Locarnese

Dalla gelosia ai sequestri di persona, 21enne condannato a 36 mesi

In tre occasioni il giovane ha trattenuto contro la sua volontà la (ex) compagna, arrivando a fingersi membro di un cartello della droga per soggiogarla

20 aprile 2026
|

C'è di mezzo un cartello della droga, nella storia approdata oggi davanti alla Corte delle assise criminali di Lugano. Un cartello immaginario in questo caso, visto che si è rivelato essere solo uno degli espedienti usati da un 21enne portoghese, nato e cresciuto nel Sopraceneri, per spaventare, manipolare e in sostanza costringere ad avere contatti con lui l'ormai ex ragazza, che aveva deciso di troncare la relazione anche a seguito di un episodio (seguito da altri due simili) per il quale il giovane ha dovuto rispondere dell’accusa di sequestro di persona e rapimento ripetuto. Accusa infine confermata – assieme ad altre tra cui coazione e vie di fatto – dal presidente della corte Paolo Bordoli (a latere Renata Loss Campana e Luca Zorzi), che lo ha condannato a 36 mesi di reclusione di cui 18 da scontare (tolti i circa 10 già passati dietro le sbarre) e l'altra metà sospesa per un periodo di prova di 3 anni, durante il quale dovrà sottoporsi a un trattamento psichiatrico. Evitata l’espulsione dalla Svizzera, non potrà avvicinarsi alla vittima per 5 anni.

Lei tronca, lui non ci sta

Come spiegato nell’atto d’accusa promosso dal procuratore pubblico Alvaro Camponovo, il 26 luglio 2024 l’imputato, dopo un litigio per gelosia, ha trattenuto nel suo appartamento, contro la sua volontà e con la forza, quella che era la sua ragazza (allora minorenne), sequestrandole il cellulare e liberandola solo il mattino seguente. Non pago, nei mesi successivi e in risposta alla volontà di lei di troncare la relazione, ha in sostanza iniziato a renderle la vita impossibile tra pedinamenti, appostamenti, minacce (anche di morte), avvicinamenti indesiderati, chiamate e messaggi (a centinaia) e controllandone dispositivi elettronici e spostamenti. Inutili le precauzioni della giovane vittima, ad esempio bloccandolo su social e app di comunicazione, in quanto il ragazzo è comunque riuscito a entrare in contatto sfruttando l’app Twint (inviandole anche pochissimo denaro poteva automaticamente scriverle). Uno stratagemma che gli ha permesso di attirarla nuovamente nella sua “rete” facendole credere (anche attraverso chiamate e messaggi da numeri sconosciuti) di essere entrambi in pericolo di morte, in quanto un fantomatico cartello della droga rivale voleva utilizzarla per arrivare a lui. Da lì altri due incontri sono finiti con il sequestro – nell’appartamento di una terza persona – della giovane da parte dell’imputato, fermato infine dall’arresto avvenuto nel giugno dello scorso anno.

Vittima più credibile

Il giovane, affetto da problemi di salute (tra cui un disturbo dissociativo) e per questo in assistenza, ha sempre respinto le accuse più gravi (eccezion fatta per diffamazione e guida senza patente, situazione ripetutasi in più occasioni e durante la quale ha causato anche un incidente), sia durante il procedimento sia in aula. Da notare però come lo scorso febbraio sembrava disposto ad ammettere almeno parte dei fatti e su questa base le parti erano arrivate a un accordo, salvo ritrattare una volta presentatosi di fronte alla Corte delle correzionali e costringendo tutti a tornare in aula, stavolta alle criminali.

«Un aspetto centrale è la credibilità delle due versioni e in questo caso la più credibile è quella della vittima, che ha mantenuto una linea coerente e si è confrontata, senza scomporsi, anche con aspetti scomodi per lei, fornendo racconti sinceri seppur intrisi di paura e terrore che possono averla condizionata anche nei comportamenti – ha premesso Bordoli prima di pronunciare la sentenza –. Al contrario l’imputato, oltre a non rispondere ad alcune domande, ha tenuto un atteggiamento prettamente negatorio, esponendo suoi pareri e mentendo svariate volte, senza oltretutto spiegare alcune circostanze che avrebbero potuto aiutarlo». La corte ha tenuto conto del «disturbo importante della personalità di cui soffre, ma questo non significa che non fosse nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, anzi ha capito quali erano i punti deboli della vittima per insinuarvisi e mantenersi in una relazione malata». Da qui la colpa ritenuta «importante» e l’inevitabile condanna.

Strategia del controllo e del terrore

Una pena di 36 mesi di reclusione (18 da espiare) parzialmente sospesa era proprio quanto chiesto dal pp Camponovo, il quale aveva messo l’accento sul comportamento processuale ben poco collaborativo dell’imputato, parlando di una «linea difensiva assurda e un atteggiamento di autoassoluzione, senza ammissioni sincere ma, anzi, attaccando la vittima con accuse false smentite dai fatti». Una «tendenza a mentire documentata che ne sottolinea la pericolosità», emersa attraverso una «condotta progressiva di controllo e privazione della libertà», una vera e propria «strategia di controllo composta da violenza psicologica e fisica». Una condotta che ha costretto la vittima a «un cambio di abitudini e a vivere nel costante terrore, provocandole quindi un danno psicologico che richiede ancora oggi un trattamento».

Le pesanti conseguenze per la giovane e l’atteggiamento di «negazione e di sfida» dell’imputato sono stati sottolineati anche dal rappresentante della ragazza, Carlo Borradori, che ha richiamato il “ruolo fondamentale della giustizia per la messa in sicurezza della vittima, che ha visto la propria esistenza condizionata dall’agire dell’imputato”. A tal proposito, «il primo e vero atto d’accusa è rappresentato dalla perizia psichiatrica, che presenta un quadro compatibile con le accuse parlando di prevaricazione, narcisismo, manipolazione», oltre a indicare «un rischio di recidiva medio-alto».

Mai obbligata, già dimenticata

Si è dal canto suo battuto per il proscioglimento dalle accuse principali l’avvocato difensore Didier Lelais, che oltre a ricordare la vita complicata fin qui affrontata dal 21enne (non ha finito le scuole medie e ha passato tanto tempo chiuso in casa davanti al pc) ha sottolineato, riferendosi alla relazione inizialmente positiva ma poi divenuta «movimentata» tra il suo assistito e la vittima, la «mancanza di prove oggettive riguardo alle violenze», così come ha contestato molte delle situazioni, in particolare affermando che la giovane non sia «mai stata obbligata» a fare qualcosa e mettendone in dubbio la credibilità.

Quanto all’imputato, pur respingendo come detto i principali addebiti («non so perché si è inventata tutto, sarebbe da chiedere a lei»), si è detto consapevole della necessità di farsi aiutare attraverso un percorso terapeutico e di volersi ricostruire una vita “il più lontano possibile da lei (la vittima, ndr), l’ho già dimenticata e ho un’altra ragazza”. Il quesito, postogli dal giudice, su come abbia fatto a conoscerla dal carcere, non ha – anche stavolta – ricevuto risposta.

Segui laRegione su: WhatsApp oppure Telegram e ricevi ogni mattina le notizie principali