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laR
 
31.03.2021 - 05:30
Aggiornamento: 16:02

Divieti, ‘a Locarno c'è una tigre che non ha i denti’

Nessuna base legale per la cartellonistica “regola movida”. Il suo ideatore Niccolò Salvioni: “Occasione persa per dotarsi degli strumenti adeguati”

Il Municipio non era al corrente delle intenzioni del Consiglio comunale e il Consiglio comunale non era al corrente delle intenzioni del Municipio. Ne è così uscito un mezzo pasticcio politico che ha quantomeno soffocato sul nascere i vagiti di un probabile referendum, piuttosto imbarazzante per tutti ­– tranne forse che per i socialisti – sotto elezioni comunali.

È di lettura piuttosto difficile, il “dietro le quinte” del rinvio del messaggio con cui a Locarno si voleva sostanzialmente adeguare la regolamentazione comunale riguardante l'uso e la protezione dei beni comunali. Quel che si sa è che il ponderoso messaggio municipale era da un mese nelle mani della commissione della Legislazione, il cui rapporto, redatto da Mauro Belgeri e da Annamaria Ferriroli, è un plico di 23 pagine (più allegati) che lo benedice. Fulcro dell'adeguamento previsto, l'aggiunta di un capoverso all'articolo 96 del Regolamento comunale che, se approvato, avrebbe consentito a cascata di dotare di base legale la cartellonistica con i divieti di consumare bevande alcoliche, ascoltare musica con apparecchi sonori e gettare rifiuti in determinate zone considerate “calde” della città. Fino a lunedì sera alle 20 il Municipio era convinto che il messaggio andasse al voto. Per questo motivo, con l'ausilio del vice-segretario e giurista comunale, la compagine ha lavorato agli emendamenti che erano stati presentati. Emendamenti che, stando alle informazioni raccolte dalla “Regione”, non destavano eccessive preoccupazioni; e il discorso varrebbe anche per quello del Ps che chiedeva la cancellazione del nuovo capoverso 3 all'articolo 96. Il Municipio non lo avrebbe fatto suo, ma l'accettazione o meno della proposta socialista sarebbe comunque passata al voto (scontato) del legislativo.

Sarebbe quella del vicesindaco Paolo Caroni, la voce che a un certo punto, nell'imminenza della seduta di Consiglio comunale, ha parlato ai capigruppo chiamati a raccolta dalla presidente del legislativo, e spinto per un ritiro del messaggio a causa della presunta necessità di non meglio precisati approfondimenti giuridici. Rinvio che non è stato proposto e motivato dall'esecutivo, ma è stato fatto richiedere al Consiglio comunale dalla capogruppo Ppd Barbara Angelini-Piva. Il sospetto è che su questa improvvisa giravolta – che ha scandalizzato persino il relatore del rapporto, il solitamente aulico ma misurato Belgeri («Mi incazzo veramente!») – aleggi l'ombra della domanda di referendum giurata dai socialisti qualora il capoverso 3 non fosse stato cancellato.

“Costruttore” del messaggio, prima che esso finisse nelle mani del neofita Simone Merlini, è stato Niccolò Salvioni, uomo di legge, oramai ex municipale Plr ma ancora attento osservatore delle dinamiche politiche locarnesi. Raggiunto ieri dalla “Regione” per un commento sulle presunte pecche giuridiche del lavoro svolto nell'allestimento del messaggio stesso, Salvioni ha fermamente respinto l'ipotesi: «Non mi risulta, anzi – ha commentato –. Secondo il mio parere non c'era niente che non andava e il Municipio ha perso una grossa occasione di dotarsi degli strumenti adatti per controllare le derive della cosiddetta “movida”. Ora quella che gira in città è una tigre senza denti». Il grosso felino sarebbero i cartelli con i divieti, che questi stessi divieti si ritrova però a doverli masticare con le gengive, visto che non dispone di una base legale per giustificarli. In teoria, chi venisse multato per aver consumato bevande alcoliche, gettato rifiuti e ascoltato musica ad alto volume in determinate zone della città potrebbe semplicemente replicare i ricorsi dei due apprendisti beccati con la Heineken nell'ottobre del 2018 in zona Castello, ai quali il Consiglio di Stato, adito tramite l'avvocato Cristina Clemente, aveva dato ragione. 

Il Municipio di Locarno continua dunque a non poter autonomamente vietare il consumo di bevande alcoliche in alcune zone considerate a “rischio degrado”. Questo, neppure basandosi sull’articolo 107 della Loc (quello che regola l’esercizio delle funzioni di polizia locale), il quale a detta del governo non costituisce “una base legale formale sufficiente, rispettivamente poiché non sono dati gli estremi per l’applicazione della clausola generale di polizia”. Quest’ultima è infatti una misura da “extrema ratio”, un “rimedio di natura sussidiaria che, in caso di urgenza, permette al Municipio di adottare provvedimenti atti a prevenire, rispettivamente ad eliminare, pericoli gravi e imminenti, non altrimenti evitabili, per i beni di polizia”.

 

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