Pierluigi Tami, direttore delle squadre nazionali di calcio, è intervenuto il 1° agosto a Bellinzona parlando della capacità di trasformare le differenze in una ricchezza comune

«Le squadre migliori non sono necessariamente quelle con i giocatori più forti. Sono quelle in cui ciascuno è disposto a mettere le proprie qualità al servizio del gruppo. Anche la Svizzera funziona così. Il nostro Paese non si è costruito grazie a singoli protagonisti, ma grazie a generazioni di donne e uomini che hanno saputo assumersi responsabilità, rispettare le istituzioni, partecipare alla vita della comunità e guardare oltre il proprio interesse personale».
Lo abbiamo visto dirigere squadre e poi diventare manager di caratura nazionale nel mondo del pallone. Sempre equilibrato nelle parole, Pierluigi Tami sul palco di Piazza del Sole a Bellinzona la sera del 1° agosto giunge reduce dal suo ultimo Mondiale di calcio vissuto come direttore delle squadre nazionali svizzere, «percorso professionale che sta entrando nella sua fase conclusiva dopo molti anni trascorsi al servizio del calcio del nostro Paese». Già, il Paese. «Quando si partecipa a una Coppa del Mondo si ha il privilegio di osservare la Svizzera da una prospettiva speciale. Si incontrano nazioni, culture e tradizioni diverse. E ogni volta ci si rende conto di quanto il nostro piccolo Paese sia unico, la cui forza è sempre stata la capacità di trasformare le differenze in una ricchezza comune».
Oggi, in un mondo che spesso sembra dividersi con sempre maggiore facilità, «questo insegnamento assume un valore ancora più grande. La coesione, la fiducia e la solidarietà non nascono per caso. Sono valori che vanno coltivati ogni giorno. Come nello sport, anche nella vita di una nazione i successi più importanti sono sempre il risultato di un lavoro collettivo. Questa sera celebriamo molto più di una data storica. Celebriamo un’idea: che persone diverse possano costruire qualcosa di grande insieme; che il rispetto sia più forte delle divisioni; che l’unità non significhi essere uguali, ma camminare nella stessa direzione. È questa l’essenza della Svizzera. Ed è anche il più bel messaggio che porto con me dopo tanti anni trascorsi nel calcio».
Quel calcio che è anche integrazione, in Svizzera come in molte altre nazioni: «Quando la Nazionale si ritrova per una partita internazionale, nello stesso spogliatoio siedono ragazzi provenienti dal Ticino, dalla Svizzera tedesca e dalla Romandia. Alcuni hanno radici familiari svizzere da generazioni, altri portano nel cuore anche le origini delle loro famiglie provenienti da altri Paesi. Eppure quando indossano la maglia rossocrociata ciò che conta non è da dove arrivano, ma dove vogliono andare insieme. È esattamente lo stesso principio che ha permesso alla Svizzera di crescere, prosperare e diventare un esempio di stabilità, di democrazia e di convivenza».
Anche il sindaco Mario Banda nel suo saluto ha toccato questi temi: «Pierre Tami, Murat Yakin e i loro collaboratori sono riusciti a valorizzare le qualità dei giocatori esaltandone i punti di forza e trasformando le possibili vulnerabilità in elementi di resistenza: l’unione e il collettivo che permettono alla fine di superare ostacoli e vincere sfide. Ed è tanto più vero se guardiamo ai nomi dei nostri giocatori che ci raccontano di storie, biografie, origini, lingue diverse. Specchio oggi del nostro Paese, costruito su e con persone arrivate da ogni dove. È proprio questa una delle chiavi del successo della Svizzera: essere riuscita dapprima a mettere insieme e far convivere popolazioni diverse con lingue diverse, religioni diverse, tradizioni diverse; in seguito ha accolto e integrato centinaia di migliaia di persone provenienti da ogni angolo d’Europa e non solo. Oggi queste persone e i loro discendenti costituiscono una parte importante dell’ossatura del nostro paese. E di quello che continua ad essere il suo successo».