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25.05.2020 - 06:000

Un caffè e il giornale per favore, anzi no... non si può

Le voci critiche di ristoranti e bar chiamati a riaprire senza la possibilità di mettere a disposizione della clientela giornali e riviste.

Sono molte le 'privazioni' a cui ci ha costretti il lockdown. Rinunce che, se in parte, si sono attutite con l'inizio della cosiddetta Fase 2, ci portiamo in eredità, nostro malgrado. Come il divieto, per bar e ristoranti, da poco usciti peraltro da quasi due mesi di dolorosa quarantena, di mettere a disposizione, per questioni sanitarie, della propria clientela giornali e riviste. Un obbligo mal digerito da molti, esercenti e avventori, che guardano a questo divieto come un ulteriore ostacolo al ritorno all'auspicata normalità. Lo raccontano le diverse voci che abbiamo raccolto in città o nei comuni più periferici, dove la vita è ripresa a singhiozzo, fra saracinesche ancora abbassate e tavoli lievitati, per necessità di distanziamento sociale, sul suolo pubblico.

«In questa prima settimana di riapertura abbiamo dovuto 'prendere le misure' soprattutto con chi frequentava abitualmente il nostro locale – ci dicono al centralissimo ristorante Commercianti, affacciato su piazza Dante, nel cuore di Lugano –. E la clientela va capita. Il non poter leggere i quotidiani ha fatto arrabbiare molti, soprattutto la clientela del mattino, persone perlopiù appartenenti alla terza età. Fra di loro c'è chi va a comprarselo e torna qui a bere il caffè. Poi sta a noi spiegare a qualche altro cliente che non siamo stati noi a metterlo a disposizione, evitando la polemica sul nascere... Questa 'mancanza' la notiamo anche fra chi frequentava i nostri tavoli nel pomeriggio, coloro che restavano per leggersi il giornale anche un paio di ore, persone che per ora non si sono ancora riviste... Ciò si ripercuote naturalmente anche sulla cifra d'affari che per tutti gli svariati motivi dovuti al coronavirus non è certo quella abituale di questo periodo, ma abbiamo fiducia».

Meno toccato il centro cittadino, più la periferia

Meno toccati, sembrerebbero, gli esercizi pubblici di piazza della Riforma. Impegnati maggiormente sulla ristorazione che sul cappuccino con gipfel e quotidiano, i gerenti non avvertono, per ora, un calo della clientela dovuto esplicitamente a questo divieto: «In generale c'è stato comunque qualche caso di persone che hanno richiesto il giornale» risponde ai nostri interrogativi una sbrigativa cameriera impegnata con il servizio del mezzogiorno. Nel via-vai cittadino, e non, del Buffet della stazione qualche lamentela si è avuta. E anche qui la soluzione è stata una, nessun Ipad a disposizione ma servizio 'a domicilio': «Nel senso che chi vuole leggersi il giornale se lo porta direttamente. A scegliere questa opzione, fin dal primo giorno di riapertura, sono stati soprattutto gli habitué».

Spostandoci in periferia e più si avverte il fatto di essere 'orfani' della carta stampata, un particolare che pesa, e non poco. Da sempre i bar dei villaggi e dei quartieri più discosti sono un punto nevralgico per trovare compagnia e lettura. Ci si trascorre anche mezze giornate fra un espresso, un bianchino di tarda mattinata e un aperitivo serale, luoghi privilegiati di pettegolezzi e notizie: «Il non poter avere i quotidiani ci limita parecchio – è il commento di un commerciante di lungo corso –. Per la clientela più affezionata fa parte dei riti quotidiani come passare dal fornaio o fare la spesa. È anche dai giornali che si avviano le discussioni che accompagnano poi i clienti per tutta la giornata, come l'ultima boutade del politico di turno o l'annuncio di un funerale. Mi chiedo se davvero questa limitazione serva realmente a evitare i contagi, o non sia una delle tante contraddizioni di virologi e affini».  

Sulla stessa linea è l'Osteria Gipeto di Tesserete: «Se avvertiamo questa decisione? Parecchio, soprattutto fra gli anziani, assidui lettori di quotidiani ticinesi e Gazzetta dello Sport. Pensare a un'alternativa come a un tablet ci è sembrato fino ad ora inutile e un po' complicato... Certo che quei 2 franchi e 20 di caffè mancano a fine giornata, già di per sé condizionata dall'impossibilità di bersi qualcosa al bancone, formula prescelta, prima del coronavirus, da molti nostri clienti». Ostacoli chi si sommano dunque e che hanno portato per alcuni alla scelta di non riaprire, almeno nell'immediato: «Lo farò a metà giugno, dopo che ho predisposto ogni piccolo particolare – è il racconto del post lockdown del bar ristorante Soldati di Agno –. Riaprire senza giornali? Non sono così pessimista, del resto se non si può non si può. E poi al giorno d'oggi ci sono i telefonini no? I bancari, nostri clienti abituali soprattutto del mattino, sono certa che faranno capo agli elettronici che hanno già in dotazione privatamente o per l'ufficio...». Di parere opposto, e per certi versi anche disubbidiente alle indicazioni federali, un cameriere di un ristorante del Vedeggio: "Il cliente mi chiede il giornale? E io glielo do, basta fargli indossare i guanti monouso...".

Le edicole sorridono

Ma, fra chi piange e chi si lecca le ferite dei circa sessanta giorni con la serranda abbassata, c'è qualcuno che sorride. Sono le edicole e i chioschi, soprattutto del centro cittadino. In queste ultime settimane la vendita dei quotidiani sembrerebbe aver registrato un aumento delle copie: «Abbiamo avuto diversi clienti in più fra le persone costrette allo smart working. Non potendo leggere il giornale sul posto di lavoro, la mattina vengono a prendere la loro copia già riservata. Oppure chi, abituato a leggerlo al bar, lo compra per poi portarselo con sé per la colazione fuori». Carta stampata che non ha mancato di avere un picco per quanto attiene le testate italiane, in modo particolare riviste patinate o di gossip: «In generale il lockdown ci ha portati tutti a leggere di più. Non potendo però il ticinese recarsi in Italia, per la chiusura delle dogane, ha dovuto optare forzatamente per le nostre edicole anziché quelle d'oltreconfine. Questo, fra tanti mali, ci ha fatto senz'altro bene...».

 

 

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