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09.03.2022 - 10:49
Aggiornamento: 16:42

Processo a don Samuele Tamagni: ‘Cinque anni di buio’

Il sacerdote di Cadro condannato a 33 mesi di detenzione, di cui 27 sospesi. Ha sottratto 863mila franchi istigato da un amico del quale s’era invaghito

«Sono consapevole che quello che ho fatto è molto grave. Sono emozionato» ha dichiarato il parroco, con le lacrime agli occhi, dopo la lettura dell’atto d’accusa. «Il mio futuro? Ho preso contatto con il vescovo don Valerio Lazzeri che mi ha dato la sua vicinanza, andrò in Italia per un periodo di riflessione. E cercherò di affrontare questi 5 anni di buio, continuerò il sostegno psicologico iniziato in carcere. Dovrò decidere se continuare la mia via di sacerdote o prendere un’altra strada, il carcere non è il luogo ideale per prendere decisioni».

Era stato prosciugato di tutti i suoi averi da un 27enne, del quale si era invaghito e a cui aveva pagato rapporti sessuali, don Samuele Tamagni, il parroco di Cadro comparso stamane a processo davanti alla Corte delle Assise criminali di Lugano: il sacerdote è in carcere dal 19 novembre, dopo che si era costituito presentandosi spontaneamente al Ministero pubblico e dopo aver vuotato il sacco delle cospicue sottrazioni indebite, ammontanti complessivamente a 863mila franchi. Don Tamagni ha parlato di «un vortice»: il 27enne istigatore ha chiesto al sacerdote 100mila franchi per aprire uno Street Food, denaro contante per giocare a poker e per farsi pagare il suo matrimonio. Dopo che il sacerdote aveva eroso completamente il proprio capitale personale (195mila franchi), ha diffidato l’amico con l’aiuto di un legale. Ma poi don Tamagni è ricaduto. Si era nel 2017, e nel 2018 la «dipendenza con il 27enne ha offuscato la mia ragione» ha dichiarato il sacerdote. Che ha dunque affondato le mani nel patrimonio dei genitori (circa mezzo milione), nel conto della colonia estiva per i bambini della parrocchia di Cadro. Altri soldi li ha presi da un legato della parrocchia e altri ancora (14mila franchi) alla Fondazione Tamagni, della quale era vicepresidente. Fondazione che era stata creata in memoria del nipote ucciso al Carnevale di Locarno.

Il giudice Ermani: ‘Il reato più grave: la truffa ai fedeli’

Il sacerdote è stato processato con rito abbreviato, dal momento che ha confessato i propri reati nell’inchiesta condotta dal pp Daniele Galliano. Il 41enne è stato condannato a 33 mesi di detenzione, di cui 6 da espiare e la rimanenza posta al beneficio della sospensione condizionale. Il sacerdote dovrà inoltre, come norma di condotta, rinunciare a svolgere "qualsiasi attività che implichi di dover amministrare direttamente o indirettamente il patrimonio di terze persone, come pure l’accesso a relazioni bancarie appartenenti economicamente a terzi". Ma il reato ritenuto più grave dal giudice Mauro Ermani è stata la truffa: don Tamagni ha ingannato i fedeli, persone che frequentavano o erano vicine alla Parrocchia di Cadro, ottenendo da loro soldi – complessivamente 65mila franchi. Li avvicinava in particolare al termine delle funzioni religiose, riferendo loro, mentendo, di trovarsi in ristrettezze finanziarie a seguito delle opere di beneficenza o di aiuto a persone bisognose, e che aveva bisogno di soldi per far fronte alle spese dei genitori malati.

«Alla giustizia laica interessa il discorso della recidiva. Lei – ha detto il giudice Ermani rivolgendosi all’imputato – ha approfittato anche del ruolo di parroco, commettendo il reato di truffa. Ha riflettuto in carcere su questo aspetto?». «Ho riflettuto. Ci vorrà tempo, per cercare di affrontare tutto, per non cadere più in questo vortice» ha risposto don Tamagni. Nel motivare la sentenza, il presidente della Corte ha definito la colpa oggettiva grave per gli importi sottratti e il fatto che l’imputato «non si è fatto alcuno scrupolo, ingannando i genitori (dei quali era curatore), della parrocchia, della fondazione Tamagni e dei fedeli. Godeva di una grande fiducia, e non si capisce come mai abbia tradito tutti gli ideali e la fiducia delle persone. E al di là di tutte le soddisfazioni per le proprie pulsioni, sapeva che i soldi erano spesi da una persona malata del gioco d’azzardo. Il percorso di recupero è ancora molto lungo, occorre un lavoro su sé stesso e strategie per non ricadere. Il tema del processo non è la sua relazione sessuale, ma i suoi reati patrimoniali».

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Parroco e vicepresidente e quelle richieste di denaro

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