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BELLINZONA
15.06.2019 - 06:100

Giovani migranti, ‘bisogna fare di più e meglio’

L’appello dell'avvocato Paolo Bernasconi e l’auspicio della Società svizzera di pediatria dopo il congresso tenutosi in città

«Troppo spesso il viaggio della speranza quando raggiunge la Svizzera si trasforma in frustrazione. Anche da noi si può fare di più e meglio nella gestione dei giovani migranti non accompagnati che chiedono asilo». È l’auspicio che l’avvocato Paolo Bernasconi, da lungo tempo impegnato nell’assistenza legale dei rifugiati che si vedono negare lo statuto di asilanti, ha espresso e ribadito davanti ai 700 pediatri svizzeri riuniti una settimana fa a Bellinzona in occasione del congresso annuale che fra i principali temi in agenda aveva proprio quello dell’approccio, in primis medico ma non solo, ai rifugiati più giovani che raggiungono le nostre latitudini senza genitori.

‘Ingiusta perdita di diritti‘

Fra le situazioni snocciolate dall’avvocato ticinese, almeno tre richiedono a suo dire un deciso cambiamento di rotta. La prima tocca i cosiddetti ‘giovani adulti’, statuto giuridico relativo ai maggiorenni sotto i 25 anni i quali proprio per la loro età beneficiano, ad esempio in campo penale, di un’attenzione particolare rispetto all’adulto over 25. «In ambito migratorio – va al dunque Bernasconi – il passaggio del minorenne non accompagnato al 18esimo anno d’età comporta all’improvviso un’ingiusta perdita di diritti e sostegno nella pratica di asilo e nel cammino di crescita e formativo. Da un giorno all’altro un cambiamento radicale. Niente più curatore personale e struttura d’accoglienza adeguata all’età, elevato rischio di venir rispedito nel primo paese d’ingresso che per quanto riguarda il Ticino è quasi sempre l’Italia, messa in stato di detenzione in attesa di un eventuale rimpatrio nei paesi d’origine dove il rischio per l’incolumità risulta elevato». Com’è possibile, domanda l’avvocato Bernasconi, che lo Stato metta in atto importanti misure mediche, sociali, integrative e formative a favore di migranti minorenni, ma poi le butti via col passaggio alla maggiore età? Che senso ha investire risorse e di punto in bianco fermare il percorso svolto?».

‘Procedure lesive della dignità’

Un altro punto sul quale Paolo Bernasconi si è soffermato è quello della verifica dell’età in assenza di documenti: «Parlo dell’analisi ossea sulla quale i pediatri svizzeri esprimono riserve; purtroppo il loro appello inviato al governo federale è rimasto lettera morta». Una critica analoga tocca l’alternativa rappresentata dall’analisi della maturità sessuale: «Sono entrambe procedure invasive e lesive della dignità. Se ne parla da lungo tempo e Berna non dà segnali di aver recepito il problema». Dito puntato inoltre, sempre in ambito di giovani migranti non accompagnati, contro l’approccio: «Il contatto e l’approccio con le autorità elvetiche avviene in un clima di diffidenza partendo dal principio secondo cui “Non crediamo che tu abbia meno di 18 anni”. Vengono effettuati interrogatori estremamente accurati, disseminati di trappole e tranelli pensati per cogliere in fallo il giovane richiedente e verificarne le contraddizioni. Anche qui, un agire affatto rispettoso della dignità umana. Sembra di assistere a interrogatori di criminali accusati di corruzione».

L’onere della prova

Proprio in quest’ambito «un problema riguarda l’onere della prova: solitamente è a carico dell’apparato inquirente, chiamato a dimostrare la colpevolezza, invece in questi frangenti spetta purtroppo al richiedente dimostrare di essere minorenne. Il quale molto spesso è privo di documenti per i motivi più disparati: perché il suo Paese d’origine non li consegna, perché li ha persi durante il viaggio, magari in mare, o perché li ha venduti. Bisognerebbe riuscire a cambiare questa prassi, rovesciando l’onere della prova». L’appello di Bernasconi è rivolto alla politica cantonale e nazionale, «affinché non manchi di esercitare la giusta pressione nella direzione di affinare le procedure privandole di taluni forti elementi di disumanità». Non si tratta di cambiare leggi o regolamenti – annota in conclusione l’avvocato – bensì la prassi adottata dalla Segreteria di stato per la migrazione.

‘Presunzione di minore età’

«La Società svizzera di pediatria s’impegna da molto tempo per la protezione dei giovani migranti e aderisce completamente alle rivendicazioni dall’avvocato Bernasconi». Così Nicole Pellaud, attiva in seno alla Società svizzera di pediatria (da lei presieduta fino a due anni fa) nel Gruppo per la salute dei migranti, risponde sollecitata dalla ‘Regione’. Pellaud sottoscrive in particolare il pensiero dell’avvocato ticinese sul fatto che i diritti dell’infanzia in Svizzera siano applicati a due velocità a dipendenza della provenienza dei bambini (indigena o no). «È proprio questo il nocciolo del problema. Gli svizzeri accetterebbero di far sottoporre i propri figli a esami medici invasivi, oltretutto senza garanzia di risultati precisi, per dimostrare la loro età? Accetterebbero che a 18 anni e un giorno i loro figli venissero cacciati dall’alloggio, dalla scuola e dagli ospedali? Non penso proprio». Tra i suoi compiti, Pellaud rappresenta la Società svizzera di pediatria nei rapporti con la Segreteria di Stato della migrazione (Sem), alla quale ha avanzato due proposte per migliorare i diritti dei giovani migranti (ancora in attesa di risposta). Chiedere un parere pediatrico sulla necessità o meno di effettuare gli esami previsti per cercare di stabilire l’età e, in caso di dubbi, assumere sempre che il migrante abbia meno di 18 anni. Una sorta di “presunzione di minore età”, alla stregua della presunzione d’innocenza in ambito legale. Sull’imprecisione degli esami a disposizione, spiega la pediatra, va notato ad esempio come gli esami radiologici si basino su tabelle per la popolazione occidentale e indichino sempre una fascia, non una cifra precisa. Altrettanto rischioso è basarsi sulla maturità sessuale. «Una ragazza può già essere sviluppata a 12 anni oppure non esserlo ancora del tutto a 17», sottolinea Pellaud. Non è escluso che tra le rivendicazioni future alla Sem vi sia anche la richiesta di garantire maggiori diritti ai “giovani adulti” tra i 18 e i 25 anni. «Serve che la politica si attivi su questo aspetto, per esempio con una legge da applicare alle popolazioni in difficoltà. In generale dopo i 18 anni lo sviluppo non si può ancora considerare concluso, a maggior ragione per chi avuto un vissuto difficile come nel caso dei migranti», sottolinea.

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