Gobbi risponde all'interpellanza di Canetta (Ps) per Zelal e Yekta: ‘Né mediatizzazione, né sostegno pubblico possono giustificare deroghe’

Zelal Pokerce (21 anni) e il fratello Yekta (20 anni) oggi pomeriggio hanno seguito in streaming, e con trepidazione, una parte della seduta del Gran Consiglio. Il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi ha infatti risposto a un'interpellanza di Maurizio Canetta del Ps, che – con altri 14 cofirmatari– chiedeva lumi sulla vicenda dell'espulsione dalla Svizzera di parte della famiglia curda e sulle possibilità per i due giovani di ottenere un permesso B per integrazione come “casi di rigore”; ricordiamo che in tal senso il Consiglio di Stato può esprimere un preavviso, che va poi inviato alla Segreteria di Stato della migrazione (Sem), chiamata a prendere la decisione definitiva.
La famiglia Pokerce era stata divisa all'inizio dello scorso mese di maggio: i genitori e il fratello più piccolo (con disturbo dello spettro autistico) erano stati prelevati, messi su un aereo e rimpatriati in Turchia. Sulle modalità di questo rimpatrio Canetta ha chiesto spiegazioni: “Hanno viaggiato sotto scorta. I telefoni cellulari sono stati sequestrati, impedendo ai figli maggiori di avere contatti con loro durante tutta la giornata. Ore di grande tensione e prostrazione psicologica. Nell’operazione sono stati tenuti in debito conto il fatto che tra gli espulsi c’era un bambino e che il fermo è avvenuto davanti ai due figli maggiori?”.
Gobbi ha specificato che a maggio sono intervenuti agenti di polizia in abiti civili e specializzati: «I telefoni cellulari non sono mai stati sequestrati, ma unicamente presi in custodia dagli agenti di scorta e inseriti negli effetti personali dei genitori Pokerce. Dopo il decollo da Zurigo, gli stessi cellulari e gli effetti personali sono stati riconsegnati agli interessati, che hanno potuto procedere al loro utilizzo in modalità aerea».
Si è quindi passati alla questione centrale per Zelal e Yekta, in Ticino dal 2021: “Sono andati a scuola e hanno frequentato un apprendistato fino alla decisione di blocco per loro delle attività scolastiche e professionali – si legge nell'interpellanza –. C’è una petizione con 1'700 firme, una lettera di 24 parlamentari firmata da rappresentanti di quasi tutti i partiti e uno scritto di sostegno della scuola di Zelal”. Tramite il loro avvocato, i due hanno ricorso contro una prima decisione negativa dell’Ufficio della migrazione sull’istanza per riconoscere il caso di rigore. “Ora il parere del Consiglio di Stato è essenziale per aprire la strada alla concessione del permesso B d'integrazione. La decisione spetterà poi alla Sem, che ovviamente tiene conto del parere del governo cantonale. Il governo terrà in considerazione, nell’esprimere il suo preavviso, il forte sostegno ai due ragazzi giunto dalla popolazione, da parte del parlamento e da una sede scolastica?”.
«La vicinanza umana, il sostegno della società e della scuola, come pure i sentimenti citati da Canetta meritano rispetto e ascolto – ha asserito Gobbi –. Tuttavia il governo ritiene che né la mediatizzazione, né il sostegno pubblico possono giustificare deroghe a criteri legali chiari, ai principi dello Stato di diritto e alle sentenze dei Tribunali cresciute definitivamente in giudicato. Di conseguenza, pur comprendendo dal lato umano il sostegno espresso dalla popolazione per la situazione dei due giovani cittadini turchi, non va dimenticato che l’Esecutivo cantonale è tenuto a valutare il caso in maniera oggettiva in ossequio al quadro legale vigente e alla giurisprudenza».
Sulla presa di posizione del governo per il “caso di rigore”, Gobbi ha invocato il segreto d’ufficio, definendola tuttavia «ancora pendente dinanzi all’Esecutivo cantonale, in attesa di evasione». Ha poi ricordato la trafila, con la decisione (in questo caso negativa) di prima istanza, che in generale arriva dopo pochi mesi dalla domanda. Segue poi la fase ricorsuale: «Governo e autorità preposte sono sensibili a questo genere di situazione e agli aspetti umani che le caratterizzano; d’altra parte in uno Stato di diritto non possono scostarsi dai quadri legali di riferimento e vigenti in materia. A livello cantonale il Consiglio di Stato non ha nessuna competenza in merito al rilascio dei permessi di dimora per casi di rigore. In Ticino questo compito è demandato per legge all’Ufficio della migrazione, che non può decidere autonomamente, ma si limita a preavvisare favorevolmente la concessione di queste autorizzazioni alla Sem. Giova rammentare che il fatto di restare in Ticino per un lungo periodo in virtù dell’effetto sospensivo dei vari iter ricorsuali non conferisce, a priori, un diritto a ottenere un permesso».
Canetta, in parte rassicurato per la delicatezza usata nell'operazione di rimpatrio, ha replicato, stigmatizzando l'atteggiamento generale del Consiglio di Stato, «per il quale la parola chiave è sempre “la competenza è di Berna”. È vero, il governo ticinese non decide, ma è indubbio che un suo parere indirizzato alla Sem conta. Anche perché questo tipo di richieste numericamente in Ticino sono molte meno rispetto agli altri cantoni. Dalla risposta emerge un atteggiamento di chiusura. Inoltre, se i media e i politici si occupano di qualche situazione vengono considerati colpevoli di voler influenzare il CdS. In verità si tratta semplicemente di rendere attenti su casi specifici, come questo, chiedendo al governo più disponibilità».