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Luganese
17.11.2018 - 17:250

Etnopsichiatria, ovvero capirsi per aiutare

Intervista alla psicoterapeuta Caprice Baudino che parla di una disciplina significativa in casi come quello della famiglia di richiedenti l’asilo di Viganello

Una procedura di allontanamento avviata– secondo i legali – senza l’ausilio di interpreti. I capi d’accusa d’un delicato processo parzialmente rivisti a causa di una traduzione mal fatta. Due recenti casi di cronaca, entrambi riguardanti richiedenti l’asilo (il primo a Viganello e il secondo a Biasca), che hanno messo in evidenza la necessità di un’adeguata comprensione dello straniero per una corretta applicazione della legge. Anche di questo si occupa l’etnopsichiatria. Per capire di cosa si tratta, ne abbiamo parlato con l’etnologa e psicoterapeuta Caprice Baudino, attiva al centro Le Radici di Lugano e alla cooperativa Baobab di Bellinzona.

Etnopsichiatria: una parola che si sente poco. Cos’è?

È una disciplina piuttosto recente chenasce dall’incontro fra psichiatria, scienze umane e culture con differenti visioni del mondo e che è spesso stata al centro di polemiche legate a questioni irrisolte del colonialismo, quali i rapporti di dipendenza e l’egemonia culturale. Il dibattito si accende puntualmente ogni volta che si ha l’impressione che l’immigrazione aumenti. Già in passato l’incontro fra diverse realtà non è stato felice.

A cosa allude?

In epoca coloniale, ad esempio, la psichiatria occidentale veniva usata per assoggettare meglio gli indigeni. C’è stato il tentativo di spiegare, attraverso la psicopatologia, i motivi che li portavano a non adattarsi alla dominazione coloniale. Durante le esposizioni universali, tenutesi fin dalla metà del XIX secolo, il corpo dell’indigeno era mostrato come qualsiasi altro prodotto esotico.

Quando le cose iniziano a cambiare?

A cavallo fra Otto e Novecento viene redatta la moderna classificazione dei disturbi mentali. Una categorizzazione che si voleva universale, applicabile a tutti gli uomini e a tutte le etnie. A questo scopo, il neuropsichiatra tedesco Emil Kraepelin si reca a Giava (isola indonesiana, ndr), lavora in un manicomio e confronta i quadri psicopatologici dei pazienti nell’intento di validare la sua ipotesi in altri contesti sociali e culturali: è il primo vero incontro con l’alterità. Ma bisogna aspettare la fine degli anni Sessanta del XX secolo affinché le cose cambino.

Cosa succede?

È con la decolonizzazione che avviene una reale apertura di pensiero, che porterà all’etnopsichiatria. Frantz Fanon, ad esempio, mostra i limiti della psichiatria, spiegando che non è possibile applicare le categorie occidentali a culture differenti dalla nostra. È in quel periodo che s’iniziano a interrogare sciamani e guaritori per comprendere meccanismi alternativi di guarigione.

Cos’è successo in Europa?

In Italia c’è stato Ernesto de Martino, che – interessandosi del tarantismo in Sud Italia – ha fatto grandi passi in questo senso. È il primo ad avere un approccio multidisciplinare e a promuovere un etnocentrismo critico. Poi arriva Georges Devereux: il padre della disciplina.

In cos’è consistito il suo contributo?

Dopo aver lavorato con gli indiani d’America Mohave, afferma che per capire i disturbi psichici di una persona che appartiene a un’altra cultura bisogna avere una doppia lettura: psicanalitica e antropologica. Mette in evidenza l’importanza del contesto in cui si nasce e si cresce, del retaggio culturale, delle credenze, della lingua. Da lì in poi, il dispositivo psicanalitico perde un po’ della sua centralità a vantaggio di una scienza dell’uomo che sia meno prigioniera della medicina. Ma è ad un allievo di Devereux che si deve l’attuale approccio etnopsichiatrico.

A chi?

Tobie Nathan crea il primo dispositivo clinico di etnopsichiatria, che definisce come l’insieme di tutti i modi terapeutici esistenti al mondo, senza alcuna gerarchia. Dopo aver operato in Francia nella cura dei migranti delle ex colonie francesi, si chiede come mai i guaritori tradizionali siano spesso più efficaci dei medici occidentali. Studia allora altri sistemi come la stregoneria, il malocchio, la possessione, destando scalpore perché cerca di capirli senza definirli a priori arretrati o inutili. E soprattutto intuisce quanto sia fondamentale la lingua e quanto contribuisca alla strutturazione degli individui.

La lingua in particolare sembra essere fondamentale. Che conseguenze ha questo sul suo lavoro?

L’introduzione nel setting terapeutico di un interprete/mediatore culturale, che parli la lingua del paziente e che sia in grado di creare un ponte tra il suo universo e quello del terapeuta, è un punto imprescindibile. Nathan rivoluziona il setting psicanalitico a due, e crea una consultazione in cui il paziente viene accolto da un gruppo di specialisti di vari settori (etnologi, psicologi,  musicologi, psichiatri) e di origine culturale diversa, coordinato da un terapeuta principale e con l’aiuto di un mediatore. Certo, è un dispositivo non sempre semplice da mettere in piedi.

In Svizzera e in Ticino come viene applicata l’etnopsichiatria oggi?

Abbiamo meno esperienza di altri Paesi toccati da più tempo dal fenomeno migratorio (il riferimento è ad esempio alla Francia, ndr), ma nella Svizzera tedesca e romanda ci sono diversi consultori e ospedali che seguono o perlomeno si ispirano all’approccio etnopsichiatrico. Quello che conta è lo sguardo con cui ci relazioniamo ai migranti, la consapevolezza di non avere la verità in tasca. Non considerare la propria visione del mondo come l’unica possibile, sapere che ogni sistema di pensiero è un insieme di valori che scaturisce dall’esperienza individuale e collettiva della comunità di appartenenza e che non è possibile curare il disagio psichico prescindendo dal contesto culturale.

Che impedimenti ci sono?

Un problema deriva dal fatto che l’interprete non è pagato dalla cassa malati. In taluni casi intervengono enti privati o caritatevoli ma altre volte si deve rinunciare, con tutti i malintesi che ne possono derivare e i dispendi finanziari dovuti alla non comprensione del reale disagio del paziente. 

Pensa che l’approccio etnopsichiatrico riuscirà a imporsi anche in Ticino?

Me lo auguro. È una questione che va di pari passo con l’attuale dibattito sull’immigrazione e sui diritti di queste persone. È importante capire che si tratta di un investimento: un aiuto terapeutico adeguato a una mamma migrante in difficoltà avrà inevitabilmente buone ripercussioni sui suoi figli che avranno più chances di integrazione nella società di accoglienza.

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