La granconsigliera Sara Beretta Piccoli in un’interrogazione dubita che il dispositivo in vigore sia all’altezza e chiede al governo di verificare

“Il Consiglio di Stato ritiene che gli attuali protocolli garantiscano un adeguato livello di protezione della popolazione in simili circostanze?”. È la domanda di fondo che regge l’interrogazione della granconsigliera Sara Beretta Piccoli (Verdi liberali) sul caso di Faido e Leontica dove il 9 e 10 luglio un 59enne ha dapprima ucciso l’ex moglie per poi suicidarsi il giorno dopo facendosi esplodere in un cascinale dopo avervi attirato la polizia, ferendo così tre agenti.
Molti se lo sono chiesto: il dispositivo predisposto dalle forze dell’ordine ha funzionato correttamente?, visto che fra la scoperta dell’ex moglie in una pozza di sangue e il primo comunicato stampa sui tragici eventi sono trascorse quasi 24 ore. «Abbiamo risposto in modo solido, coordinato e con una buona capacità di reagire», ha spiegato il sostituto comandante della Polizia cantonale, Lorenzo Hutter, durante la conferenza stampa del 13 luglio: «Non abbiamo elementi per ritenere che la sicurezza del territorio, in quelle ore frenetiche, sia stata compromessa». Da qui la decisione di non diffondere un allarme generale attraverso i media già giovedì sera o venerdì mattina, anche perché l’unica persona (una donna) che in quelle circostanze ha detto di temere per sé stessa, è stata messa sotto protezione diretta. Un'allerta generale, ha sottolineato Renato Pizolli, capo dell'informazione PolTi, «viene lanciata in presenza di un concreto e imminente pericolo per tante persone. In questo caso avrebbe potuto innescare un panico generalizzato senza che avessimo elementi oggettivi».
La deputata dubita però che i protocolli di allerta alla popolazione siano adeguati in presenza di autori armati e in fuga. “La vicenda di Faido e Leontica richiama alla memoria la strage di Rivera del 4 marzo 1992, uno dei più gravi fatti di sangue della storia del Ticino. In quell'occasione l'autore uccise sei persone e ne ferì altre sei in un'azione pianificata che interessò diverse località del Luganese. A oltre trent'anni di distanza il ripetersi di episodi di estrema violenza impone una riflessione sull'efficacia degli strumenti di prevenzione, di valutazione del rischio e di protezione delle potenziali vittime, affinché tragedie analoghe possano essere intercettate e, per quanto possibile, evitate. Pur trattandosi di situazioni diverse, entrambe pongono una riflessione sulla gestione del rischio per la popolazione quando una persona ritenuta altamente pericolosa è in circolazione o comunque non ancora neutralizzata”.
Nel 1992, ricordiamo, l’elevato rischio per la collettività indusse la polizia a diramare un’allerta generale, al contrario di oggi. Beretta Piccoli chiede perciò al Consiglio di Stato quali siano i criteri che determinano la decisione di informare o meno la popolazione quando una persona armata e pericolosa è ancora in circolazione; se i protocolli siano all’altezza della situazione; se esistano procedure per avvisare eventuali persone esposte al rischio; se s’intenda riesaminare le procedure operative valutando l'introduzione di sistemi di allerta pubblica quando il pericolo per la popolazione è concreto e imminente; se sia stata avviata un'analisi interna (debriefing operativo) per verificare eventuali aspetti migliorabili nella gestione dell'emergenza e nella comunicazione alla popolazione.