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Il sindaco Marco Borradori (Foto Ti-Press)
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05.06.2019 - 06:10
di Cristina Ferrari

Marco Borradori, un sindaco al traguardo dei 60 anni

Nostra intervista alla vigilia di un compleanno tondo, fra ricordi anche intimi e riflessioni politiche. E l’anticipazione: ‘Mi ricandiderò’.

«Abito in un piccolo appartamento. Più che altro, ci dormo. La mia giornata comincia quando, dopo una corsa, doccia e barba, che rappresentano il mio momento privilegiato di riflessione, esco di casa. Amo la mia vita che è sempre molto “fuori”, tra i muri di una città invece che di una casa». Marco Borradori, sindaco di Lugano dal 14 aprile 2013 e già consigliere nazionale e ministro ticinese del Territorio, è soprattutto questo: in contatto costante con la sua città e i suoi abitanti. Lo abbiamo “placcato” alla vigilia dei dodici lustri e di un futuro intriso di sogni più che di rimpianti.

Nato il sesto giorno del sesto mese dell’anno, il 6 giugno sono sessanta. Nell’Oroscopo si legge che i nati in questa data “potrebbero avere difficoltà a far convivere la vita privata con quella professionale. Preferiscono dedicare la maggior parte della loro vita al lavoro, sacrificando i sentimenti e la vita familiare”. Si sente un predestinato?
Caspita dove l’ha trovata? Indubbiamente è così. Il lavoro che svolgo ormai da quasi trent’anni è la mia passione, mi dà slancio ed energia, è la mia vita. Però non ho fatto alcun sacrificio. Semplicemente, ho trovato la mia strada in modo istintivo.

L’aver sacrificato la famiglia non la porta ad avere un qualche rammarico?
Non si è trattato di una scelta prestabilita. È vero che non ho mai sentito l’esigenza di formare una famiglia tradizionale ma è altrettanto vero che non l’ho mai rifiutata. Semplicemente, non è successo. Già da bambino pensavo che la mia vita sarebbe corsa su binari diversi. Non significa, però, che non ci siano stati e non ci siano degli affetti importanti, anche se il “metter su famiglia” non è mai stato una priorità. Il mio obiettivo, anche a sessant’anni, è cercare di avvicinarmi il più possibile a quello che sento essere il mio io, perché ho sempre pensato che solo trovando la mia essenza sarei riuscito a star bene con me stesso e, di conseguenza, anche con chi mi sta vicino. È un percorso dinamico e quotidiano: un fluire naturale che trasforma anche il compleanno in una giornata che ha lo stesso valore delle altre 364.

Perché questa estrema riservatezza sulla sua vita privata?
Penso che la vita privata, proprio perché, nel mio caso, non ha neppure questo grande spazio, debba restare tale. Ho sempre voluto evitare di imporre il mio stile di vita e la mia professione alla mia famiglia. Ecco perché ci sono poche foto “ufficiali” che mi ritraggono con i miei genitori o con mio fratello. Si tratta di una forma di difesa delle persone a cui tengo. Con l’avvento dei social, poi, sembra si sia scatenata una esagerata voglia di mettersi in mostra, che un po’ mi disturba. Le racconto un episodio: il giorno della festa della mamma avevo pensato di postare una foto della mia per ricordarla. Ma poi mi sono detto che in verità era una cosa solo nostra, mia e sua, e non avrebbe avuto senso renderla pubblica.

Con i sessant’anni comincia a esservi il pericolo che i rimpianti prendano il posto dei sogni. Marco Borradori ne ha ancora?
I sogni sono ancora tantissimi, i rimpianti, per fortuna, pochi. Ho (quasi) sempre potuto fare quello che mi sembrava giusto e che mi piaceva. La parte più personale e intima della mia vita non è stata sempre semplice: mi porto addosso cicatrici e ferite non ancora completamente rimarginate. Ed è forse per questo motivo che avverto un’inquietudine costante, una irrequietezza e una ricerca continue. Ma, guardando con un po’ di distacco i miei 60 anni, posso dire di essere molto fortunato. Quello che mi spaventa è l’immobilismo e la vita politica è, al contrario, un grande stimolo a non fermarsi mai. Il contatto con le persone, poi, è energia pura, anche quando si deve reagire a critiche e giudizi duri. È un continuo mettersi in discussione, analizzare, in una parola crescere costantemente come individuo, alla ricerca di quel baricentro di cui parlavo prima.

Nella stanza dei bottoni, come sono cambiate le relazioni personali: più gli amici che si sono allontanati o più chi, anche interessatamente, si è avvicinato?
Le due cose. Le vere amicizie, anche se un po’ trascurate a causa dalla mancanza di tempo, rimangono solide, se ne aggiungono di nuove e sono comparsi anche diversi pseudo amiche e amici. È chiaro che la posizione che occupo mi permette di conoscere tanta gente: sei come una calamita, nel bene e nel male. Alla fine, però, sviluppi una certa sensibilità, le antenne si fanno più vigili e riesci a mantenere ciascuno al suo posto, captando nel contempo la schiettezza delle persone autentiche.

Sta pensando di cominciare a fare bilanci o al momento resta sui... preventivi?
I preventivi si fanno anche in base ai bilanci, costantemente. Sono una persona concreta, dimentico in fretta i risultati positivi e tendo a goderne poco, perché cerco subito altri obiettivi. Un’inquietudine che mi porta a guardare sempre oltre e che è forse un po’ anche un mio limite. E se qualcosa va male? Relativizzo, la vita è fatta di alti e bassi. Se cado, mi rialzo, mi scuoto la polvere di dosso e vado avanti. Secondo me non esistono vittoria o sconfitta assolute, esiste solo il modo in cui le leggi. Poi è tutto movimento, è tutta vita.

Sessant’anni: possono far paura?
Il flusso del tempo è talmente naturale che ogni età ha i propri timori: probabilmente mi facevano paura anche i vent’anni, quando mi sono allontanato da casa per andare all’Università. Di fatto, non ci penso molto (a parte questa intervista che mi spinge a rifletterci un po’): il tempo passa, non ci si può far niente. Ho 60 anni, non voglio fare il falso giovane ma voglio vivere facendo quello che mi piace. Le responsabilità sono molte ma è anche maturata l’esperienza: spesso non mi dà risposte ma mi aiuta ad affrontare le domande e i problemi con meno affanno. Ho la fortuna di sapermi ancora stupire, mettermi in discussione e avere dubbi, di saper apprezzare i dettagli della vita. Sono sempre alla ricerca della bellezza in ogni sua forma e mi sento infinitamente più curioso adesso di quarant’anni fa. Ecco, a sessant’anni ho capito una cosa: non voglio sprecare il mio tempo. Al di là dell’anagrafe, la differenza sta nel come ci si pone nei confronti della vita e nel non sciupare attimi preziosi per cose prive di senso.

Cosa teme di più nell’avanzare degli anni?
Qualche tempo fa, quando sono scomparsi i miei genitori, ho compreso il vero senso della perdita. Sono mancati a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra e il loro vuoto ha modificato la mia prospettiva. Papà ha avuto l’Alzheimer, una malattia terribile, e mamma, a causa della sclerosi multipla, non era più in grado di muovere neppure le mani, altrettanto devastante. Il fatto di perdere la padronanza della mente e del corpo, questo temo.

È sempre stato considerato un leghista ‘atipico’, quello incaricato di mettere i coperchi sulle pentole degli altri... Come ci si trova in questo ruolo?
Quando il Nano [Giuliano Bignasca, ndr] mi ha “scoperto”, ho giocato la carta della schiettezza, gli ho detto che sarei rimasto me stesso e non sarei andato contro i miei principi per il partito. Apprezzo lo spirito “libertario” della Lega ma ho chiesto, e ottenuto, che fosse riconosciuto il mio ruolo istituzionale. La fortuna del movimento è quella di aver sempre avuto diverse anime, una caratteristica talvolta vista come un’incoerenza. Ma quale partito, in Ticino e in Svizzera, non ha delle correnti anche molto differenti? La Lega è costituita da molte teste – pensiamo anche a Flavio Maspoli (genio e sregolatezza) – e io sono una di queste. Il Nano non ha mai avuto timore di telefonarmi e di arrabbiarsi per certe mie posizioni, “sparandomi” anche addosso, ma c’è sempre stato profondo rispetto reciproco. E sì, mancando lui, è venuto a mancare uno straordinario punto di riferimento...

Molti progetti da lei sostenuti, sono stati poi ‘affossati’ dalla Lega, quantomeno a parole, sulle pagine del vostro domenicale. Non
ha mai pensato di rassegnare le dimissioni dal movimento?
No, politicamente sono nato e rimarrò leghista. Non ho mai pensato di diventare indipendente, di fondare un mio partito o di entrare in un altro. Un domani potrei rassegnare le dimissioni, ma allora sarà per smettere.

La sua diplomazia è riconosciuta da tutti: ‘Lei ha ragione ma ...’ è l'incipit delle sue risposte anche a domande scomode.
Credo che in politica sia importante informarsi e confrontarsi con chi ne sa di più, penso ad esempio ai tecnici, agli specialisti, ai collaboratori. Sono abituato ad approfondire i temi complessi per farmi un’idea chiara ma, quando la individuo, è rarissimo che la cambi. Se per diplomazia intende rispettare il parere altrui, anche se non lo approvo al 100%, allora sì, condivido il tono della domanda. Si chiama democrazia ed è un valore nel quale credo fortemente e che, in ogni caso, non esclude il confronto duro e la difesa vigorosa delle proprie ragioni.

Lugano, lo scrive spesso nei sui tweet postando foto panoramiche, è una delle città più belle del mondo. Ma non le manca proprio nulla?
Al contrario, mi mancano tante cose. Lugano è una città con tanti punti di forza: benessere e qualità di vita elevati, sicurezza garantita, paesaggio unico, posizione geografica strategica, clima mite, offerta culturale ricca. È una città competitiva e attrattiva come e forse più di altre località, non solo svizzere. Certo, di lavoro da fare ce n’è ancora molto, non lo nego. Ma non mi piacciono le continue lamentele e il “piangersi addosso”, l’atteggiamento miope di chi vede l’albero cadere ma non la foresta crescere. “Chi gh’è mai nagot”, mi rattrista sentirlo dire. In questo senso, fatico a colloquiare con gente che si dice di ampie vedute, gente di cultura, che poi critica qualsiasi tipo di iniziativa, a meno che non sia una sua idea.

Che ricordi ha di lei bambino, dei suoi sei anni per esempio?
Era il 1965, una dimensione diversa. Mi muovevo fra Oratorio e calcio, indipendente e autosufficiente. Era un periodo in cui si poteva ancora giocare in strada (pensi che giocavo a biglie in via Pioda!). Per certi versi, eravamo più autonomi, senza il controllo continuo del telefonino e padroni di organizzare il nostro tempo libero. Certo, se poi sgarravi con l’orario del rientro, erano guai seri. Eravamo meno svegli ma guardavamo in alto e i nostri occhi si incontravano. Oggi spesso i ragazzi guardano in basso per nasconderli dietro uno schermo. Ma forse è solo nostalgia.

Possiamo anticipare la sua ricandidatura del prossimo aprile?
Se desidera un’anticipazione, può scrivere che, vita permettendo, ci sarò.

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