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03.10.2022 - 12:47
Aggiornamento: 18:58

Pedofilo tra Ticino e Thailandia, chiesti 9 anni di carcere

Un 77enne del Sopraceneri è accusato di ripetuti atti sessuali con fanciulli e con persone inette a resistere per fatti compiuti tra il 2000 e il 2021

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Nove anni di carcere. È la pena richiesta dal procuratore pubblico Pamela Pedretti nei confronti di un 77enne del Sopraceneri, presentatosi oggi dinanzi alla Corte delle Assise criminali di Locarno (in Lugano) presieduta dal giudice Mauro Ermani (giudici a latere Monica Sartori-Lombardi ed Emilie Mordasini) e accusato di ripetuti atti sessuali con fanciulli e con persone incapaci di discernimento o inette a resistere, ma anche di pornografia (ripetuta) e di rappresentazione di atti di cruda violenza. Fatti che l’uomo – in carcere dall’ottobre 2021 – ha in gran parte ammesso di aver compiuto tra il 2000 e il 2021, in Ticino presso i propri domicili, ma anche in Thailandia, dove ha iniziato a recarsi con più frequenza e per periodi più lunghi una volta andato in pensione.

Capi di imputazione che pesano come macigni sul pensionato ticinese, ma mai quanto sulle sue vittime, tre delle quali costituitesi accusatori privati. Tre persone appartenenti alla sua cerchia di conoscenti (di cui due famigliari), tutti minori di sedici anni (di età compresa tra uno e undici anni) all’epoca dei fatti e dei quali l’imputato ha abusato in più occasioni (un numero imprecisato), approfittando del fatto che i bambini gli venivano affidati (a lui o alla sua famiglia, si è risposato due volte) nella totale fiducia dai genitori. Una fiducia tradita senza mai arrivare a compiere atti completi ma non per questo in maniera meno grave: si va dai toccamenti sopra e sotto gli indumenti, alla masturbazione, fino alla penetrazione con le dita e al sesso orale. Violazioni compiute mentre i bambini guardavano i cartoni animati sul divano, in doccia, persino mentre dormivano. In un’occasione avrebbe invece (l’imputato ha negato) coinvolto una quarta vittima ticinese in una videochiamata durante la quale le ha mostrato le sue parti intime.

Quanto alla Thailandia (tra il 2007 e il 2021), si parla principalmente di toccamenti e leccamenti con bambine tra 3 e 8 anni con la scusa di pulirle, asciugarle o spalmare creme, ma per gli inquirenti è stato difficile – nonostante una rogatoria internazionale – indagare a fondo. Tanto che per ricostruire quanto capitato nel paese asiatico la giustizia si è dovuta affidare a foto e video. Già perché l’imputato a volte filmava e fotografava tutto e tra il materiale pornografico trovato in suo possesso e comprendente atti sessuali reali e fittizi con minorenni (e con animali), alcuni filmati ritraevano proprio le sue vittime.

Ammissione confusa e un pentimento che sembra non convincere

«Lei è stato indicato come un pedofilo e questo termine purtroppo la descrive bene – non ha esitato a dichiarare il giudice Ermani, rivolgendosi al 77enne –. Lei deve capire che un atto sessuale non è solo l’atto in sé e che c’è una bella differenza tra guardare (non che non sia grave) e toccare».

Apparso spaesato e poco lucido, l’imputato ha dal canto suo ammesso la maggior parte dei fatti, non senza provare a giustificarsi con presunti abusi subiti a sua volta da piccolo e con un’ossessione per il nudo... «Ci ripenso tutti i giorni e tutte le notti e mi fa male – ha in un secondo tempo confessato –. Sono pentito, so che non dovevo farlo perché non è giusto, vorrei nascondermi».

Un pentimento che non è sembrato convincere il giudice, che dopo aver fatto notare come «la pedofilia è una devianza dell’oggetto del proprio piacere sessuale (definizione nella quale l’accusato ha ammesso di riconoscersi, ndr)», ha sottolineato che «di pentimento nelle sue dichiarazioni agli atti ne ho visto poco. Lei pensa che vada bene così? Che si dovrebbe dimenticare? Lei per le vittime rappresenta la sofferenza in persona».

Una certa «ritrosia nell’assumersi pienamente la responsabilità e scarsa collaborazione» è stata evidenziata, ha spiegato sempre Ermani, anche dalla perizia psichiatrica, scaturita in una diagnosi di scemata imputabilità di grado lieve. A tal proposito il giudice ha sottolineato come per la terapia suggerita, ossia un trattamento stazionario, non ci siano purtroppo le strutture adeguate.

A proposito di terapia, a domanda precisa, l’imputato ha infine risposto «sì, credo di poter guarire, non penso di poterci ricascare».

L’accusa chiede nove anni di carcere

Nove anni di carcere. È come detto la pena detentiva proposta dalla pp Pamela Pedretti, che ha chiesto che il 77enne sia ritenuto colpevole per tutti i reati di capi d’accusa. «Speravo, seppur senza farmi troppe illusioni, che l’imputato si presentasse in aula con una minima e reale presa di coscienza, mostrando un barlume di pentimento vero e non preoccupazione per la sua sorte – ha affermato la procuratrice –. Invece lui prova vergogna per se stesso, non per ciò che ha fatto. Negli anni, non ricordo nessuno così reticente quando si parlava di reati talmente gravi a danno di vittime così indifese. Si è preso quello che voleva senza farsi scrupoli e la sua colpa dal profilo oggettivo è estremamente grave. Per un lunghissimo lasso di tempo, due decenni, ha abusato di bambini molto piccoli, mettendo in pericolo l’armonioso sviluppo della loro vita sessuale e approfittando della fiducia dei genitori. Un comportamento subdolo e solo per dar sfogo alla sua libidine, dimostrando una totale assenza di empatia. Ancora adesso non ha capito che quelle persone hanno sofferto a causa sua, ma lui sapeva quello che stava facendo, per cui la sua colpa non può che essere molto grave».

Parole alle quali si sono associati i rappresentanti degli accusatori privati, con l’avvocato Nicola Corti (che rappresenta la vittima più grande, la conoscente dalla cui testimonianza è partita l’inchiesta) che ha incentrato il suo discorso sulle «conseguenze per la vittima», con il danno creato che «non si cristallizza nel momento in cui lo si subisce, ma si protrae nel tempo creando ferite che non si cicatrizzano mai». A maggior ragione se inferte «a chi sta crescendo e costruendo la propria identità, che è anche sessuale». Corti ha sottolineato come in seguito a quanto subito la sua assistita si è sentita «insicura nelle relazioni, anormale, rotta» e più per il valore simbolico che pecuniario, ha chiesto un risarcimento per torto morale di 20’000 franchi.

Letizia Vezzoni (in rappresentaza delle due vittime appartenenti alla cerchia famigliare dell’uomo) ha dal canto suo messo l’accento sul «rapporto di fiducia violato, con le vittime ma anche con i loro genitori», definendo «imperdonabile» tale violazione. «L’imputato non ha capito nulla della gravità di ciò che ha commesso – ha proseguito l’avvocato –, preoccupato solo per la sua sorte, senza nessuna impatia per le vittime e nessuna idea di cosa significa per loro provare ad andare avanti». 16’000 franchi a testa (con interessi) la richiesta per il torto morale.

La difesa contesta un solo capo d’imputazione (la videochiamata)

La palla è infine passata al difensore d’ufficio, l’avvocato Fabiola Malnati, che alla luce dell’ammissione quasi totale dei fatti da parte del suo assistito, non li ha contestati – se non per l’accusa riguardante la videochiamata, per la quale ha chiesto il proscioglimento –. Si è piuttosto limitata a sottolineare che «l’imputato sa di aver compiuto fatti indiscutibilmente sgradevoli e deprecabili. Prova ne è la vergogna provata, ma nel suo significato più profondo, ossia una risposta a ciò che è moralmente sbagliato, distinguendola quindi dal semplice imbarazzo. Vergogna che lo ha soggiogato e lo ha portato ad avere difficoltà ad ammettere e a spiegare i suoi atti». Infine la difesa, pur parlando di colpa grave, ha invitato la corte a tenere conto della scemata imputabilità indicata dalla perizia (e della turba psichica che non gli permette di trattenersi), dell’età dell’imputato nonché dei problemi di salute (un ictus) avuti recentemente, chiedendo dunque una riduzione sensibile della pena (e dei risarcimenti). Domani pomeriggio la sentenza.

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