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laR
 
09.08.2021 - 16:49
Aggiornamento : 18:06

‘Il fiume dopo le piogge nasconde terribili rischi’

Tutt'ora senza esito le ricerche del corpo della 31enne annegata domenica a Lavertezzo. Le considerazioni di Nicola Sussigan del Gruppo Sub Verzasca

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«È la non conoscenza del fiume e dei suoi pericoli, il fattore determinante. Per questo è necessario ascoltare chi può dare buoni consigli». Nessuno nasce esperto, è il senso dell’appello di Nicola Sussigan, che con il Gruppo Sub Verzasca da lui presieduto ha partecipato domenica al primo giorno di ricerche della 31enne turista di nazionalità thailandese, ma residente nel Canton Lucerna, annegata nelle acque della Verzasca poco sotto il Ponte dei Salti a Lavertezzo. Ricerche che anche ieri, condotte dalla Polizia lacuale in collaborazione con il Cas, non hanno dato esito.

Esperti dunque non si nasce, ma si diventa con l’esperienza, con la conoscenza. Se non lo si è, o ci si reputa tali basandosi sulle proprie sensazioni, si rischia di correre pericoli gravi, se non fatali.

“Condizioni dell’acqua quasi proibitive”

Tornando alle prime, drammatiche ore di ricerca condotte domenica dalle 14.30 fino a sera inoltrata, Sussigan mette assieme tutti gli elementi capaci di inquadrare la situazione: «Le condizioni dell’acqua al momento del fatto erano quasi proibitive. Parliamo di una portata superiore ai 40 metri cubi al secondo, contro i normali 4-7 metri cubi al secondo. All’inizio si è dunque fatto quel che si è potuto. Dopo un pomeriggio di lavoro, le ricerche sono state sospese dalla Polizia lacuale perché le condizioni erano proibitive. Era inutile andare avanti ad oltranza, anche perché purtroppo, e lo vorrei dire con la massima sensibilità possibile, tutti sapevamo che a partire da pochi minuti dopo gli allarmi putroppo non c’è più niente da fare. Pur con tutta la conoscenza dei luoghi e l’esperienza che possiamo avere come soccorritori, non ha senso mettere a repentaglio altre vite umane. A un certo punto bisogna fare mente locale e interrompere le ricerche, per poi riprenderle quando la portata del fiume si sarà notevolmente ridotta».

La non conoscenza del fiume non è un’accusa: è una constatazione che emerge purtroppo a posteriori per capire i motivi di una tragedia. «Con ogni evidenza la vittima era inconsapevole del pericolo, non si è resa conto dei rischi che correva, di quanto infida possa essere la corrente. In questi casi succede proprio questo: il bagnante osserva il fiume, sceglie un angolo apparentemente tranquillo, ma non sa o non riflette abbastanza sul fatto che con una certa portata la corrente è in grado di prenderlo in un attimo e di trascinarlo a valle. Quando succede, il dramma ha inizio. Perché non ci sono più appigli, i sassi sono lisci, non c’è nulla a cui aggrapparsi. Il fiume ti sembra bello, invita a fare il bagno. Ma dopo che ha piovuto, come successo fino alla tarda serata di sabato, la portata subisce degli aumenti impressionanti. In condizioni normali la Verzasca porta dai 4 ai 7 metri cubi al secondo. Al momento dell’incidente ce n’erano come detto 41. Quando, domenica mattina alle 7, ho iniziato il picchetto a Lavertezzo, i metri cubi erano 72. Nella notte precedente, dopo gli acquazzoni, erano arrivati ad essere 258. Gli innalzamenti sono sempre repentini, mentre gli abbassamenti, dopo una prima fase di calo piuttosto marcata, non lo sono altrettanto. Sempre che non piova in alto, per una normalizzazione ci vogliono 3-4 giorni».

Insomma, «dopo un nubifragio è impensabile fare un bagno nella Verzasca». È vero, aggiunge l’esperto, «che a qualcuno che decide di farlo può andare bene, ma il punto è che il rischio è troppo elevato, e lo rimane anche se osservando il fiume sembra che offra delle buone condizioni. Il motto della campagna “Acque sicure” traduce proprio questo concetto: “Così bello, così pericoloso”».

“Informarsi con la gente del posto”

«Non mi stancherò mai di ripeterlo – sottolinea Nicola Sussigan –: è auspicabile che chi arriva in Verzasca sereno e senza pensieri, prima di fare il bagno si informi dalla gente del posto: c’è sempre qualcuno che gira a bordo fiume. Sono le stesse persone, questi locali, che conoscono i pericoli della Verzasca e vedendo qualche forestiero imprudente gli fischiano giù di stare attento, che può esserci un pericolo».

Parallelamente, nei mesi di luglio e agosto sono presenti quotidianamente i pattugliatori della commissione Acque Sicure («a loro va grande merito per il lavoro di prevenzione») e tutti i fine settimana è attivo il picchetto professionale del Gruppo Sub con sede a Lavertezzo. «Bisogna puntare sulla prevenzione: è necessario dare il maggior numero di informazioni affinché la gente prenda consapevolezza e impari a valutare quali possono essere le situazioni di rischio, per evitarle. Bisogna dire che in genere le persone ci danno ascolto, capiscono che ne va della loro incolumità e ringraziano per le informazioni; una piccola minoranza invece non accetta consigli e arriva magari a rispondere in malo modo, ritenendosi esperta anche se magari è la prima volta che viene in valle».

“Le cifre dei decessi
diminuite drasticamente”

Fra alti e bassi, la prevenzione rimane dunque l’arma migliore contro le tragedie dell’acqua. Sussigan rileva «l’enorme lavoro svolto nell’ambito delle campagne di informazione. Fino a qualche anno fa si parlava di decine di morti all’anno nella sola Verzasca, mentre oggi le cifre sono diminuite drasticamente. Non sarà mai abbastanza fintanto che non si arriverà a non conteggiare più morti – la fatalità, l’imprudenza o altri fattori sono sempre dietro l’angolo –, ma i risultati ottenuti sono davvero importanti, anche se agli occhi della gente sembrano cancellarsi ogni qualvolta si verifica un nuovo dramma».

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