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L’ex Macello demolito su ordine del Municipio
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16.11.2021 - 15:40
Aggiornamento: 26.11.2021 - 11:58

Ex Macello: l’inchiesta riparte, si va ai supplementari

Dopo l’annuncio del decreto di abbandono da parte della Procura, l’avvocato degli autogestiti chiede nuovi interrogatori: da Gobbi a Cocchi, a Bertini

Gli autogestiti non ci stanno. E chiedono un supplemento di inchiesta sull’abbattimento dell’ex Macello. «Alla luce delle indagini finora svolte – dichiara a laRegione l’avvocato Costantino Castelli, in rappresentanza degli autogestiti – riteniamo non completa l’inchiesta. E così oggi (giorno di scadenza per richiedere nuove istanze probatorie, ndr) abbiamo presentato un complemento di inchiesta, chiedendo che siano interrogati anche: il consigliere di Stato Norman Gobbi, il comandante della Polizia cantonale Matteo Cocchi, il comandante della polizia città di Lugano, Roberto Torrente, l’ex vicesindaco di Lugano e capodicastero Sicurezza e spazi urbani Michele Bertini e nuovamente l’attuale capodicastero Karin Valenzano Rossi.

Sulla demolizione dell’ex Macello di Lugano, sede dell’autogestione, avvenuta nella notte tra il 29 e il 30 maggio scorsi, gli inquirenti dovranno dunque indagare ulteriormente sulle ipotesi di reato per le quali il procuratore generale Andrea Pagani ha avviato l’inchiesta penale: abuso di autorità; abuso di violazione intenzionale, subordinatamente colposa, delle regole dell’arte edilizia; infrazione alla legge federale sulla protezione dell’ambiente; e danneggiamento. Nei confronti della maggioranza del Municipio, che aveva deciso lo sgombero e ordinato l’abbattimento di parte dell’edificio dell’ex Macello – l’ordine dell’Esecutivo sarebbe stato dato alle ruspe solo per il tetto dello stabile, salvo poi che il crollo dello stabile è stato decisamente più ampio –, non vi è stata nessuna promozione dell’accusa. Unico imputato, un alto ufficiale della Polizia cantonale che ricopriva il ruolo di capointervento nella notte fatidica della demolizione, ma nei confronti del quale il magistrato ha pure prospettato un decreto d’abbandono. Insomma, secondo il procuratore generale, nessuna colpa e nessun colpevole sono stati individuati al termine dei numerosi interrogatori – davanti al magistrato sono sfilati politici, forze dell’ordine, funzionari e vari testimoni.

Un’inchiesta in corso da 5 mesi. Che ora dovrà continuare

Intanto, sulle conclusioni cui è giunto il titolare dell’inchiesta penale – un’inchiesta in corso da 5 mesi – non sono finora note le tanto attese spiegazioni. Lo potranno essere soltanto al momento del decreto conclusivo. Una conferenza stampa sarebbe in agenda del Ministero pubblico al momento in cui sarà apposta la firma sul decreto. Numerosi rimangono gli interrogativi aperti sul modus operandi della demolizione: uno stabile pubblico abbattuto nel cuore della notte e di un quartiere abitato senza la licenza edilizia, il rischio dell’amianto, la messa a repentaglio dell’incolumità delle persone. Non vi è a tutt’oggi piena chiarezza sulle fasi decisive di quella giornata convulsa del 29 maggio, iniziata con una manifestazione pacifica degli autogestiti, seguita da un’occupazione temporanea da parte di alcuni manifestanti dello stabile dismesso di proprietà della Fondazione Vanoni (una quindicina di decreti d’accusa nei confronti degli occupanti è già stata recapitata dal Ministero pubblico) e il via alle ruspe sull’ex Macello deciso dalla maggioranza del Municipio (si sono dissociati Roberto Badaracco e Cristina Zanini Barzaghi), dopo una riunione telefonica, le cui fasi rimangono pure oscure. Come poco chiare rimangono le comunicazioni avvenute fra il Municipio di Lugano e la polizia, che avrebbe previsto la demolizione della sede degli autogestiti tre mesi prima dello sgombero in una operazione denominata in codice “Papi”, come ha ricostruito il settimanale Area del 22 ottobre scorso, una demolizione dunque non in relazione all’occupazione dell’ex Vanoni. Gli interrogatori disposti dagli inquirenti (condotti da più magistrati) in tal senso avrebbero evidenziato parecchie divergenze. E i municipali interrogati, in primis il sindaco Marco Borradori e Karin Valenzano Rossi, capo del dicastero Sicurezza, avrebbero negato che la demolizione dello stabile fosse stata pianificata con largo anticipo.

Una volta conclusa l’indagine penale, potrà essere avviata da parte della Sezione degli Enti locali l’inchiesta amministrativa, che dovrà far luce su eventuali negligenze compiute dal Municipio di Lugano e, in caso affermativo, sfociare in sanzioni. Ma per ora a continuare è l’inchiesta penale.

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Le ruspe hanno demolito il Molino

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