La sede del Tribunale d'appello e revisione penale (Ti-Press)
Locarnese
18.02.2020 - 19:200
Aggiornamento : 23:01

Agenti in appello: furono botte o erano solo bugie

Per l'accusa si è trattato di un caso di lesioni e abuso d'autorità. Per la difesa la presunta vittima ha mentito su tutti i fronti

Hanno picchiato a più riprese un ubriaco, spaccandogli il naso e abusando della loro autorità. Oppure hanno agito in modo proporzionato e le accuse della vittima, che quella notte aveva un tasso alcolico nel sangue del tre per mille, sono campate in aria. Due versioni opposte quelle emerse oggi nell’aula della Corte di appello e revisione penale, presieduta da Angelo Olgiati (giudici a latere Chiarella Rei-Ferrari e Attilio Rampini). Al banco degli imputati due agenti della Polizia cantonale che il 15 novembre del 2013 sono stati chiamati a Tegna per un automobilista contromano sulla cantonale. Arrivati sul posto hanno trovato un33enne addormentato sul volante dell’auto, ferma sulla carreggiata. In aula è stato ripercorso l’intervento: il passaggio al pronto soccorso per l’esame del sangue, il trasporto in gendarmeria per le “scartoffie” relative al veicolo, per i verbali e per il deposito della cauzione. Ma il 33enne – già a Tegna e poi ancora nelle tappe successive – a tratti inveisce contro gli agenti, sputa, scalcia, si divincola e insulta. Dal racconto dei poliziotti emerge che, come prassi vuole, il facinoroso viene ammanettato dietro la schiena e, in due occasioni, messo a terra a sorpresa, con mossa rapida. Una questione di sicurezza, hanno spiegato gli imputati, con tecniche acquisite durante la formazione di polizia. I filmati della videosorveglianza mostrano alcune di queste scene. Al Pretorio, invece, l’uomo inciampa, cade pesantemente a terra e si ferisce al volto (frattura aperta del setto nasale). Così torna al Pronto soccorso. Per la grave lesione subirà nel tempo due interventi chirurgici.

‘Non era pericoloso’

Per l’accusa, sostenuta dal procuratore generale Andrea Pagani, i fatti non si sono svolti come raccontato dai due uomini in divisa. La vittima non ha opposto vera resistenza, non costituiva un pericolo: ha proferito insulti e minacce (come ci si può attendere da un ubriaco), ma senza alzare le mani. Un atteggiamento che però avrebbe esasperato gli agenti che a un certo momento hanno dato sfogo alla loro frustrazione, gettandolo a terra e riempiendolo di botte, tanto da spaccargli il naso. Disatteso il principio della proporzionalità, con un comportamento da biasimare: «Era ubriaco, dovevano aiutarlo, non maltrattarlo». Pagani ha quindi chiesto la conferma della prima sentenza di colpevolezza per lesioni semplici e abuso d’autorità (con pena più pesante per l’agente con maggiore anzianità). Anche per l’accusatore privato, Stefano Will, l’atteggiamento dei due poliziotti ha attizzato l’alterco, invece di sedarlo. Le deposizioni della vittima sono per contro state chiare, complete e lineari.

‘Lunga fedina penale’

Una tesi, quest’ultima, demolita dagli avvocati difensori, Brenno Canevascini e Andrea Bersani. Entrambi, dopo aver ricordato le anomale modalità con cui l’inchiesta è stata condotta da una segretaria giudiziaria (Bersani: «Un’inchiesta penosa, più che penale, con l’esclusione dei difensori durante le prima fasi») e il lungo tempo trascorso dai fatti (quasi sette anni), hanno definito un bugiardo il frontaliere 33enne, che per altro può vantare una lunga fedina penale in Italia. Dal 2003 in poi è stato condannato per furto aggravato, guida in stato d’ebbrezza, disturbo della quiete pubblica e danneggiamento (ha incendiato un’auto per vendetta). Anche in Svizzera ha conti in sospeso con la giustizia. Di più: dai rapporti medici, a parte la ferita al naso che si è provocato inciampando (come lui stesso ha ammesso subito dopo i fatti e prima di cambiare versione), non risultano ematomi, lividi o lesioni provocate da eventuali pugni o calci. Insomma, molto più plausibile il suo risentimento contro le forze dell’ordine, tanto che quella sera del 2013, svegliato mentre smaltiva la sbornia in auto, fra le prime minacce verso gli agenti, anche quella di denunciarli per abuso d’autorità. Detto, fatto!

I due difensori, che hanno pure sottolineato le incongruenze delle diverse versioni dei fatti fornite dalla presunta vittima, hanno chiesto il proscioglimento dei loro assistiti. La sentenza è attesa nelle prossime settimane. 

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