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CORONAVIRUS & SOCIETÀ
laR
 
25.02.2022 - 05:30
Aggiornamento: 19:54

Tra politica e scienza: Merlani, due anni dopo

Il medico cantonale difende le decisioni prese, discute certi messaggi politici ed esclude un futuro in politica

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A due anni esatti dall’annuncio del primo contagio da coronavirus in Ticino, concludiamo il nostro giro di ‘bilanci’ con un’intervista al medico cantonale Giorgio Merlani. Le altre interviste le trovate qui

Nel suo ufficio si indossa ancora la mascherina nonostante gli allentamenti, un po’ perché «non l’ho mai vissuta come una limitazione della mia libertà», un po’ perché «dopo due anni di lavoro vorrei andare a sciare, e mi scoccerebbe finire chiuso in casa proprio adesso». ‘Adesso’, per il medico cantonale Giorgio Merlani, è anche il primo spiraglio di luce dopo due anni di coronavirus, con la speranza che prima o poi se ne esca davvero. In quel caso, come ha già annunciato più volte, «non credo che potrò trovare ancora stimoli così importanti per continuare a fare questo mestiere: quando l’Organizzazione mondiale della sanità annuncerà la fine della pandemia mi prenderò il tempo necessario per valutare i passi futuri, tenendo in considerazione anche nuove opportunità e sfide professionali. Posso immaginare che anche i ticinesi saranno stufi di vedere la mia faccia», chiosa ridendo.

La sua faccia, però, era al centro di tutti i televisori durante le conferenze stampa che hanno scandito quest’emergenza. Durante il primo lockdown le persone pendevano dalle sue labbra. L’attende la politica?

No. Mi hanno dato molta forza i tanti messaggi di stima in un periodo così difficile, ho sempre avuto un rispetto ‘d’altri tempi’ per la politica e i contatti ci sono stati. Ma oggi, dopo due anni così, non credo che sarebbe la mia strada.

Da un giorno all’altro siamo passati dal dover esibire il Covid pass e indossare la mascherina quasi ovunque a quello che molti chiamano ‘liberi tutti’. Non le è parso un po’ precipitoso?

In effetti, la decisione di Berna mi è parsa subottimale. Certo, la pressione sanitaria è molto diminuita e occorrerà imparare a convivere col virus, nella speranza che diventi una sorta di influenza stagionale già a partire dal prossimo autunno. Però una decisione così improvvisa rischia di far passare un messaggio sbagliato: che la pandemia sia finita – mentre il virus resta molto più pericoloso della normale influenza – e che lo sia ‘per decreto’. Ma una pandemia non è una guerra, non finisce con la firma d’un armistizio.

Quali saranno gli strascichi del Covid?

È ancora troppo presto per valutare tutti i danni a lungo termine arrecati dal coronavirus. Ci sono sicuramente quelli fisici per chi soffre di long Covid, per chi non si è ancora ripreso e in alcuni casi non si riprenderà mai. E poi quelli psicologici, ad esempio per chi ha perso un parente o il lavoro, o per i più giovani, privati di momenti fondamentali di socializzazione.

Torniamo indietro a due anni fa. Nello stesso giorno in cui Codogno veniva blindata, a Bellinzona iniziava il Rabadan. Ha già definito infelice la sua previsione che contagiarsi al carnevale sarebbe stato improbabile quanto incontrare Miss Mondo. Cosa avete sbagliato?

Eravamo preparati all’arrivo del virus già da gennaio, ma non potevamo sapere quale fosse la sua pericolosità. Pensavamo, sulla base dei dati a nostra disposizione, che le persone mostrassero sintomi prima o al momento di diventare contagiose e che in Italia i contagi fossero ancora relativamente contenuti e tracciabili. Poi, proprio il venerdì di carnevale, mi arriva la chiamata di Daniel Koch (all’epoca capo del Dipartimento malattie infettive della Confederazione, ndr) che mi dice: "Il Nord Italia è fuori controllo, fate attenzione". A quel punto è cambiato tutto. Solo più avanti si scoprirà che ampie aree italiane erano già in fase di trasmissione comunitaria, ovvero non più tracciabile: tra queste le Dolomiti, dalle quali dopo le vacanze sarebbero rientrati molti ticinesi. Resto convinto che quel flusso sia stato molto più dannoso del carnevale.

Alcuni medici però sostengono di avere notato già a gennaio un numero anomalo di casi con sintomi respiratori gravi.

Delle due, l’una: o se ne sono accorti col senno di poi, oppure non hanno agito come avrebbero dovuto. C’è un obbligo di dichiarazione quando si constatano certe anomalie, e a noi non erano arrivate segnalazioni.

Il Ticino iniziò a prendere contromisure mentre «a Berna – parole del direttore del Dss Raffaele De Rosa – ci ridevano in faccia». È stato proprio così?

Sicuramente Berna all’inizio ha sottovalutato la situazione. Mi ricordo che dovevo quasi alzare la voce durante gli incontri con gli altri medici cantonali e le autorità federali: all’inizio la loro parola d’ordine era ‘ruhig’, ci dicevano di star tranquilli. Erano convinti che da loro non sarebbe mai successo.

Si è mai scontrato col governo ticinese?

La scienza e la medicina devono informare la politica: se c’è qualcosa che posso rimproverarmi, è di non essere sempre riuscito a farlo nel migliore dei modi. Ma c’è sempre stato un rispetto dei ruoli: noi informavamo, il Consiglio di Stato decideva, tenendo comprensibilmente conto anche di aspetti che esulano dalla dimensione sanitaria, come quelli economici.

In quelle prime, concitate settimane si moltiplicavano gli appelli di medici e direttori sanitari che tramite i media invitavano ad accelerare le chiusure. Ci fu uno scontro interno al mondo medico ticinese?

Non direi, anzi, eravamo piuttosto d’accordo sul da farsi. A volte succedeva semplicemente che qualcuno intervenisse non sapendo che a livello di Stato maggiore avevamo già deciso di andare in quella direzione, magari utilizzando certi toni e canali a causa della pressione che vedeva arrivare sulle strutture sanitarie.

Però ci sono anche quei medici che fin dall’inizio hanno negato la gravità della pandemia, per poi demonizzare vaccini e mascherine. Che fare con loro?

Il confine tra la libertà d’espressione e la violazione della deontologia professionale è sempre molto sottile, anche se la scienza non è democratica: si basa su dati, ricerche e continui cicli di sperimentazione e verifica. Se 99 medici la pensano in un modo e solo uno in un’altra – così come c’è il singolo medico che dice che il fumo non nuoce o il climatologo che nega il cambiamento climatico per cause umane – è statisticamente improbabile che questi abbia ragione. Quanto alle conseguenze legali per la sua professione, quello starà alle competenti autorità deciderlo. Da parte nostra ci chineremo sulla questione non appena le priorità lo permetteranno.

La scienza non è democratica, ma la politica sì. E ultimamente alcuni politici hanno flirtato con No Mask e No Pass. Dopo oltre mille morti in Ticino e 12mila in Svizzera, non lo ritiene irresponsabile?

È comprensibile restare perplessi davanti alle decisioni che abbiamo preso di volta in volta, se non si ha presente come funziona la scienza e si pensa che di fronte all’ignoto si possano fornire subito certezze scolpite nel marmo. Ad esempio, all’inizio non disponevamo di abbastanza studi per comprendere il potenziale di protezione delle mascherine, oltre a pensare – con un po’ di supponenza – che solo il personale sanitario potesse indossarle in maniera corretta; poi abbiamo visto che non era così e, come coi vaccini, ne abbiamo raccomandato l’uso. La politica può poi dare più o meno peso a certe evidenze, tenendo conto anche di altri aspetti. Quando però semina dubbi infondati sulle verità scientifiche di certe indicazioni, rischia solo di confondere le idee.

A tal proposito, l’estate scorsa chiedemmo ai consiglieri di Stato se fossero vaccinati: Norman Gobbi disse di no – si sarebbe immunizzato successivamente – e Claudio Zali non volle rispondere. Non le è parso un danno di comunicazione per la campagna vaccinale?

La scelta di vaccinarsi è e resta una libertà individuale e come tale va rispettata, anche per i rappresentanti delle istituzioni. È possibile che certi messaggi abbiano destabilizzato un po’ la comunicazione, ma noi abbiamo continuato a credere nella vaccinazione e la popolazione ticinese ha aderito tutto sommato bene alla campagna.

Molte polemiche sono nate anche attorno ai contagi in casa anziani, con accuse di non avere prevenuto a dovere i focolai. Cosa risponde?

In alcune strutture è possibile che siano stati fatti degli errori, a causa del mancato rispetto dei protocolli che avevamo comunicato di volta in volta: di questi casi dovrà occuparsi la giustizia. Ma in generale quei protocolli sono stati applicati con scrupolo, da personale che ha messo a rischio la sua stessa vita per assistere i nostri anziani, e il Ticino è stata la prima regione al mondo – prima della Lombardia, prima della Cina – a prendere la dolorosa decisione di chiudere le strutture all’accesso dei famigliari. Ho trovato ingiusto valutare la condotta di ciascuna struttura sulla base del numero di casi – legata naturalmente anche a questioni di fortuna – e gettare discredito sui loro operatori, peraltro proprio mentre si applaudivano gli infermieri. Personalmente, sono stato perfino accusato di aver costretto le case anziani a lasciar morire gli anziani nelle loro strutture invece di ricoverarli: non è vero, non è mai stato dato alcun ordine in tal senso; si è solo chiesto, esattamente come prima della pandemia, di valutare l’opportunità di trasferire in ospedale pazienti per i quali le cure non potevano più aver alcun effetto sulla durata della vita.

Nel suo complesso, quali sono le lezioni che abbiamo imparato per il sistema sanitario?

Ospedali e cliniche ticinesi se la sono cavata in modo straordinario. Allo stesso tempo, l’onda pandemica ha dimostrato che in futuro il Paese dovrebbe concepire il sistema sanitario un po’ come si concepisce quello militare, o come si pianificano i risparmi privati, ovvero preparandosi al peggio prima che questo si concretizzi.

Il personale sanitario come sta?

Ha fatto i salti mortali per far fronte alla pandemia, e non mi stupirebbe se nei prossimi mesi si registrasse un picco di dimissioni dovute allo stress, negli ospedali, ma anche all’interno del mio stesso Ufficio. È un po’ come stare appesi a un cornicione al quindicesimo piano: prima o poi, qualcuno non ce la farà più e mollerà la presa.

È probabile che in futuro dovremo affrontare un’altra pandemia di questa gravità?

È pressoché certo, e potrebbe essere molto più grave, anche se non sappiamo quando e come questo capiterà. La mobilità umana è globale, la popolazione sempre più diffusa su tutto il pianeta, arrivando a invadere anche gli spazi vitali una volta riservati alle specie animali. Con questo, la probabilità che nuovi virus ‘saltino’ dagli animali all’uomo è estremamente elevata.

Ora cosa la attende?

In quanto specialista in malattie infettive ho vissuto l’arrivo del virus in una posizione più unica che rara: il Ticino non è stato travolto in modo imprevedibile come Lodi, ma non ha neppure avuto il tempo di ‘riflessione’ della Svizzera interna; in qualità di medico cantonale, quindi, ho potuto e dovuto coordinare lo sforzo sanitario in una situazione in cui tutto era una un po’ una ‘prima’. Dal punto di vista professionale, credo che dopo un’esperienza del genere sia difficile mantenere lo stesso coinvolgimento nello stesso ruolo. Ma come detto, dovrò prendermi il tempo per rifletterci. In ogni caso, non farò il politico.

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