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'Un forte che vive' (Ti-Press)
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14.08.2021 - 14:370

Forte Mondascia, dove la storia militare insegna e coinvolge

Grazie al responsabile e trascinatore Osvaldo Grossi, il museo di Biasca è divenuto sempre più un luogo di incontro non solo per la nicchia di appassionati

«Ci tengo a precisare che non sono un appassionato di armi, ma di storia, storia militare». Si definisce un ‘collezionista’ Osvaldo Grossi, anima e trascinatore del Forte Mondascia di Biasca che dal 1999 ospita il museo dedicato alla cultura e alle tradizioni dell'esercito. Una realtà che nel corso degli anni ha avuto la capacità di trasformarsi in un luogo di incontro e di interesse non solo per una nicchia di appassionati. ‘Un forte che vive’ è infatti il motto del presidente, da vent'anni in prima linea nell'intento di rendere Mondascia una meta dove il valore della memoria e della tradizione s'intreccia con l'intrattenimento e il divertimento. «E direi che in particolare nell'ultimo decennio ci siamo riusciti. Basti pensare alle manifestazioni di grande respiro che vengono organizzate, come per esempio il Military show che nell'arco di due giorni coinvolge fino a 2'000 persone provenienti anche dalla Lombardia e dalla Svizzera interna. C'è poi la decina di conferenze all'anno, le gite delle scolaresche, le giornate di porte aperte con le varie truppe in servizio (sanitari, granatieri, genio) e tanti altri eventi conviviali. In questo modo, oltre ovviamente alle visite guidate, tentiamo di far divertire le persone e allo stesso tempo tramandare la storia e la cultura militare, far conoscere il motivo per cui si sono fatte queste opere, la loro utilità». 

Aspettando un nemico che non arrivava

Le opere a cui fa riferimento sono quelle della linea di difesa denominata Lona costruita a partire dal 1938: un insieme di fortificazioni nella Valle Riviera (compreso l’opera in caverna e il bunker di Mondascia) sull'asse Lodrino-Osogna-Biasca. Ma la linea Lona, chiediamo a Grossi, avrebbe retto all’urto di un’invasione? «Probabilmente no se la Germania o l’Italia ci avessero attaccato con determinazione. Tuttavia gli storici concordando sul fatto che ha avuto una grande funzione deterrente. Con la linea Lona, sarebbe infatti stato molto più complicato conquistare la zona tra Bellinzona e Biasca e dirigersi verso il San Gottardo, il Ridotto Nazionale e il Lucomagno. Uno degli scopi del museo è proprio quello di non dimenticarsi della nostra storia e delle nostre radici, il sacrificio e l'impegno dei nostri padri: cinque anni ad aspettare un nemico che non arrivava, ma che poteva arrivare». La costruzione della linea Lona, con 23 opere, fu dettata da una morfologia particolarmente favorevole: fondovalle molto stretto (circa 1’300 metri), fianchi della montagna assai scoscesi e ampio alveo del fiume Ticino a nord-est di Lodrino. Tutti elementi che avrebbero contrastato in modo notevole un eventuale avanzata nella vallata. A Mondascia e Mariano (più altri sei bunker in pianura) era collocata l’artiglieria, con il compito di appoggiare la fanteria schierata in pianura fra Lodrino e Osogna. «Fortificazioni che sono rimaste attive fino agli Novanta. Questo a causa del Patto di Varsavia, che lasciava aperti scenari anche minacciosi durante la Guerra Fredda. Con la caduta del muro di Berlino e le nuove strategie di guerra, da difesa statica a mobile, con l’avvento dell’elettronica, le opere sono diventate obsolete».

La nascita del museo

E proprio al 1989 risalgono le origini dell'Associazione Opere fortificate del Canton Ticino For Ti (proprietaria dell'odierno museo), quando alcuni amici del Luganese iniziano a effettuare escursioni in montagna della durata di più giorni; il gruppo ha uno spirito militare, utilizza materiale dell’esercito con pernottamenti in tenda, organizza marce notturne ed esercizi di tiro con armi d’ordinanza. Nel 1994 viene costituito il Gruppo escursionisti liberi (Gel), presieduto da Rolando Chiesa, con lo scopo di promuovere i legami fra i simpatizzanti dell’esercito svizzero. Gel che matura in seguito la volontà di allestire il museo, e nel 1999 la Confederazione propone l’acquisto dell'intera particella a Mondascia, compresa l’opera in caverna con tutte le attrezzature e i fabbricati ubicati sull’area di circa 17mila quadri. Accettata l’offerta, dopo un intenso lavoro di preparazione il museo viene inaugurato l’11 giugno 1999. Riconosciuto dal Dipartimento federale della difesa, si fa conoscere e apprezzare anche fuori dal Ticino e nel 2001 entra a far parte dell’associazione mantello Fort Ch. «Sottolineo con un certo orgoglio che rappresentiamo un museo militare di categoria A, uno dei più importanti a livello svizzero con oltre seicento armi storiche e moderne». L’efficienza della gestione e l’importanza delle opere esposte aumentano a partire dal periodo 2002-2004 con Osvaldo Grossi alla presidenza, dando inizio a una fase più dinamica con nuove attività e una maggiore disponibilità per il pubblico. Nel 2003 i membri del Gel si accordano dopo lunghe discussioni e fondano una nuova entità per la gestione delle attività museali, ovvero l’Associazione opere fortificate del Cantone Ticino - For Ti, giuridicamente molto più chiara e orientata ad aumentare l'attrattiva di Mondascia. «La volontà era quella di creare un museo dinamico. Da noi i carri cingolati vivono, sono in movimento e trasportano gli ospiti sulla nostra pista sterrata. E questo è abbastanza in un unicum in Svizzera. Abbiamo la fortuna di avere sette cingolati, tutti i mezzi corazzati dell'esercito svizzero degli anni Sessanta, altri veicoli, le armi custodite in sicurezza all'interno della caverna, l'artiglieria, altri oggetti e cimeli di ogni tipo». Nel corso degli anni personaggi illustri si sono recati a Mondascia riconoscendo il valore storico, come ad esempio il Consigliere federale Ueli Maurer, il comandante di corpo Dominique Andrey e il console David Vogelsanger. Negli anni l’Associazione acquista altre opere fortificate a Sant’Antonino, Osogna, Camorino e sul Monte Ceneri. 

Con soddisfazione Grossi affronta il tema delle finanze: «L'orgoglio di Mondascia è che grazie agli introiti che derivano dalle manifestazioni siamo sempre riusciti a gestire discretamente la situazione finanziaria, potendo anche investire qualcosa nell'acquisto dei carri, nella manutenzione e costruzioni logistiche. Tanto materiale ci è invece stato donato dalla Confederazione. Ovviamente sono molto importanti le donazioni che riceviamo dai vari sostenitori, che ringrazio». 

‘Purtroppo manca il ricambio generazionale’

L'Associazione è composta da 18 membri attivi (a cui si aggiunge una decina di collaboratori in occasione delle manifestazioni) e altri 150 soci sostenitori. «Un bel numero anche se un tempo eravamo più di 200. Tanti sono nel frattempo deceduti», spiega ancora Grossi, il quale ha recentemente compiuto 80 anni. «Mi piacerebbe trovare un motivato erede e altre persone che possano garantire un ricambio generazione nei vari gruppi che compongono l'organizzazione del forte (guide, autisti, cucina, ecc). Devo ammettere che non è facile avvicinare i giovani, anche se in fondo è comprensibile. Vivono in una realtà più frenetica rispetto a quella della mia infanzia, quando c'erano forse meno pensieri e più tempo, anche per leggere e riempire dieci armadi con libri di storia militare». 

 

 

 

 

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