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Il processo di fronte alla Corte di appello e di revisione penale inizierà il 14 settembre (Ti-Press)
11.08.2021 - 16:230
Aggiornamento : 18:26

Eritrea deceduta, si torna in aula

Il marito, lo scorso dicembre giudicato colpevole di assassinio per avere spinto la moglie giù dal balcone, ha impugnato la sentenza pronunciata in primo grado

Tornerà in aula il dramma consumatosi in via San Gottardo a Bellinzona la sera del 3 luglio 2017, quando una 24enne eritrea è morta dopo essere precipitata per 20 metri dal balcone del quinto piano di una palazzina. Con la sentenza pronunciata il 23 dicembre 2020, la Corte delle assise criminali aveva condannato a 16 anni di carcere il marito della donna, giudicato colpevole di assassinio per avere spinto la moglie giù dal terrazzo. Limpido, per la Corte, il movente dell’uomo: «Stupida, becera e assurda gelosia», aveva affermato il giudice Marco Villa. La Corte aveva ridotto di due anni la pena proposta dal procuratore pubblico Moreno Capella (che ne chiedeva 18) a causa della specificità della situazione personale dell’imputato, del suo passato travagliato, dei tre anni e mezzo di carcere già scontati e del lungo periodo che ancora dovrà passare lontano dai suoi affetti e dalla sua patria. Il verdetto sanciva infatti anche l'espulsione dalla Svizzera per 15 anni e l'obbligo di risarcire i due figli minorenni rimasti orfani con 50mila franchi ciascuno (così come richiesto dal legale dell’accusa privata Demetra Giovanettina). 

L'uomo, difeso dall'avvocato Manuela Fertile, ha impugnato la sentenza e tornerà in aula martedì 14 settembre di fronte alla Corte di appello e di revisione penale presieduta dalla giudice Giovanna Roggero-Will (il dibattimento dovrebbe durare due giorni). Durante il processo in prima istanza, la difesa si era battuta per proscioglimento, sostenendo che la donna si sia suicidata per farla pagare al marito che non riconosceva la sua fedeltà. Il 39enne si è sempre professato innocente, sostenendo che la moglie abbia voluto farla finita e che lui abbia semmai tentato di salvarla, cercando di trattenerla per un braccio prima che lei si schiantasse al suolo dopo un volo di circa 18 metri. In lacrime e con la testa tra la mani aveva ascoltato il verdetto. In un processo indiziario, la Corte aveva in particolare tenuto conto delle ricostruzioni tecnico-scientifiche affidate all’Istituto di medicina legale dell’Università di Berna, che così ha concluso: solo attraverso una spinta, e non un atto volontario di lasciarsi cadere, il corpo della vittima poteva raggiungere il punto dove è stato rinvenuto (a circa tre metri e mezzo dall’edificio). 

 

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