questa disposizione che chiude l’articolo 13 della Costituzione cantonale: ‘Se un salario minimo non è garantito da un contratto collettivo di lavoro (d’obbligatorietà generale o con salario minimo obbligatorio), esso è stabilito dal Consiglio di Stato e corrisponde a una percentuale del salario mediano nazionale per mansione e settore economico interessati’“. Questo paragrafo finale, evidenzia Sergi, “arriva dopo la parte iniziale del capoverso 3 dell’articolo 13 che prevede: ‘Ogni persona ha diritto a un salario minimo che le assicuri un tenore di vita dignitoso’. Ora, ci pare assodato che se la Legge fissa un salario considerato ‘dignitoso’ (facendo astrazione in questo momento dal fatto che la legge approvata - 19 e rotti franchi che potranno essere 20, cioè 3’360 franchi, per 13 mensilità - a nostro avviso non sfiora nemmeno la ‘dignità’), non può in nessun modo prevalere una ‘dignità’ di valore inferiore a quanto stabilito dalla legge. Pensiamo - aggiunge il coordinatore dell’Mps - che in un paese come la Svizzera, con un Tribunale federale al servizio, come sempre, dell’ordine e del potere padronale costituito, questo ragionamento avrebbe potuto, di fronte a un ricorso, avere grandi possibilità di successo. Questo avrebbe dovuto spingere il Gran Consiglio a legiferare senza concedere possibilità di deroga”.

Sulla medesima lunghezza d’onda la dichiarazione rilasciataci mercoledì dal capogruppo socialista in Gran Consiglio Ivo Durisch a proposito dei possibili correttivi dopo il caso delle tre aziende: “Certo, la via legislativa (modifica della legge sul salario minimo, ndr) sarebbe teoricamente più celere e l’articolo costituzionale che contempla la deroga per i Ccl potrebbe lasciarci qualche margine di manovra, dato che sancisce in modo chiaro il diritto - preminente - di tutti a un salario minimo dignitoso”. Ricontattato dopo le considerazioni di Sergi, il capogruppo del Ps commenta: «Su questo punto concordo con Sergi, perché questa deroga per i Ccl esplicitata nella legge vanifica la volontà dei cittadini che con l’approvazione, nel 2015, dell’articolo 13 della Costituzione hanno chiesto e chiedono un salario minimo dignitoso per ogni persona».

Aspettando il Tribunale federale

Da ricordare che dallo scorso anno sono pendenti al Tribunale federale due ricorsi - inoltrati da complessivamente undici ditte del Sottoceneri, in prevalenza del Mendrisiotto, fra cui le tre al centro delle polemiche di questi giorni - che contestano la Legge sul salario minimo, legge di applicazione dell’articolo costituzionale, varata dal Gran Consiglio l’11 dicembre 2019. Il Consiglio di Stato, nelle proprie osservazioni, ha chiesto a Mon Repos di respingere le tesi dei ricorrenti. Si attende la sentenza del Tf. E potrebbe essere - nella speranza che venga emessa in tempi brevi - una sentenza importante ai fini del dibattito politico in corso.

’No comment’ dai sindacati Ocst e Unia

Tornando all’incontro odierno, sono parole importanti quelle pronunciate dal Consigliere di Stato, che di sicuro avranno un peso. Dal canto loro, hanno, per contro, preferito (per ora) fare un passo indietro i sindacati storici. Raggiunto qualche ora dopo la fine dell’incontro, Giorgio Fonio, al tavolo per l’Ocst quale segretario per il Mendrisiotto, si limita a pronunciare un laconico «no comment». Sulla stessa linea anche Vincenzo Cicero, co segretario responsabile della Sezione Sottoceneri di Unia: «Questa volta non rilasciamo ulteriori dichiarazioni o commenti - ci dice -. Restiamo in attesa di ciò che accadrà». Il primo atto, come detto, andrà in scena lunedì in Gran consiglio. Ma di certo la partita si giocherà pure in seno al gruppo di lavoro sul salario minimo.

Tre industrie, un caso

Oltre a scuotere le istituzioni, la politica e l’opinione pubblica, l’operazione messa in campo dentro le mura dei tre stabilimenti del Mendrisiotto, d’altra parte, ha portato alla luce non solo le lacune della legge sul salario minimo, ma altresì una realtà imprenditoriale rimasta sempre un po’ sottotraccia. Realtà su cui si sono innestate due organizzazioni come TiSin e Ticino Manufacturing. E qui resistono alcuni interrogativi ai quali né l’incontro stampa con Nando Ceruso di martedì, presidente di TiSin, né la presa di posizione di Ticino Manufacturing (per voce del suo presidente Costantino Delogu) del giorno precedente hanno dato tutte le risposte. Insomma, l’associazione nata solo un anno e mezzo fa per difendere il lavoro in Ticino - al suo interno due esponenti della Lega come Boris Bignasca e Sabrina Aldi - è e agisce come un sindacato? Ma soprattutto, i contratti messi in mano ai lavoratori sono validi, come legge comanda? Per i sindacati storici la risposta è scontata. Qui però a essere cruciale sarà il ruolo dell’ispettorato del lavoro.

In fabbrica c’è disorientamento

A essere in attesa degli sviluppi, lo ribadiamo, sono pure i lavoratori che ogni giorno varcano i cancelli dei tre stabilimenti momò. È stato detto loro che senza quel Ccl il futuro avrebbe riservato lettere di licenziamento e il rischio di delocalizzazione di intere linee produttive. Oggi però sono disorientati più di ieri. E le paure non sono svanite, anzi. «Che clima si respira? Siamo spaesati. Ormai viviamo giorno per giorno - ci fanno capire alcuni dei dipendenti -. Ci chiediamo cosa succederà». In una delle aziende dopo aver recapitato delle disdette, adesso si fanno i conti con la mancanza di personale. «Eravamo già tirati con il personale - spiegano alcuni - e hanno licenziato, e ridistribuito a chi è rimasto altre mansioni. E ora quando non c’è forza lavoro si arriva anche a fermare una delle linee produttive: una cosa mai vista. Come si fa a non avere la sensazione che stiano per chiudere?». Il quesito resta sospeso. Anche perché tutto è successo dopo che il caso è scoppiato in mano a ditte e organizzazioni.

E delle migliorie promesse? Neanche l’ombra, lasciano intendere gli operai. «Aspettiamo di vedere la prossima busta paga». Il Ccl appena sottoscritto, infatti, ha effetto retroattivo al primo di settembre. Per il momento, comunque, non è che le qualifiche vengano riconosciute (come vantato); e poi c’è la prassi del cambio che, come ci dice ancora un lavoratore, si porta via in media un 10 per cento al mese sul salario. E in fabbrica girano già voci che altre industrie erano pronte ad accodarsi alla cordata.

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