Grigioni

GR: processo sulla frana del Pizzo Cengalo termina senza repliche

25 agosto 2026
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Il processo sulla morte degli otto escursionisti travolti nove anni fa dalla frana del Pizzo Cengalo si è concluso prima del previsto. L'accusa e l'avvocato dei familiari delle vittime non hanno voluto replicare alle arringhe difensive dei cinque imputati.

Uno dei processi più attesi nel Canton Grigioni è terminato in modo speditivo, più di un giorno prima del previsto. Il Tribunale della Regione Maloja aveva infatti previsto tre giorni di dibattimento. La sentenza è attesa per il 4 settembre.

Oggi al termine delle cinque arringhe né il procuratore Bruno Ulmi Stuppani né l'avvocato dei familiari delle vittime hanno voluto replicare.

La parola degli imputati

La parola è così passata agli imputati. Il geologo esterno e il collaboratore del Comune di Bregaglia non hanno voluto aggiungere nulla. I due funzionari dell'Ufficio cantonale foreste e pericoli naturali hanno detto che gli ultimi nove anni sono stati duri. "Se non vogliamo correre rischi, non andiamo in montagna", ha detto uno dei due e ha aggiunto che allora la situazione è stata valutata con cura. Per questo, secondo l'imputato, nessuno può essere ritenuto responsabile della morte degli otto escursionisti, che il 23 agosto 2017 persero la vita travolti dalle rocce.

Uno dei due funzionari ha dichiarato di non capire come facesse a essere ancora consistente l'accusa, che si appoggiava a una perizia esterna redatta dal geologo vodese Thierry Oppikofer. Durante un interrogatorio avvenuto a inizio anno ha relativizzato alcuni aspetti e dato ragione ad altre perizie, che assolvevano gli imputati.

Anche l'allora sindaca di Bregaglia ed oggi consigliera nazionale, Anna Giacometti (PLR), si è espressa. "La frana del Pizzo Cengalo è uno di quegli eventi che segnano la vita di una persona", ha detto, aggiungendo che la morte degli otto escursionisti e la sofferenza dei loro familiari l'hanno profondamente segnata e ne è immensamente dispiaciuta. Nel suo ruolo di sindaca ha cercato di adempiere al suo dovere. Al termine del suo intervento ha ricordato con voce spezzata dall'emozione quanto siano stati difficili gli ultimi nove anni.

"Frana non era prevedibile"

Nei prossimi giorni la corte del Tribunale regionale Maloja dovrà rispondere alla domanda se il crollo di 3,1 milioni di metri cubi di roccia avvenuto il 23 agosto 2017 era prevedibile nel giro di mesi, settimane o anche giorni.

Secondo le arringhe degli avvocati del geologo esterno e dei due funzionari dell'Ufficio cantonale foreste e pericoli naturali la frana non era prevedibile. Questo perché l'attività franosa della montagna non era aumentata in modo significativo. Solo 15 minuti prima della frana i crolli sarebbero aumentati.

Stamane l'avvocato di uno dei due funzionari ha anche aggiunto che il gestore della capanna Sciora - incaricato di annotare i movimenti della montagna - non avrebbe mai lasciato che degli escursionisti si recassero lungo i sentieri se ci fossero stati dei movimenti insoliti.

"Rischio zero non c'è mai"

La responsabilità individuale per chi si reca in montagna è stata tematizzata pure oggi. "Dato che un rischio zero non c'è mai, bisogna sempre tenere conto del rischio residuo", ha spiegato la difesa di uno dei funzionari cantonali. Chi si reca in quota deve quindi fare i conti con dei rischi.

In Val Bondasca, secondo la difesa degli imputati, gli escursionisti erano informati sui pericoli tramite i segnali installati all'entrata della valle e presso le capanne Sciora e Sasc Furä.

Compiti fra Comune e Ufficio cantonale contestati

Nella giornata odierna è stato messo più volte l'accento sulle competenze e le responsabilità dei singoli imputati. I funzionari cantonali, secondo uno degli avvocati difensori, hanno il compito di fornire solamente valutazioni tecniche ai Comuni e non hanno alcun obbligo di formulare raccomandazioni.

Un'asserzione contestata dal legale di Anna Giacometti, secondo cui a seguito della riunione del 14 agosto 2017 uno dei due funzionari aveva mandato un'e-mail al Municipio proprio con il titolo "raccomandazioni". In essa veniva scritto che le misure attuate nel 2015 potevano essere mantenute, il Comune doveva essere però cosciente dei rischi residui.

L'allora sindaca, secondo il suo legale, non disponeva delle conoscenze per valutare il rischio di una frana del Pizzo Cengalo. Un argomento portato anche dall'avvocato dell'impiegato cantonale. "Non è un esperto di geologia, le sue raccomandazioni si fondavano su quelle dei geologi", ha detto oggi.

Possibili eredità del processo

Tutti gli avvocati difensori hanno chiesto il proscioglimento degli imputati. In caso di condanna, il dibattimento che si è concluso oggi potrebbe lasciare diversi strascichi.

Secondo il procuratore Bruno Ulmi Stuppani il processo potrebbe avere un "un effetto significativo" sulla gestione futura delle catastrofi naturali.

Per l'avvocato di uno dei due funzionari cantonali, una condanna porterebbe in futuro all'applicazione di un criterio irrealistico nella valutazione delle situazioni di pericolo. "Basta uno sguardo alla carta dei pericoli dei Grigioni per vedere che vaste parti del Cantone sono esposte a pericoli naturali". Se si dovesse escludere ogni rischio residuo di un evento, ampie zone dei Grigioni diventerebbero inabitabili, ha affermato l'avvocato.

Il difensore di Anna Giacometti ha citato un altro rischio. Se l'allora sindaca venisse condannata, ciò rappresenterebbe un grave pericolo per tutti i sindaci e le sindache in regioni alpine, che in caso di eventi mortali nel loro territorio dovrebbero sempre temere di essere accusati.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni