Luganese
‘Nessuna truffa’, la difesa chiede il risarcimento
Per l’avvocata Laura Rigato, il suo assistito è solo un imbonitore, va scarcerato. Contestate le accuse, ‘senza riscontri oggettivi’
L’imputato non è come è stato dipinto nell’atto d’accusa
(Ti-Press/Archivio)
11 novembre 2022
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Alessandro Cipollini non è l’uomo dipinto dalla procuratrice pubblica, che ha tentato di screditarlo. Il 42enne, professionalmente attivo nel settore finanziario, «non è un truffatore, casomai è un imbonitore, una persona che si impegna e lavora». La sua legale, Laura Rigato, stamattina, ha ricordato che l’imputato era a Zurigo, quando ha saputo del fermo dell’avvocato Grandini ed è tornato a Lugano, dove è stato arrestato e posto in detenzione. Nell’arringa, la tesi difensiva ha snocciolato una serie di argomenti mirati a smontare le accuse sostenute dalla procuratrice pubblica Chiara Borelli, che ieri ha formulato una richiesta di pena di quattro anni e cinque mesi di carcere più l’espulsione dalla Svizzera per dieci, definendo l’imputato un pericolo per l’ordine pubblico.

Il 42enne non è come dice Borelli

Nulla di tutto ciò. Tanto che Rigato, per il suo assistito, «la cui carcerazione è durata troppo (dal 16 dicembre del 2021)», ha chiesto una pena non superiore ai sei mesi di reclusione sospesi, al beneficio della condizionale, e 50’000 franchi, quale risarcimento per ingiusta carcerazione e spese legali per la difesa. L’avvocata ha cercato di convincere la Corte delle Assise criminali di Lugano ad assolvere il 42enne dalle accuse di ripetuta truffa (per mestiere) e di infrazione alla Legge federale sugli stranieri, con inganno alle autorità. Di quest’ultimo reato, ha continuato l’avvocata, Cipollini non si è macchiato, visto che «non ha allestito lui i certificati di salario, né ha inoltrato la domanda alla Sezione della Migrazione». Il 42enne deve essere prosciolto anche dall’accusa di truffa, ha proseguito Rigato, siccome «non ci sono riscontri oggettivi a sostegno delle accuse, che quindi sono oggettivamente arbitrarie».

Perché non ci sono state verifiche?

Secondo l’avvocata, non c’è stata astuzia né inganno da parte di Cipollini, che non ha mai impedito ai veri interlocutori di effettuare i dovuti controlli. Eppure, ha fatto capo a persone professionali e a diversi studi legali accreditati. Rigato ritiene che il 42enne abbia allestito documenti falsi, in merito al testamento del nonno, per certificare quanto gli aveva raccontato quando era ancora in vita. «È stato un espediente per cercare di trovare udienza al Vaticano», ha sostenuto l’avvocata, secondo la quale, non è accettabile che i due legali luganesi abbiano riconosciuto come veri tali documenti. Era facilmente verificabile, ma non è stato fatto alcun controllo». Rigato tira in ballo Grandini che «ha redatto i falsi per conto di Cipollini e perciò è corresponsabile, non una vittima, visto che non ha fatto alcuna verifica». Nella replica, l’avvocato Luca Trisconi rimanda al mittente queste accuse: «Non è vero che non ha fatto verifiche, poi i certificati di salario falsi hanno ingannato anche le autorità cantonali. Il mio assistito è stato ingannato da una montagna di menzogne, sostenute anche dalla madre dell’imputato». Nella duplica, Rigato ha però ribadito il ruolo corresponsabile dell’avvocato luganese.

L’Hedge Fund esisteva, anzi no

Passiamo all’Hedge Fund. La legale di Cipollini ha insistito sui mancati controlli da parte degli accusatori privati. Accusatori che si pongono come vittime ma, secondo Rigato, erano soci di Cipollini e nei primi mesi della sua carcerazione si sarebbero fatti vivi per trovare un accordo, volendo la scarcerazione. In ogni caso, ha detto l’avvocata, «non sono parti lese, saranno chiamati a rispondere di fronte alle autorità inglesi, personalmente, di quanto capitato all’Hedge Fund». Questi aspetti dimostrano, agli occhi della legale, che «il fondo d’investimento esiste ed era tutto pronto per l’avvio dell’attività, prima che il suo assistito fosse arrestato e messo in detenzione». In sede di replica, la pp Borelli ha ribattuto che i soldi incassati non sono stati restituiti, mentre l’avvocato Paolo Bernasconi, rappresentante di due accusatori privati, ha detto che «le legittime richieste della difesa stravolgono il codice penale, le leggi finanziarie e la granitica giurisprudenza. È normale che le vittime, anche quando sono state già truffate, cerchino di riavere indietro i soldi. Non si può cominciare a raccogliere denaro prima di costruire il fondo».

Dal canto suo, l’imputato si è limitato a dire che «sono da 11 mesi in carcere, soffro e vorrei tornare a casa da mia moglie e dai miei figli».

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