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Il dibattimento si è tenuto questa mattina a Locarno (archivio Ti-Press)
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02.03.2021 - 15:04
Aggiornamento: 18:52

Stabio, ha tentato di ucciderlo o lo voleva spaventare?

I fatti del marzo 2018 davanti alla Corte di Appello e revisione penale. In primo grado l'imputato è stato condannato a 3 anni e 9 mesi di carcere

Ha intenzionalmente tentato di uccidere il suo vicino di casa in tre occasioni o lo voleva solo spaventare? È questa la domanda a cui deve rispondere la Corte di Appello e revisione penale presieduta dal giudice Angelo Olgiati che, questa mattina, ha ripercorso i fatti avvenuti a Stabio, nel pomeriggio del 9 marzo 2018. La Corte delle Assise criminali presieduta dal giudice Mauro Ermani aveva riconosciuto colpevole l’imputato di ripetuto tentato omicidio e lo condannato a 3 anni e 9 mesi di detenzione e a 90 aliquote giornaliere. L'imputato, oggi 77enne, è stato esentato dal dibattimento odierno a causa del «suo grave quadro depressivo» emerso a seguito del primo processo che lo ha portato a due tentativi di gesto estremo. La Corte comunicherà la sentenza alle parti nelle prossime settimane.

‘Fatti inaspettati e quasi incredibili’

A fare da contorno a quanto accaduto a Stabio ci sono problemi di vicinato. Culminati, come ricordato dalla Procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis che ha chiesto la «conferma integrale» della prima condanna ritenuta «equa e non eccessiva», per i fatti «inaspettati è quasi incredibili da credere se non fossero stati documentati dalla videosorveglianza dello stabile» avvenuti tra le 16.40 e le 16.45 del 9 marzo di tre anni fa. «Un agire che non può non essere definito non grave e di poco conto» perché «per uccidere non è necessario travolgere una persona, basta urtarla e farla cadere: stiamo parlando di 1000 o 2000 chili che vanno contro una persona». L’azione è iniziata quando la vittima – 47 anni all’epoca dei fatti, oggi domiciliato nel Sopraceneri – ha accostato per far scendere la moglie. Dopo un primo contatto fisico tra i due (durante il quale l’imputato ha avuto la peggio: cadendo a terra, si scoprirà a distanza di giorni, ha riportato la frattura di una vertebra), l’imputato è salito sulla sua auto «e si è diretto con decisione e a una velocità stimata in 25-30 chilometri orari verso la sua vittima, che in quel momento era al telefono e solo all’ultimo secondo si è spostato», ha ricostruito Canonica Alexakis. Meno di due minuti dopo la scena si è ripetuta. Anche in questo caso il 47enne si è spostato e ha ‘risposto’ con un calcio alla vettura. Ne è seguito un secondo tentativo andato a vuoto. «Una nuova retromarcia e una repentina partenza hanno portato all'investimento della vittima, schiacciata tra due vetture, che miracolosamente è rimasta quasi del tutto illesa». Per l'accusa questo è stato «un comportamento appropriato per cagionare la morte di una persona. Due tentativi a vuoto, seguiti da un terzo, sono la prova della volontà di ucciderlo e una testimone ha dichiarato che “lo ha mirato”». Canonica Alexakis ha inoltre evidenziato che il 77enne «non si è curato della salute del suo antagonista e lo ha minacciato dicendogli che “questa volta è andata così”». L'inchiesta effettuata a seguito dei fatti ha fatto emergere che l'imputato non sarebbe nuovo a comportamenti analoghi. «Piuttosto che segnalare – ha concluso Petra Canonica Alexakis – preferisce farsi giustizia da solo seduto nella sua automobile».

‘Nessun elemento per stabilire la velocità’

Così come nel primo processo, l'avvocato Gaia Zgraggen si è battuta per una condanna a 12 mesi sospesi per lesioni semplici. Quella di primo grado «è una pena eccessiva» considerata «una colpa leggera-media». Per la difesa la prima Corte «ha effettuato un errore di apprezzamento sostenendo che la vettura procedeva a una velocità piuttosto sostenuta, senza che ci siano elementi per stabilirlo – ha sostenuto la legale –. La prova che non andava così veloce è che la vittima sia riuscito a scansarsi». Nella sentenza di primo grado, ha aggiunto Zgraggen, «non è stato calcolato che quando l'impatto c'è effettivamente stato, dietro al 47enne c'era una vettura che gli avrebbe impedito di essere travolto e che l'impatto gli avrebbe potuto procurare una lesione alle gambe, che non sono organi vitali». A mente della difesa, la Corte delle Assise criminali «non ha analizzato il contesto in cui i fatti sono avvenuti». Una dinamica sviluppatasi «in un parcheggio privato, ma non sul rettilineo: come il 77enne ha sempre sostenuto, l'intenzione era quella di metterlo in un angolo, non di colpirlo o travolgerlo».

Danni fisici e psichici

Il 47enne, come anticipato, ha lasciato l'appartamento di Stabio poco dopo i fatti di tre anni fa. Quanto accaduto «gli ha procurato danni fisici e psichici» culminati in alcuni ricoveri. Evidenziando «un'attitudine palesemente punitiva, efferata e tenace» dell'imputato, «che non ha mostrato parole di pentimento o scuse», l'avvocato Sebastiano Pellegrini ha presentato una domanda di risarcimento per torto morale di 7'500 franchi. Richiesta a cui la difesa si oppone. 

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