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18.06.2019 - 06:10
Aggiornamento: 11:03

Linfomi, Lugano capitale della ricerca mondiale

Per i prossimi cinque giorni oncologi di tutto il mondo si ritrovano sul Ceresio per fare il punto delle novità scientifiche in ambito oncologico

di Gabriele Lurati
linfomi-lugano-capitale-della-ricerca-mondiale
Un momento dell'edizione del 2017, la quattordicesima (Ti-Press)

Vengono da tutto il mondo per un appuntamento che è diventato un punto di riferimento per la comunità scientifica. I 4mila partecipanti (principalmente oncologi, biologi e ricercatori clinici) sono riuniti da oggi al Palazzo dei Congressi di Lugano per fare il punto sullo stato della ricerca nella lotta ai linfomi. Questa malattia comprende un insieme di tumori che colpiscono le cellule del sangue e che hanno origine dal sistema linfatico. Oggi vi sono oltre 60 tipi di linfomi che differiscono tra di loro per caratteristiche istologiche, biologiche e cliniche. I linfomi vengono suddivisi in ‘aggressivi’ e ‘indolenti’: i primi sono caratterizzati da una maggiore aggressività mentre i secondi hanno un decorso clinico molto più subdolo e lento.

La ricerca scientifica ha fatto grandi passi negli ultimi tempi e al Congresso di Lugano i maggiori oncologi mondiali possono presentare e discutere i risultati delle più innovative scoperte scientifiche in questo settore. I progressi più recenti nella cura sono avvenuti a tre livelli. In primo luogo c’è l’immunoterapia, un approccio che sfrutta il sistema immunitario affinché possa rispondere in modo adeguato alla presenza di un agente estraneo come il cancro. «Il nostro sistema immunitario è abituato a riconoscere tutto ciò che di estraneo è presente all’interno del corpo e ciò avviene anche con i tumori», spiega Davide Rossi, Group Leader dell’Istituto oncologico di ricerca (Ior) di Bellinzona. Purtroppo però non sempre la risposta è adeguata e le cellule cancerose prendono il sopravvento. L’immunoterapia in oncologia esiste in realtà da più di 20 anni ma una nuova strategia terapeutica recentemente sviluppata ha consentito di migliorarla, pilotando il sistema immunitario in modo tale da rispondere con più vigore contro le cellule tumorali. «Ciò è stato possibile bloccando i circuiti regolatori del sistema immunitario», continua Rossi. Questo approccio è valso anche il premio Nobel per la medicina ai padri fondatori dell’immunoterapia assegnato nell’ottobre scorso.

In secondo luogo vi è la terapia genica che sarà anche il tema principale del Congresso. Tra le nuove frontiere e prospettive per sconfiggere il cancro vi sono le cellule modificate CAR-T (un acronimo derivato dall’inglese, che sta per ‘Chimeric Antigen Receptor T-cel’). Questa tecnica permette di modificare le cellule del sistema immunitario di un paziente con un tumore, per far sì che si moltiplichino e distruggano in modo selettivo solo le cellule malate, senza danneggiare i tessuti sani. Il processo inizia mediante il prelievo di cellule del sistema immunitario dal paziente, poi queste vengono geneticamente modificate in laboratorio e infine somministrate allo stesso paziente. Questo è un nuovo e complesso approccio terapeutico contro la malattia che sta ottenendo buoni risultati nei Paesi che lo hanno sperimentato, soprattutto negli gli Stati Uniti. «Il problema maggiore di questo approccio è associato ai costi enormi (circa 500mila franchi a paziente) e alla tossicità di questo trattamento che deve essere ancora studiata a fondo» spiega Michele Ghielmini, direttore sanitario dello Ios e presidente del Comitato organizzatore del Congresso. Vi è molta attesa a questo riguardo per la conferenza del dottor Carl June di Philadelphia, un’eminenza mondiale nel mondo dei linfomi e considerato l’inventore delle ‘CAR-T cells’.

Speranze dalle terapie ‘target’

In terzo luogo vi sono le terapie a bersaglio molecolare (o ‘targeted therapy’). Queste sono dirette in modo specifico contro un ‘bersaglio’ presente soltanto nelle cellule tumorali, andando a interferire nel sistema di sopravvivenza delle stesse cellule cancerose. L’azione più specifica di questi farmaci contro le cellule tumorali permette spesso di limitarne gli effetti collaterali rispetto a quanto avviene con la chemioterapia. «Diversi studi effettuati negli ultimi 10 anni hanno dimostrato che la targeted therapy funziona, riducendo la massa tumorale in una percentuale significativa di casi, attorno al 40-50%. Questo però non ha portato in nessun caso alla guarigione completa», precisa il professor Ghielmini. «Al Congresso di Lugano vedremo se questi nuovi farmaci utilizzati nelle ultime sperimentazioni avranno portato nuovi risultati», aggiunge il direttore dell’Istituto Oncologico della Svizzera italiana.

Nei quattro giorni del Congresso si affrontano vari temi e workshop specifici (cfr intervista in pagina al dottor Francesco Bertoni sui linfomi nei cani). Da un lato vi sono le sessioni in cui i più grandi esperti mondiali tengono delle vere e proprie lezioni presentando lo ‘stato dell’arte’ su specifici aspetti delle neoplasie linfatiche. Dall’altro c’è la parte più prettamente scientifica, in cui si possono vedere i risultati ottenuti dai ricercatori (con i dati forniti dalle nuove terapie sperimentali).

«Abbiamo selezionato i 150 migliori lavori tra quelli ricevuti da ricercatori di tutto il mondo. Sulla base di questi abstracts, così come uno chef di un grande ristorante seleziona il meglio per preparare un piatto prelibato, noi abbiamo organizzato il menù delle sessioni. Così si cristallizza ciò che è stato fatto nella ricerca scientifica negli ultimi due anni attraverso sessioni specifiche dedicate a ogni tipo di linfoma o a una metodica di studio della malattia» conclude il professor Ghielmini. Insomma un Congresso per tutti i gusti, degno dei migliori oncologi del mondo.

‘Il linfoma degli uomini e quello dei cani sono simili’

Vi è sempre più interesse nella comunità scientifica nello studio dei linfomi canini, tanto che ci sarà un workshop a esso dedicato nella giornata di sabato. La ragione consiste nel fatto che vi sono forti similitudini tra il linfoma canino e quello umano. Diversi studi in medicina comparata pubblicati negli ultimi anni hanno in effetti riscontrato che i tumori linfoproliferativi del cane, come linfomi e leucemie, risultano comparabili a quelli degli uomini dal punto di vista istologico, genetico e del comportamento biologico. «Abbiamo caratterizzato circa 60 tipi di linfomi diffusi a grandi cellule canini e abbiamo visto che ci sono meccanismi molecolari simili a quelli degli umani» ci conferma Francesco Bertoni, oncologo specializzato in biologia molecolare dei linfomi presso lo Iosi.

Viste le forti somiglianze tra il linfoma canino e quello umano, il cane risulta oggi essere un buon modello di sviluppo spontaneo di questo tipo di tumore. Per questo motivo il ‘modello canino’ suscita sempre più interesse nel mondo della ricerca oncologica, in quanto offre l’opportunità di studiare la forma tumorale che più si avvicina a quelle che sono le condizioni fisiologiche e ambientali dei linfomi negli esseri umani.

«Non a caso alcuni dei farmaci più importanti scoperti negli ultimi anni e usati nelle terapie contro i linfomi negli uomini come il Venetoclax o l’Ibrutinib, sono stati sviluppati usando linfomi canini come modello sperimentale» ci conferma Bertoni. Negli Stati Uniti vi sono già da anni persino dei ‘trial’ (sperimentazioni cliniche) per i cani. «Il vantaggio per i proprietari di questi animali è che possono portare i propri cani a prendere parte a questi studi sperimentali, avendo così accesso gratuitamente a questi medicinali potenzialmente efficaci, senza dovere affrontare spese ingenti», continua Bertoni.

Un altro aspetto importante dello studio del linfoma canino è quello legato al ruolo del sistema immunitario. I linfomi dei cani sono spontanei (come negli uomini), quindi il tumore non viene indotto come invece avviene nei topi. Si ha quindi la possibilità di vedere come reagisce il sistema immunitario dei cani, cercando analogie con quello degli umani. «Il vantaggio è che il sistema immunitario dei cani è normale, come quello di un paziente umano; quindi non vi sono patologie artefatte come quelle ricreate in laboratorio», conclude Bertoni.

Considerando che i cani sono sottoposti agli stessi fattori di rischio degli uomini (l’inquinamento ambientale), la ricerca dei tumori in questi animali potrebbe aiutare anche nella lotta contro i tumori nell’uomo.

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