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Un fotogramma del filmato
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laR
 
21.07.2020 - 13:29
Aggiornamento: 16:26

Lite a Pregassona, la donna intervenuta: 'Non sono un'eroina'

Intervista a Paola, che ieri ha evitato il peggio dopo l'alterco con coltello: 'Non ho avuto paura, era la cosa giusta da fare'. E spunta il video sui social

«Era semplicemente la cosa giusta da fare». Non si sente un'eroina Paola L. Grandi, la donna intervenuta ieri pomeriggio davanti all'Aldi di Pregassona durante la violenta lite tra due iracheni, sfociata nel ricovero in ospedale di uno dei due. Prima dell'arrivo della polizia, il ruolo di Paola è stato determinante: è riuscita a farsi dare il coltello brandito da uno dei litiganti, interrompendo di fatto l'episodio di sangue. Un ruolo chiave, che è stato ripreso e diffuso sui social e l'ha trasformata nel giro di un paio d'ore in un'eroina. L'abbiamo raggiunta per farci raccontare l'esperienza vissuta ieri in prima persona.

Sui social, ma anche privatamente, molti la acclamano come un'eroina. Si sente tale?

Mi sono svegliata stamattina con diverse persone che mi hanno fatto i complimenti per quel che ho fatto. I miei figli mi hanno detto che sono orgogliosi di me. E anche io sono fiera di me, perché ho fatto la cosa giusta, ed è stata una cosa pericolosa e l'ho compiuta con onore, rispetto e centratura. Ma un'eroina no. Sono molto commossa, perché mi rendo conto che questa cosa che per me era normale ha invece toccato le persone, in maniera positiva.

Quando si è accorta della lite?

Avevo finito di fare la spesa. C'erano diverse persone che stavano imbustando, anche uomini. Mi sono voltata e ho visto due uomini che stavano colluttando, erano ancora in piedi, mi sono istintivamente rigirata ma due secondi dopo ho realizzato quel che ho visto: tanto sangue. Allora mi sono rigirata e ho visto che uno dei due stava brandendo un coltello.

E lì che ha fatto?

Allora mi sono rivolta alle persone attorno a me, incitandole a fare qualcosa. Mi hanno risposta: "Ma cosa?". Ho detto: "siamo tanti, alcuni grandi e grossi, usciamo e li separiamo". È assurdo che uno stia lì a filmare un episodio di violenza mentre gli altri non fanno nulla. Non è normale, è disumano.

Ma non sono intervenuti.

No. Mi sono indignata. A occhio e croce c'erano almeno una ventina di persone che avrebbero potuto farlo, compresi diversi uomini, per primo quello che stava filmando. Era un armadio di uomo, io sono 1,60 metri di altezza.

Che ha fatto quindi? Com'è riuscita a convincerli a farsi dare il coltello?

Sono uscita con degli improperi, ho lasciato la borsa della spesa e mi sono diretta da loro, mi sono accovacciata e ho teso la mano chiedendogli di smetterla e di darmi il coltello in nome di Dio. Ho detto Dio prima, perché ho pensato che nominando prima Allah si sarebbero potuti alterare. Conosco bene la comunità musulmana. Era necessario stabilire un contatto prima. Quando ho sentito dentro di me che avrei potuto nominare Allah, dopo un contatto visivo ed emotivo, l'ho fatto. E dopo alcune richieste ("Per favore, non fare queste cose, smettetela, siete umani, siete umani. Vi prego, siete fratelli, nel nome di Dio, nel nome di Allah", ndr) me l'hanno dato.

Che cos'ha visto nei loro occhi?

Avevano entrambi uno sguardo così disperato. Soprattutto l'accoltellatore, che mi guardava come se fosse terrorizzato dall'incubo che aveva creato senza rendersene conto. È bruttissimo vedere due persone che lottano fino alla morte, è stato scioccante.

Che tipo di coltello era?

L'impugnatura del coltello somigliava a quella di un coltellino svizzero, con delle chiavi, ma la lama era paurosissima. Uno stiletto con il gancio. Di certo una persona con buone intenzioni non va in giro con un coltello così.

Prima che arrivasse la polizia cos'altro è successo?

A un certo punto l'accoltellatore mi si è avvicinato, chiedendo che gli venissero restituite le chiavi (col coltello, ndr), ma gli ho detto che l'avrei fatto solo una volta arrivata la polizia. Era però insistente e allora gliele ho ridate e sono corsa in farmacia a lavarmi e disinfettarmi perché ero sporca di sangue sulla mano. Poi è arrivata la polizia e ha scoperto che ha staccato il coltello dalle chiavi, buttandolo sul tetto del negozio. 

Non ha avuto paura?

No. Ero piena di adrenalina in quel momento e non l'ho sentita. La mia esperienza di vita mi permette di avere un certo coraggio in queste situazioni. Semplicemente era la cosa giusta da fare.

Lo rifarebbe?

Sì.

La polizia raccomanda però in questi casi di chiamare le forze dell'ordine e di non intervenire in prima persona.

La polizia ha ragione, tant'è che anche in questo caso è stata giustamente chiamata da una signora. È vero, io ho rischiato, però ripeto in quel momento: per me era l'unica cosa da fare. Qualcuno doveva fare qualcosa.

Si sente di dir qualcosa alle persone che non sono intervenute?

Sentivo il loro spavento e anche il loro desiderio di trovare il coraggio di intervenire, le loro preoccupazioni. Mi guardavano come se fossi stata un'aliena, erano ammutoliti, nessuno mi ha rivolto la parola, neanche dopo. Penso che fossero come bloccati. Ma so che penseranno all'accaduto per tanto tempo e che questo darà loro la spinta per fare la cosa giusta in futuro. Direi loro: appena vedete qualcosa di sbagliato, agite. Mi espongo anche perché le persone capiscano che non è solo un 'bla bla', ma che è vero: tutti possiamo agire per fare del bene.

Leggi anche:

Lite col coltello a Pregassona, due feriti

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