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‘Visto rifiutato in modo illogico a giovani cineasti saharawi’

I due artisti erano invitati in Ticino nell'ambito di un progetto di scambio culturale, ma la Sem smentisce di fatto la Direzione sviluppo e cooperazione

Il direttore della fotografia durante le riprese di ‘Jaima’
27 settembre 2023
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Niente visto per il soggiorno trimestrale in Svizzera a due giovani cineasti saharawi perché “esiste il dubbio che essi alla scadenza del permesso non lasceranno il nostro Paese”. È la motivazione addotta dalla Segreteria di Stato della migrazione (Sem), attraverso l’Ambasciata di Svizzera in Algeria, per osteggiare di fatto quello che la Direzione sviluppo e cooperazione (Dsc) dice invece di voler promuovere. E lo dice oltretutto con parole molto chiare, pronunciate in Piazza Grande, durante il Locarno Film Festival, dalla direttrice della Dsc stessa, Patricia Danzi: «Il cinema è un’importante espressione culturale e la cultura è, per noi, un elemento fondamentale dello sviluppo e della cooperazione internazionale».

Coinvolte diverse Ong svizzere

A sottolineare l’inspiegabile corto circuito istituzionale è Lucia Tramèr, giurista e coordinatrice del progetto di collaborazione fra la “Escuela de Formacion Audiovisual” (Efa) – presente nei campi rifugiati saharawi a Tindouf, in Algeria – e il Conservatorio internazionale di scienze audiovisive di Locarno (Cisa). «Parliamo – sottolinea Tramèr – di un progetto di natura culturale nato l’anno scorso con diverse Ong svizzere, attive da oltre 40 anni nella cooperazione con il popolo saharawi e il Festival Diritti Umani Lugano».

I due giovani saharawi Mayub e Mumna, ricorda Tramèr, «in quanto rappresentanti dell’Efa avrebbero dovuto partecipare al Locarno Film Festival – nel cui ambito è stato presentato il cortometraggio ‘Jaima’, realizzato nei campi rifugiati saharawi a Tindouf da una troupe di studenti del Cisa e presentato al Festival di Locarno nei Pardi di domani –, al Verzasca Foto Festival e al Festival Diritti Umani Lugano». Scopo principale del progetto è, prosegue, «quello di avvicinare, attraverso la realizzazione di film documentari e incontri fra studenti, formatori e artisti, ovverosia due realtà di vita molto diverse, alla luce di una passione comune: quella per il cinema».

‘Mesi di lavoro per compilare il dossier’

Ciò che a Tramèr è incomprensibile «è su quali fatti la Sem possa basare i dubbi che alla scadenza del permesso di soggiorno i due ragazzi non torneranno in patria». Infatti, «dopo mesi di accurato e serio lavoro di compilazione del dossier richiesto per accompagnare e spiegare la richiesta di voler soggiornare in Ticino, la decisione, presa il giorno seguente la deposizione della domanda, è arrivata sconcertando tutti coloro che lavorano al progetto».

Certamente, osserva ancora Tramèr, «la decisione in questione non è il risultato di un esame serio da parte dell’autorità, che l’ha invece liquidata in quattro e quattr’otto, con sorprendente leggerezza. Parliamo di una decisione chiaramente arbitraria, che viola il principio fondamentale, ancorato nella legge svizzera, del diritto a essere sentito. Infatti, né i diretti interessati, né le organizzazioni svizzere implicate, sono stati sentiti. Tre ricorsi sono attualmente pendenti davanti alla Sem».

‘Obiettivi politici e sociali divergono’

Per la coordinatrice del progetto di collaborazione «appare evidente che gli obiettivi politici e sociali divergono fortemente fra i Dipartimenti federali. Se da un lato la Sem mette in atto una politica restrittiva e a due velocità, in cui sembra voler affermare che il principio secondo cui l’entrata nel nostro Paese dipenda in primo luogo da considerazioni di natura geopolitica, dall’altro, il Dfi e la Dcs dicono voler promuovere una politica culturale aperta al mondo. Si tratta, con ogni evidenza di un totale controsenso». Poi, ricorda Tramèr, «lo stesso presidente della Confederazione, Alain Berset, interpellato da un giornalista di ‘Le Temps’ ad agosto, aveva dichiarato che “la cultura è la colonna vertebrale di una società aperta” e lo aveva fatto proprio in occasione del 76° Locarno Film Festival». Restando al Festival, «la signora Danzi affermava l’importanza di aprire le porte agli artisti del mondo intero. Con i tempi che corrono, diceva Danzi, bisogna assolutamente sostenere gli artisti che, assumendo rischi e superando difficoltà e ostacoli, vengono a raccontarci la loro storia, la loro cultura, facendoci un regalo prezioso».

‘Serve un esame più serio e attento’

Insomma, conclude, Lucia Tramèr, «in quanto cittadini elvetici sottostiamo alla Legge svizzera e all’agire delle nostre autorità; siamo fermamente convinti che questo progetto abbia, nella costruzione di relazioni e scambi culturali fra i popoli, un posto degno di essere difeso. Per questo motivo auspichiamo che un esame più serio e attento da parte delle autorità preposte al rilascio delle autorizzazioni di soggiorno porti a riconsiderare la decisione di rifiuto nei confronti di Mumna e Mahyub. L’obiettivo è che il progetto possa riprendere il suo corso e contribuire a una politica culturale svizzera aperta nei confronti di tutti i Paesi del mondo».

Il progetto

Il progetto in cui si inserisce la produzione del film descritto nell’ Accordo scaturisce dalla collaborazione nata nel 2019 fra il Film Festival Diritti Umani Lugano (Ffdul), da una parte, e dalle Ong, dall’altra, ciascuna attiva, nel proprio ambito, nella cooperazione con il popolo del Sahara Occidentale: Ader/S (www.adersahara.org), Suks (www.suks.ch), Comitato svizzero romando (www.sahraoui.ch) e Gruppo di appoggio di Ginevra per la protezione e la promozione dei diritti umani nel Sahara occidentale (www.genevaforwesternsahara.org).

«Il Film Festival Diritti Umani rappresenta un’importante opportunità d’incontro e di confronto attraverso immagini e parole, per quanto attiene al tema dei diritti umani – spiega la coordinatrice del progetto –. Le Ong, che s’impegnano da anni a dar voce al popolo Saharawi e a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla storia e la cultura di questo popolo, hanno voluto, con il pieno appoggio del Festival, estendere questa assodata collaborazione al Cisa. Per quest’ultimo, lo scambio è un’opportunità per conoscere la scuola di cinema saharawi, il suo funzionamento in un contesto particolarmente difficile, e permette anche di avvicinarsi alla cultura berbera e di approfondire la storia della lotta del popolo saharawi per il diritto all’autodeterminazione e per la difesa dei diritti umani in generale».

A proposito della scuola di cinema saharawi, «il progetto consente d’incontrare una società organizzata in modo diverso, una cultura poco conosciuta, dando modo di confrontarsi con le peculiarità del fare cinema in condizioni di vita privilegiate. Il lavoro che ne è scaturito, ‘Jaima’” appunto, va ad arricchire lo scambio culturale fra i popoli e contribuisce all’apertura delle porte ad artisti saharawi che ci raccontano di loro, permettendoci di entrare nell’intimità della loro vita quotidiana. Si tratta di un cortometraggio delicato e intelligente», conclude Lucia Tramèr.

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