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Locarnese
La ristorazione: ‘Noi come agnelli sacrificali’
Gastro Lago Maggiore in ginocchio nella completa incertezza: ‘Perdurante chiusura incomprensibile. C'è urgenza di aiuti statali a fondo perso’
9 gennaio 2021
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«Siamo l'agnello sacrificale». Nunzio Longhitano è attivo da 33 anni nella ristorazione e nel periodo nero della pandemia, come presidente di Gastro Lago Maggiore, sta mettendo la sua esperienza al servizio della categoria. Raccogliendone, in qualche modo, i primi cocci. «Siamo una categoria prima messa in ginocchio dal “lockdown” primaverile, poi mandata al tappeto da questa chiusura che reputiamo ingiustificata, di cui non si vede la fine e in cui bisogna vivere alla giornata, senza sapere se e quali aiuti arriveranno, e soprattutto quando sarà finalmente possibile riaprire. Fra le conseguenze pratiche, sto osservando molti più cambi di gestione rispetto al passato. Ma la domanda principale è: perché siamo noi a pagare per tutti, quando appare evidente, dal decorso della pandemia, che non è certo l'attività di ristorazione la causa determinante dei nuovi contagi?». Una possibile risposta Longhitano la trova nel limitato peso specifico della categoria in ambito politico: «Non riusciamo a fare lobby, né a Berna, né a Bellinzona. È questo il vero problema. Eppure in Svizzera, con 200mila lavoratori, rappresentiamo il 10% del prodotto interno lordo».

‘Quanti vorrebbero manifestare’

Nel Locarnese gli associati fra bar, ristoranti e affini sono circa 400 e rappresentano il 90% della ristorazione. «Bisogna calcolare che nella nostra regione, in inverno, un buon 80% dei ristoranti è aperto – ricorda Longhitano –. Ogni giorno ricevo chiamate da colleghi disperati. E non esagero. C'è chi è depresso perché si ritrova a casa e non sa più dove sbattere la testa; chi insiste per scendere in piazza e manifestare tutti assieme la nostra disperazione. Noi, in quanto rappresentanti, possiamo soltanto invitare alla calma, e attendere che mercoledì prossimo il Consiglio federale proponga delle soluzioni valide e rassicuranti. E con questo intendo contributi a fondo perso per casi di rigore in cui possa rientrare non chi ha perso il 40% della cifra d'affari – perché a quel livello sei già fallito – ma al massimo il 20-25 per cento. In estate qualcosina si era recuperato, ma novembre è stato piatto e nel periodo prenatalizio si sono perse tutte le cene aziendali, lasciando a terra il 60-70% della cifra d'affari. Tutto ciò, al netto dei costi fissi, che naturalmente rimangono: fra affitto, corrente, acqua e assicurazione parliamo di un 30% della cifra d'affari delle annate normali. Sopravvivere in queste condizioni, senza paracadute in vista, è impossibile».

‘Ci hanno tolto libertà e lavoro’

Una prima conferma diretta arriva da Alberto Akai, gerente di un bar-caffé in Piazza Muraccio a Locarno: «Premetto che ho grande rispetto per chi ha avuto o ha problemi di salute. Ma detto questo constato una chiara incapacità del Consiglio federale, anche a livello di comunicazione. Prima ci hanno tolto la libertà, poi anche il lavoro. La ristorazione si sente gravemente discriminata. Alcuni hanno fatto ingenti investimenti per rispondere alle esigenze sanitarie e tutti quanti abbiamo spese fisse altissime che senza lavorare puoi affrontare per un mese. E qui si parla del doppio. In più, ci sono le spese familiari, perché in bucalettere non ci arrivano le lettere d'amore». Quanto alla chiusura “mirata” di bar e ristoranti, Akai sostiene che «se hai una casa con 7 finestre aperte e hai freddo, ne chiudi almeno 6, non una o due. In giro vedo assembramenti dappertutto. Ma la cosa peggiore è la sensazione di totale incertezza con cui dobbiamo convivere. Sono passate settimane dalla seconda chiusura e ancora non sappiamo quali aiuti avremo, e se ne avremo. Questo quando ne servono di immediati, come durante la prima ondata, ma a fondo perso perché non possiamo più indebitarci».

Una discriminazione da parte di Berna la vede anche un terzo esercente, attivo a Locarno, tagliato fuori dal lavoro ridotto poiché fresco di nuova apertura e costretto a licenziare una decina di collaboratori: «Non potevo fare altrimenti, non avendo entrate. Quel che più mi fa rabbia è il rimbalzo di responsabilità fra Confederazione e Cantoni, ma anche la vanificazione degli investimenti fatti per rispettare le restrizioni. Non capisco il perdurante “salvataggio” di attività che a livello sanitario generano senza dubbio più problemi della nostra, per non dire dei milioni che sono piovuti su categorie come quella dello sport professionistico. Per noi gli aiuti statali ci sono stati, ma ne servono altri, e servono in fretta. Guardiamo anche solo alla Germania, che si è mossa con decisione nel campo degli affitti commerciali. Qui, ora, ci sentiamo dei capri espiatori».

‘Il caffé al bar un conforto fondamentale’

Un'ultima riflessione, ma non per importanza, Akai la riserva «all'emergenza sociale che arriverà dopo quella sanitaria. Che sarà anche peggiore, se possibile. In questo senso come ristoratori conosciamo la gente e la grande solitudine che c'è in giro. Parlo delle moltissime persone sole, di cui molte già anziane, il cui principale se non unico conforto era il caffè del mattino in compagnia, la puntata al bar per scambiare due chiacchiere con i conoscenti. Questa gente dov'è? Chiusa in casa, cancellata. Per cosa? Per un provvedimento generalizzato i cui risultati, oggettivamente, non ci sono».

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