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20.09.2021 - 05:30
Aggiornamento: 12:31

La bandiera arcobaleno e lo ‘zampino’ dell’arciprete

Fra le reazioni alla decisione della Città di Locarno (poi abortita) di esporre il vessillo per i matrimoni gay, anche una lettera al Municipio di don Carmelo Andreatta

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Prima della decisione di toglierla

A Locarno ha voluto entrare anche la Chiesa, nella “querelle” – poi sfociata in un ricorso al Consiglio di Stato – riguardante il diritto di esporre su uno dei pennoni all’esterno di Palazzo Marcacci la bandiera arcobaleno con la scritta “Sì, lo voglio” in riferimento al “Matrimonio per tutti”, o matrimonio gay che dir si voglia. Ci è entrata con una presa di posizione da parte dell’arciprete di Locarno, don Carmelo Andreatta, che non tanto sul tema, ci dice, quanto sull’opportunità o meno di esporre la bandiera sotto votazioni ha voluto dire la sua con una lettera indirizzata alla Città. «In effetti – precisa Andreatta – ho scritto al Municipio, ma semplicemente per sottolineare che secondo me non era adeguato appendere la bandiera proprio mentre ci si prepara al voto. Ciascuno prenderà posizione rispetto alle proprie sensibilità, ma non doveva certo essere il Municipio a dare un’indicazione. Credo sia necessario, in questi casi, rimanere neutri, soprattutto se si è un organo come l’esecutivo di un Comune, che deve rappresentare tutti quanti i cittadini. Probabilmente si è fatto trasportare, ma ai... trasporti in determinati casi bisogna anche saper resistere».

La richiesta di appoggiare la campagna “pro Matrimonio per tutti” in vista della votazione federale era stata inoltrata dalla coordinatrice della campagna stessa, Lisa Boscolo, a tutti e 108 i Comuni ticinesi. Che si erano profilati in tre modi: una buona metà neppure rispondendo alla sollecitazione; un’altra metà giustificando il diniego con la volontà di non esprimere un parere politico su una tematica federale presto al voto; e una minimissima parte, rappresentata appunto dalla Città di Locarno e dal Comune di Arogno, decidendo di aderire all’invito e (fieramente) esponendo il vessillo arcobaleno: all’esterno di Palazzo Marcacci nel caso locarnese, e all’interno della casa comunale in quello arognese.

Dell’intervento di don Carmelo ha riferito lo stesso Municipio nello scambio di allegati nell’ambito del ricorso di un privato cittadino che si era rivolto al Consiglio di Stato per far imporre a Locarno, così come ad Arogno nel Luganese, di ritirare la bandiera arcobaleno. Ricorso che nel frattempo è stato ritirato per quanto riguarda la posizione della Città – vista la decisione del Municipio stesso di rimettere la bandiera in un cassetto dopo che “il messaggio era comunque stato lanciato” –, mentre rimane valido rispetto ad Arogno, piccolo Comune sottocenerino (circa 760 aventi diritto di voto) che ha invece coraggiosamente deciso di difendere fino alla fine il suo diritto a profilarsi sul tema.

La Città: ‘Sia fatta chiarezza’

Nell’attesa che il Consiglio di Stato decida cosa fare con Arogno, è interessante andare a rivedere le considerazioni inviate al Servizio ricorsi dai due Comuni. Locarno premette che è necessario “distinguere tra l’informazione o l’intervento delle autorità nel caso di votazioni nella propria comunità e nel caso di votazioni in un’altra comunità”; in questo caso, il Tribunale federale “ha finora lasciato aperta la questione se un Comune possa schierarsi anche se non si tratta di un progetto concreto ma di una proposta astratta generale”. Da quanto scrive Locarno, il tema interessa molto la Città, che chiede “sia fatta chiarezza”. Nel caso specifico, la compagine di Palazzo Marcacci ricorda di aver deciso a maggioranza di esporre la bandiera “per dare un segnale contro ogni forma di discriminazione basata sull’orientamento sessuale delle persone. Decisione, questa, presa anche da altre città svizzere, fra cui Ginevra e Losanna. L’esecutivo non voleva con questa decisione urtare la sensibilità di nessuno, bensì ribadire la sua opposizione a qualsiasi forma i discriminazione in quest’ambito”. Poi però le reazioni esterne non sono mancate e, come si è visto, la decisione di ritirare la bandiera ne è stata una conseguenza, ma soltanto quando si riteneva che se c’era un messaggio da recapitare alla popolazione, esso era già giunto a destinazione.

Arogno: ‘Non tocchiamo il tema matrimonio’

Quanto ad Arogno, non è probabilmente estranea all’eloquenza delle considerazioni espresse la “verve” del suo sindaco Emanuele Stauffer, avvocato ed ex procuratore. “Il ricorso, abusivamente, abbina la bandiera arcobaleno alla votazione del 26 settembre e la considera come un’incitazione ad approvare la legge sottoposta a referendum – si legge –. Ora, se è innegabile che il tema oggetto di votazione possa annoverare fra i suoi simboli anche la bandiera arcobaleno, non è corretto sostenere che questa bandiera costituisce l’illustrazione del messaggio veicolato dalla votazione in questione” (anche perché, va aggiunto, non è quella della campagna con la scritta “Sì, lo voglio”). Arogno ricorda infatti la storia quarantennale della bandiera arcobaleno – tra l’altro molto simile a quella della pace – che ne fa un simbolo “associabile ai diritti delle comunità LGBTQ+, ma non al concetto del matrimonio”. Quindi, “la bandiera arcobaleno in sè non contiene alcun messaggio a favore o a sfavore dell’oggetto in votazione il 26 settembre”. Politicamente parlando, Arogno “intende promuovere valori quali la parità di trattamento e i divieto di discriminazione, ritenendo che la riforma legislativa di fine settembre sia in linea con questi obiettivi. Non si tratta quindi in alcun modo di una raccomandazione di voto, ma di una semplice perorazione di principi repubblicani e costituzionali”, primo fra tutti quello secondo cui “tutti sono uguali davanti alla legge”.

In conclusione, il Municipio sottolinea che l’esposizione della bandiera non esercita alcuna forma di pressione sui cittadini arognesi (o ticinesi), e che non tenta di influenzare né condizionare nessuno.

Leggi anche:

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