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Ricostruito il delitto avvenuto il 17 dicembre 2019 alla pensione La Santa
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16.05.2022 - 16:07
Aggiornamento: 22:04

Omicidio Cantoreggi in Appello, per l’accusa è stato assassinio

La pp Tuoni ha richiesto 17 anni di carcere per il 35enne austriaco. La difesa: i ricorsi sono da respingere. Attimi di tensione fuori dall’aula

È tornato oggi davanti ai giudici il cittadino austriaco 35enne (nativo di San Gallo), in carcere da due anni e mezzo, autore del delitto di Matteo Cantoreggi, colpito ripetutamente con pugni e calci nella propria stanza della pensione La Santa di Viganello il 17 dicembre 2019. Dopo la condanna a 4 anni e 3 mesi inflitta lo scorso anno dalle Assise criminali di Lugano (presidente, il giudice Amos Pagnamenta) per il reato di omicidio per omissione, sia la procuratrice pubblica Valentina Tuoni – che per l’imputato aveva richiesto 17 anni di carcere per assassinio o, in subordine, omicidio intenzionale e l’espulsione dalla Svizzera per 15 anni – sia l’avvocato Stefano Pizzola, rappresentante degli accusatori privati (i familiari della vittima e la fidanzata, presenti in aula) hanno riformulato alla Corte di secondo grado le stesse richieste. Al termine del processo, fuori dall’aula, ci sono stati attimi di tensione tra alcuni familiari della vittima, che hanno inveito contro l’imputato e la sua legale.

Tre liti nella stanza dell’imputato, l’ultima è stata letale

La Corte di appello e revisione penale (presidente, il giudice Angelo Olgiati; giudici a latere, Ilario Bernasconi e Attilio Rampini e assessori giurati) ha ripercorso i momenti salienti di quella tragica giornata. L’austriaco risiedeva nella pensione dall’ottobre 2019, dove alloggiava in una stanza al secondo piano. Due stanze più in là, c’era quella di Matteo Cantoreggi. L’imputato ha ribadito che le giornate in pensione con Matteo e altri ospiti trascorrevano, salvo la terapia del mattino a Ingrado, «parlando di ogni argomento, consumando alcool e stupefacenti». C’erano stati diverbi con Cantoreggi?, ha chiesto il presidente della Corte. «Sì, 5-6 giorni prima del 17 dicembre, abbiamo avuto un primo litigio. Poi ne sono seguiti altri due. Quello che ricordo, ma non voglio fare confusione, è che dopo aver fumato una canna lui mi ha tirato uno schiaffo e gli ho detto di non più rifarlo. Lui l’ha rifatto. E io l’ho colpito con pugni e ginocchiate. Ha iniziato a sanguinare e l’ho portato fuori dalla mia stanza. Poi qualcuno lo ha portato nella sua camera e più tardi l’ho sentito russare. Il giorno dopo abbiamo fatto pace, anche perché non c’era motivo per litigare. Matteo era blu in faccia ma mi ha risposto che non era grave e che era abituato a picchiarsi e inoltre che non intendeva denunciarmi».

Ma i diverbi tra l’austriaco e Cantoreggi non si interrompono. Qualche giorno dopo, una seconda lite. La gerente della pensione aveva chiamato la polizia. «Lui era venuto a darmi fastidio nella mia stanza, voleva di nuovo litigare. Gli agenti ci hanno fatto il test dell’alcool. Abbiamo di nuovo fatto pace e la polizia se n’è andata». Il fatidico 17 dicembre 2019, il giorno della tragedia. «Si passava dalla sua alla mia camera a bere alcool e fumare canne. Io ero sul mio letto, se ricordo bene» – ha evocato l’imputato. «Matteo aveva appena litigato con un altro ospite e l’ho fermato. Poi siamo andati nella mia stanza, Matteo e l’altro erano sul mio letto, io in piedi. Matteo ha iniziato a darmi di nuovo fastidio, tirandomi calci sugli stinchi. A un tratto s’è alzato e voleva colpirmi con un pugno. Sono riuscito a schivarlo ma mi ha colpito con un dito nell’occhio e un altro pugno. A questo punto l’ho colpito con tre-quattro pugni in faccia ed è caduto sul letto. Poi l’ho trascinato fuori dalla stanza, dapprima in corridoio, poi nella sua stanza, per terra». Poi cosa ha fatto?, ha chiesto il giudice. «Sono tornato nella mia camera, con l’altro ospite, il quale mi ha suggerito, cosa che abbiamo fatto insieme, di spostare Matteo sul suo letto. Lo abbiamo messo sul fianco. Ho visto che aveva il viso insanguinato. Quindi siamo tornati nella mia stanza. Poi sono tornato nella camera di Matteo per restituirgli la sua cuffia. Dopo un po’ di minuti sono tornato da Matteo per sentirgli il polso e non si sentiva nulla. Ho chiamato l’altro ospite, che ha fatto lo stesso. Ho dunque chiamato l’ambulanza». L’esito è stato letale.

Per la pubblica accusa ha agito per dolo eventuale: è tutto ripreso dalle telecamere

La pp Valentina Tuoni ha ribadito la richiesta formulata nel primo grado: in via principale reato di assassinio e, in subordine, omicidio intenzionale per dolo eventuale. «L’imputato l’ha riempito di pugni anche quando era sul letto. L’imputato mente. Cantoreggi viene trascinato nell’atrio mentre è privo di coscienza, come un sacco, come una cosa e ancora un calcio viene inferto dall’imputato, che prova il disprezzo per la vittima. È tutto ripreso dalle videocamere. L’imputato – ha proseguito il magistrato – sa che si può morire soffocati dal proprio sangue, eppure lo ha abbandonato. Ha atteso 20 minuti prima di andare a vedere come stava Cantoreggi. È colpevole di omicidio per dolo eventuale: pur non volendolo, ha messo in conto, ha accettato che ciò potesse avvenire». La pp Tuoni ha chiesto alla Corte di valutare se, nel freddo ed egoistico comportamento adottato dal 35enne austriaco, non possa essere ammesso il reato di assassinio. «Cantoreggi non gli aveva fatto nulla, le botte vengono inferte perché non ha fatto quello che voleva lui, doveva obbedirgli». Identiche le richieste di pena formulate dal magistrato rispetto al primo grado: 17 anni di carcere e 15 di espulsione dalla Svizzera. Dodici anni di carcere, invece, se la Corte decidesse di ammettere l’omicidio intenzionale per dolo eventuale.

L’avvocato in rappresentanza degli accusatori privati, Stefano Pizzola ha dal canto suo spiegato che i familiari si sono sempre prodigati nell’aiutare Matteo, afflitto da lungo tempo da alcolemia. Il legale ha stigmatizzato come alla pensione La Santa gli ospiti non venissero per nulla controllati e potessero consumare alcolici e droga a piacimento. L’avvocato Pizzola ha spiegato che per i familiari la condanna di primo grado, 4 anni e 3 mesi, «è stata per loro un ulteriore shock» per la mitezza. Il legale ha ripercorso gli sms scritti dall’imputato, nei quali si vantava di aver picchiato Cantoreggi, «lungi dal preoccuparsi delle sorti della loro amicizia». Un altro punto messo in rilievo: le arti marziali praticate dall’austriaco di cui si vantava, tanto da garantire persino "protezione" ad alcuni ospiti della pensione. «Matteo è stato picchiato a morte, ucciso per motivi futili». L’avvocato Pizzola ha infine chiesto risarcimenti di 40mila franchi ognuno a favore del padre di Cantoreggi e della nonna».

La difesa: non c’era la volontà di uccidere

Nella sua arringa difensiva l’avvocatessa, Letizia Vezzoni, ha dichiarato che la sentenza di primo grado ha centrato la vicenda, escludendo sia l’assassinio sia l’omicidio intenzionale per dolo eventuale. «Non si può valutare il caso con una lucidità a posteriori, questo sarebbe sbagliato. Dobbiamo guardare la vicenda non con i nostri occhi, bensì con quelli dei protagonisti della vicenda». Non va inoltre trascurato, a mente della difesa, che «il mio assistito, che la controparte sostiene essere stato lucido, al momento dei fatti aveva un’alcolemia dell’1,7 per mille». Per la difesa, «la reazione del mio assistito, brutta e inaccettabile, ha fatto seguito alle provocazioni di Cantoreggi». Il medico legale – ha evidenziato l’avvocato Vezzoni – ha spiegato che le lesioni inferte alla vittima non erano sufficienti a condurre alla morte. Manca dunque il nesso di causalità. Per la difesa, l’imputato ha sempre negato di aver voluto uccidere la vittima. E non ha considerato il rischio che potesse morire, come ha indicato il perito legale, per l’ambiente in cui si sono svolti i fatti e per l’incapacità di reazione dell’imputato: non ha reagito in modo efficace. In conclusione, la difesa ha sostenuto che il 35enne austriaco non può essere condannato né per assassinio né per omicidio per dolo eventuale e ha pertanto richiesto alla Corte di respingere i ricorsi di pubblica accusa e rappresentante degli accusatori privati. E ha chiesto una pena massima di 3 anni. L’imputato, al termine del processo, ha espresso dispiacere per la morte della vittima: «Non ho mai voluto che Matteo morisse. Non doveva finire così».

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