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laR
 
16.12.2020 - 06:00
Aggiornamento: 10:31

‘Non vedevo da anni a Lugano gruppi così grandi di giovani’

Assembramenti alla pensilina, parla la coordinatrice del Servizio prossimità della Città: ‘Positivo che sia tornata la voglia di vedersi, ma non ora’

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Sabato sera alla pensilina di Lugano

Assembramenti, regole poco rispettate, liti. Mentre l’uscita dalla seconda ondata della pandemia è tutt’altro che all’orizzonte, l’attenzione è di nuovo focalizzata sui colpevoli di sempre: i giovani. Gli adolescenti della pensilina, non i trentenni dall’aperitivo facile, ça va sans dire. Una generazione di nativi digitali che si è ritrovata dal giorno alla notte a essere la ‘Generazione Covid’, con peculiarità tutte sue e che sta riscoprendo, nostro malgrado e non senza creare preoccupazioni, la voglia di socializzare per davvero, non in chat. Ne abbiamo parlato con chi meglio di tutti sente il polso dei giovani della principale città ticinese: Stefanie Monastero, coordinatrice del Servizio prossimità della Divisione socialità di Lugano.

Il vostro è un lavoro che si svolge molto in strada. Ci siete riusciti anche in questo 2020?

In generale, tutto il settore delle politiche giovanili ha dovuto reinventarsi. Durante il lockdown totale i centri giovanili (Viganello e Breganzona, ndr) si sono spostati sui social. Oggi sono attivi, ma con delle restrizioni. Non possiamo tener aperto nemmeno noi dopo le 19 e dobbiamo chiudere la domenica. Stesso discorso per la prossimità: durante il lockdown non abbiamo potuto essere sul territorio se non per situazioni di emergenza. Ci siamo spostati più sul mondo virtuale: Instagram, Facebook, WhatsApp, chat varie, videochiamate.

Avete potuto mantenere i contatti?

Non sono mai stati interrotti. Nell’ambito della prossimità, anche durante il lockdown, abbiamo trovato il modo per incontrare in sicurezza giovani che avevano necessità. Era importante farlo per evitare scompensi o situazioni che sarebbero potute degenerare. Inoltre, per alcuni i contatti virtuali con gli operatori di prossimità o gli animatori dei centri sono anche più facili: viene più naturale raccontarsi, aprirsi, quando non si ha la persona di fronte. Ma questo non vale certo solo per gli adolescenti. Il contatto umano in ogni caso è mancato e questo è stato riscontrato da entrambe le parti. Per noi che siamo abituati alla relazione costante coi ragazzi, è mancato tanto il poter sentire gli umori, captare le sensazioni.

TheVAN, il furgone che funge da spazio di incontro, è ancora attivo?

L’abbiamo proposto finché abbiamo potuto e non appena potremo ripartiremo. Durante il lockdown non l’abbiamo fatto, poi da giugno abbiamo riaperto con le restrizioni. Ha funzionato, è uno spazio utilizzato dai ragazzi per confrontarsi e dialogare. Da circa un mese però non lo facciamo più. Adesso comunichiamo via social che siamo sul territorio e chi vuole si può aggregare per fare quattro chiacchiere. Invece che in quindici al furgone, ci si trova in cinque per volta. Stiamo cercando di restare presenti, ma abbiamo un po’ le mani legate.

Lockdown, restrizioni: l’effetto sui giovani?

Per alcuni ragazzi è stato molto difficile il dover restare a casa, soprattutto durante il confinamento. Sono giovani che durante gli orari scolastici vanno a scuola, ma dopo generalmente sono in giro per il quartiere, in piazza, alla pensilina. Sono quelli che già in situazione ottimale a casa non ci stanno, mentre quest’anno spesso sono stati obbligati a restarci e sono quelli che forse ne hanno risentito di più. Alcuni per motivi legati all’età: il confronto coi genitori non lo vogliono, non lo reggono, e quindi cercano di starci assieme il meno possibile. Altri proprio per delle difficoltà concrete in famiglia, per loro la convivenza in casa è ancor più difficile. Quest’anno siamo stati tutti obbligati a relazionarci di più all’interno delle mura domestiche, ma per alcuni è stato più difficile che per altri.

E quindi non rispettano le regole?

Durante la prima ondata i ragazzi sono riusciti ad assimilare le direttive delle autorità, adesso notiamo invece una gran fatica da parte loro. Già in primavera c’erano i limiti agli assembramenti e in effetti non si notavano grandi gruppi. Alcuni si ritrovavano, ma in gruppetti. Adesso è diverso. Forse è legato al fatto che per mesi hanno cercato di adempiere alle regole, mentre ora, soprattutto ad un’età dove ci si definisce nel confronto con l’altro e ora queste relazioni sono per forza di cose interrotte, faticano. Ritrovarsi per loro è fisiologico, fa parte del processo di crescita. Sono anche confusi: qualcosa che fino all’anno scorso era normale, anzi auspicato, adesso è diventato fuorilegge. È qualcosa che va anche a cozzare con la natura stessa degli adolescenti, che vivono di e in relazione con gli altri. Questo senso di frustrazione si traduce poi in nervosismo, in aggressività, sfiducia nei confronti delle autorità. Sono stufi: non ce la fanno più.

Sì, ma siamo solo a dicembre.

Vero. Bisogna capire, come autorità e servizi, in che direzione muoversi. I ragazzi che fino a pochi giorni fa alle 23 stavano ancora con gli amici al bar, ora che questi chiudono alle 19 andranno in pensilina o al Ciani o da qualche altra parte. Noi adulti dobbiamo capire anche come accogliere questo bisogno di incontrarsi. Siamo in difficoltà anche noi come servizio: avremmo tante idee di cosa proporre, ma in questo momento a causa delle disposizioni non le possiamo attuare. Volendo potremmo essere presenti anche più spesso alla pensilina con TheVAN, e magari si riuscirebbero anche a evitare determinate situazioni. Ma in questo momento è impensabile. In ogni caso un potenziamento a livello di operatori potrebbe far bene. Ora ne abbiamo due, che possono incontrare dieci ragazzi (per via del limite agli assembramenti, ndr), se fossero tre o quattro potrebbero vederne di più. A maggior ragione visto che sono tornati i grandi gruppi.

In che senso?

Da anni non vedevo a Lugano gruppi grandi come li si vedono adesso. E ne sono molto felice, ma adesso non ci possono essere: non sono socialmente accettabili. Il fatto però che i ragazzi abbiano la voglia di vedersi, e in gruppi così grandi, di per sé è un elemento molto positivo. Si vede che c’è di nuovo il bisogno di confronto, di definirsi fra pari. Elementi positivi che purtroppo però cozzano con le normative in vigore. Già per noi adulti è complesso seguirle, posso immaginarmi quanto lo sia per un adolescente che sta costruendo la propria personalità. Si stanno formando come persone, ma il fatto che non ci si possa confrontare come si vorrebbe crea difficoltà.

E si torna al rispetto delle regole. Norme importanti, c’è una pandemia in corso.

Probabilmente in loro, rispetto alla ragione, prevalgono l’istinto e un bisogno di relazionarsi e incontrarsi. Io dico loro che mi fa piacere vedere che hanno voglia di trovarsi, ma gli spiego che non è questo il momento. Quando lo facciamo presente, alcuni si disperdono, per poi però magari ritrovarsi quando ce ne andiamo. Noi spieghiamo loro le direttive: all’inizio magari non le capiscono ma poi invece le assimilano. È successa la stessa cosa con l’obbligo della mascherina al TheVAN: inizialmente alcuni non volevano venirci, poi hanno capito e la mascherina la mettevano. Bisogna parlarci. Il fatto che non abbiano interiorizzato determinate regole ha comunque anche qualcosa di positivo: significa che hanno ancora la concezione che si tornerà alla situazione di prima, alla normalità.

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