BELLINZONA

Aggressione sessuale o vendetta per il licenziamento?

Davanti alla Carp un uomo, prosciolto in prima istanza, accusato di atti non consenzienti. La difesa attacca la credibilità della vittima

24 febbraio 2026
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Cosa è successo quel 31 dicembre 2022 nel magazzino di un negozio di viale Stazione a Bellinzona? È il quesito sul quale si è sviluppato, davanti al Tribunale d’appello e di revisione penale (Carp) presieduto dalla giudice Manuela Frequin Taminelli, il processo a carico del gerente 47enne italiano accusato di coazione sessuale. La vittima allora ventenne, impiegata nell’esercizio pubblico, ma licenziata proprio quel giorno, ha affermato di essere stata palpeggiata e baciata contro la sua volontà, mentre l’imputato si è detto del tutto estraneo ai fatti. In prima istanza la Corte delle Assise correzionali aveva creduto all’uomo e lo aveva assolto, sentenza ritenuta sbagliata dalla procuratrice pubblica Chiara Buzzi che aveva quindi ricorso.

Quel giorno la ragazza, nonostante la lettera di licenziamento appena ricevuta, aveva chiesto all’imputato di aiutarla a prelevare una cassa di bibite dal magazzino per poter rifornire il bar. Non esistono dunque testimoni oculari di quanto successo in quei minuti, ma l’accusa ha insistito sulle testimonianze rilasciate dai clienti del bar, che avevano visto tornare la ragazza in lacrime e visibilmente turbata.

Nella sua requisitoria la pp, secondo la quale l’imputato va condannato a 13 mesi sospesi per due anni, ha sottolineato come i fatti confermino l’accusa di aggressione sessuale: «Già nell’infanzia era stata vittima di abusi e in quel frangente si è sentita aggredita da una persona nella quale nutriva fiducia. L’imputato non ha fatto altro che cercare di screditare la vittima e, non so per quale motivo, la Corte di prima istanza gli ha creduto. Ora occorre rimettere la chiesa al centro del villaggio». La versione fornita dalla ragazza, secondo Chiara Buzzi, è assai più credibile rispetto a quella dell’uomo e le piccole incongruenze della testimonianza non inficiano il contenuto.

L'avvocato difensore Giuseppe Gianella ha chiesto la conferma dell'assoluzione cercando di smontare la tesi accusatoria e soprattutto la credibilità della vittima, che a suo dire avrebbe orchestrato tutto al solo scopo di vendicarsi del licenziamento. «Molteplici le versioni proposte, nelle quali ha continuato a cambiare le parole nel descrivere l’atto: toccare, molestare, violentare, spingere contro il muro… Chiaro sintomo di scarsa credibilità».

La seconda parte di requisitoria e arringa difensiva si è giocata sull’analisi delle chat della ragazza con amici e colleghe: secondo l’accusa provano la credibilità della vittima, secondo la difesa dimostrano esattamente il contrario. Nei prossimi giorni la sentenza.