Nelle cure intense

Intubato per un mese, ‘Sono robusto, ma il Covid mi ha steso’


Non vaccinato, Fabrizio Piffero pensava di essere più forte del virus. I medici l’hanno salvato per miracolo. Quattro storie di chi ci è passato


Mai un’influenza negli ultimi 30 anni, eppure il Covid l’ha messo al tappeto. Fabrizio Piffero, 56 anni, fisico robusto, piglio deciso, di chi è abituato a lottare, è stato intubato per un mese, tra la vita e la morte, alla Carità di Locarno. Non era vaccinato. «Non sono un no vax, ma ho una tempra forte, lavoro anche 10 ore al giorno senza sentirmi stanco, non pensavo di ammalarmi. ‘Sono un Alfa’, dicevo gli amici scherzando. Un Alfa non prende il Covid. Invece, ci ho quasi rimesso le penne mettendo in difficoltà la mia famiglia. Ho sbagliato, come è successo a me, può succedere a chiunque. Non sottovalutate questo virus».


Fabrizio Piffero ha temuto di non poter più abbracciare suo figlio Marco

Fabrizio, Roberto, Richard, Francesco raccontano come il Covid ha stravolto le loro vite e certezze. Per vari motivi, tutti non erano vaccinati. Le loro storie mettono in guardia chi pensa di essere più forte e più furbo del Covid. Mentre nei reparti di cure intense, medici e infermieri lottano, giorno dopo giorno, lontano dai riflettori, per salvare la vita soprattutto a chi non è vaccinato.

A metà luglio, dello scorso anno, Piffero attivo nella ristorazione del Locarnese, inizia ad avere un po’ di febbre e una tosse secca. «Sentivo che c’era qualcosa che non andava». Il tampone risulta positivo. Nel giro di pochi giorni peggiora. «Faticavo a respirare, a muovermi, mi sembrava di pesare 200 chili». Riesce ad entrare, ancora con le sue gambe, all’ospedale La Carità. Malgrado l’ossigeno, la sua grave insufficienza respiratoria, non migliora. «Dormivo molto. Poi un medico mi ha svegliato, dicendomi: ‘La dobbiamo intubare’. Sapevo che 3 su 4 non ce la fanno». L’alternativa? - chiede Piffero -: ‘Lei muore‘, risponde il medico. In quei momenti sei solo. «Dentro ero sereno, avevo fiducia nei sanitari. Me ne sono andato dicendo: Non mollatemi! Volevo combattere con loro». In terapia intensiva ci resta un mese visto che il suo stato non migliora. «Hanno deciso di fare una tracheotomia, un foro alla base del collo per far arrivare l’aria ai polmoni. Ero tenuto in vita dalle macchine». Resta in coma farmacologico per un mese. Subentrano complicazioni ad altri organi. I medici le affrontano una dopo l’altra. Intano Piffero è in coma: «Ero in balia di allucinazioni, vedevo mostri, parenti e amici deceduti. Subivo tutto, è stato terribile». Finalmente il 24 agosto viene stubato. «Ero molto confuso, ancora tormentato dagli incubi del coma farmacologico». La memoria torna abbastanza velocemente. Piffero cerca di parlare ma non ci riesce, cerca di scrivere ma il braccio non si muove. «Non riuscivo ad alzare un cucchiaino da caffè, pensavo fosse incollato (per scherzo) al tavolo. Comunicavo con gli occhi, ero nutrito da una sonda. Ho perso 15 chili e tutta la muscolatura, non stavo in piedi. È incredibile come si debilita il corpo».


‘Ero inerme, ma protetto da loro, alcuni erano molto giovani, sempre molto gentili, anche nei piccoli gesti come asciugarmi la bocca, lo facevano con delicatezza. Sono riconoscente verso tutti, medici e infermieri, mi hanno salvato la vita’


Quando parla degli infermieri delle cure intense si commuove ancora: «Non sai più fare nulla, ti devono pulire. Erano lì per me, mi hanno rassicurato, curato come fossi stato uno di famiglia, ero circondato da affetto. Ero inerme, ma protetto da loro, alcuni erano molto giovani, sempre molto gentili, anche nei piccoli gesti come asciugarmi la bocca con delicatezza. Sono riconoscente verso tutti, medici e infermieri, mi hanno salvato la vita». Poi c’è stata l’ansia, una nuova esperienza per lui. «La sera avevo paura ad addormentarmi, temevo di ritrovarmi ancora prigioniero delle allucinazioni e di non svegliarmi più». A fine agosto, finalmente Piffero esce dall’ospedale in carrozzella e inizia una lunga riabilitazione alla clinica Hildebrand, il 3 ottobre rientra a casa. Da qualche settimana ha ripreso a lavorare a tempo parziale. «Dopo 6 mesi, ha ancora dolori ovunque, non riesco a concentrarmi per più di qualche ora, sono molto stanco». Ha potuto riabbracciare la sua famiglia. «Ho rischiato di lasciare soli i miei figli Lisa (18 anni) e Marco (14 anni). Ho lottato anche per loro». Sul tavolino la fattura a 6 cifre: oltre cento mila franchi di cure.

La storia di Richard

‘Non ero vaccinato e mi sentivo in colpa ad andare al Pronto Soccorso’

Richard Furrer, 46 anni, è passato attraverso il Covid, alternando momenti di paura a sensi di colpa. Non era vaccinato: «Non mi piace questo clima di terrore che spinge le persone a vaccinarsi. Lo sento come una forzatura e mi infastidisce. Inoltre, sono deluso dalle autorità perché hanno puntato tutto sul vaccino, senza approfondire altre opzioni, come ad esempio un farmaco (l’ivermectin) usato nella zona Uttar Pradesh in India. Cura i vermi allo stomaco ma ha avuto buoni risultati con casi gravi. Io l’avrei preso ma in Ticino non si trova», precisa lo zurighese, che vive con la famiglia a Lugano. Inoltre aggiunge il giovane: «Io mi sentivo sano e forte, non appartenevo ad un gruppo a rischio».


Richard Furrer sentiva che il suo corpo non trovava la soluzione

Agli inizi di novembre inizia ad avere un forte mal di schiena. «Non avevo febbre, ma ondate di dolore, la mattina andava meglio, la sera stavo peggio. Sentivo che il mio corpo non trovava la soluzione. Era come se girava a vuoto». Il test conferma che è Covid. Tutta la famiglia va in quarantena. Poi inizia una fastidiosa tosse secca. «È durata una settimana, poi un giorno ho sentito un bruciore ai polmoni. Ero molto stanco e terrorizzato che il virus scendesse e si infiltrasse nei bronchi. Volevo andare al Pronto Soccorso, ma continuavo a rimandare. Mi vergognavo a chiedere aiuto ai medici perché non ero vaccinato».
Oltre ai sensi di colpa, iniziano le ansie. «Non volevo lasciare mia moglie sola con due figli, erano tutti ammalati, ma con sintomi più blandi. Non avevo paura di morire, mi spaventava di più il long covid. Se fosse toccato a me? Come avrei fatto col lavoro. Ero davvero nel panico. In quel momento ho davvero rimpianto di non aver fatto il vaccino».

Dopo qualche giorno, la situazione lentamente inizia a migliorare. A bocce ferme, fa qualche riflessione. «Chi fa il tracciamento, ci ha detto di stare a casa, senza nessun consiglio. Ti senti abbastanza abbandonato al tuo destino», precisa. Nella vita costruisce barche, è un uomo pratico, che sa navigare in acque anche agitate. Una cosa sul Covid l’ha capita. «Non è un’influenza normale, senti il tuo corpo che non trova la soluzione: stai male, poi bene, poi male di nuovo. È stata dura, ma ora sono contento, ho sviluppato gli anticorpi naturali». Per un anno è a posto. «Poi vedrò che cosa fare».

La storia di Roberto

‘Gli infermieri delle cure intense sono angeli’

Roberto (cognome noto alla redazione) è un uomo attivo, sempre di buon umore, nessun problema particolare di salute, il Covid - quello figlio di Wuhan come dice lui- ha travolto come uno Tsunami il suo corpo, lasciando dietro tanta devastazione. Il 69enne del Mendrisiotto non era vaccinato, non per scelta, ma perché i vaccini a marzo 2020 non c’erano ancora. Tutto è iniziato con qualche sintomo banale: «Avevo un forte mal di testa e qualche linea di febbre», spiega. Nel giro di qualche giorno la situazione peggiora e l’ambulanza lo porta all’ospedale Beata Vergine di Mendrisio. «Mi ha assalito l’ansia di non poter più rivedere i miei cari. Poi mi sono fatto forza non volevo che la paura mi indebolisse». Il test non lascia spazio a dubbi: è il Covid e viene trasferito alla clinica Moncucco di Lugano. «Entrambi i polmoni erano infiltrati, la saturazione era scesa a 53 (dovrebbe essere tra 96-99 Ndr.). I medici hanno deciso di intubarmi. Era l’unico modo per salvarmi la vita». Roberto resta in coma artificiale per 5 giorni. «Quando mi sono svegliato non capivo dove ero, se era giorno o notte, sentivo in bocca un fastidioso gusto di cartone, la lingua era arida. Sei inerme, completamente dipendente. Ricordo i rumori continui delle macchine. Degli infermieri bardati, vedevo solo gli occhi, protetti da un plexiglas; tra loro ricordo una volontaria, madre di due figli, che mi ha accudito con pazienza e affetto. Ero preoccupato per lei, non volevo in nessun modo contagiarla».

Dovevo reagire perché i sanitari stavano rischiando la loro vita per me

Qualcosa dentro l’uomo fa clic. «Mi sono detto devi reagire, devi farlo per loro che stanno rischiando la loro vita per salvarti, ero deciso a lottare con loro, per ripagare il grande impegno di medici e infermieri, i miei angeli, che mi hanno strappato alla morte». La ripresa è dura e molto lunga. «Dopo 10 giorni ho potuto fare la prima doccia, andare dal letto al bagno è stato come scalare una montagna, ho impiegato quasi due ore a lavarmi; alla fine ero stremato. Avevo perso dieci chili, ci cui 8 (suppongo) di muscoli», precisa l’ex docente di matematica.


L’isolamento mi è pesato, ero confinato in una camera al terzo piano, non potevo nemmeno fare due passi in giardino. Mia moglie l’ho vista per la prima volta dopo 20 giorni, la potevo salutare dal balcone.


Dopo 16 giorni alla Moncucco, viene il momento di iniziare la riabilitazione alla clinica di Novaggio. Si apre un nuovo capitolo. «Quello che mi è davvero pesato è stato l’isolamento, ero confinato in una camera al terzo piano, non potevo nemmeno fare due passi in giardino. Mia moglie l’ho vista per la prima volta dopo 20 giorni, la potevo salutare dal balcone. Mi sentivo come un leone in gabbia. Ho disegnato un perimetro in camera, mi ricordo che un giorno l’ho percorso 90 volte. Mi sono concentrato sugli esercizi per uscirne il più velocemente possibile», precisa.
Il 19 aprile, dopo quasi due mesi di degenza, rientra a casa. «La capacità polmonare era al 60%, i dolori muscolari erano ancora molto forti. Piano piano ho iniziato a camminare, nei successivi 12 mesi ho percorso 2’600 chilometri per recuperare fiato e muscolatura».

Dopo questa odissea, Roberto, anche se è guarito, decide di fare tutte le vaccinazioni. «Non sapevo quanto sarebbero durati gli anticorpi e quanto mi avrebbero protetto da eventuali mutazioni del virus. Così mi sono vaccinato, ho fatto anche la terza dose. Ho fiducia nella scienza, sono vivo grazie ai medici».

A chi ha dei dubbi sulla vaccinazione, Roberto imporrebbe due settimane di volontariato nelle cure intense di un ospedale, ad aiutare chi è intubato. «Ci sono passato, so che cosa è questa malattia, altro che semplice influenza! Purtroppo oggi sembra vietato esprimere osservazioni intelligenti per non offendere... gli ottusi».

La storia di Francesco

‘Ho sbagliato a non vaccinarmi’

La prima crisi respiratoria, Francesco Lai, 67 anni, l’ha avuta nel settembre 2019. «Avevo la febbre a 39.5 e non respiravo, avevo i polmoni chiusi. È una sensazione terribile». Viene ricoverato al pronto soccorso dell’ospedale Beata vergine di Mendrisio, dove lo curano. Nessuno allora parlava ancora di Covid. Questa esperienza lo segna parecchio a tal punto da voler evitare di vaccinarsi. «Soffro di forti allergie, temevo reazioni violente col vaccino, avevo paura di nuove crisi respiratorie». Ne parla col suo medico. «Mi ha consigliato di aspettare». E così, il pensionato di Campione d’Italia rimanda l’iniezione. Intanto passano i mesi. Diversi suoi amici si vaccinano, ma lui no. «Mi sentivo forte e tranquillo». Forse, azzarda l’uomo, se avessi ricevuto informazioni più chiare mi sarei vaccinato. «Non sono un no vax, ma volevo delle certezze e nessuno ha saputo darmele». Poi succede il peggio. Lo scorso 7 dicembre inizia una brutta tosse accompagnata da febbre alta. Anche la sua compagna, pure lei non vaccinata, inizia a stare poco bene. Entrambi risultano positivi al Covid. Anche il medico di famiglia è ammalato.


Francesco Lai aveva paura del siero, ma ha scoperto sulla sua pelle che il Covid è molto peggio

‘È terribile, è stato come vedere la morte arrivare senza poter far nulla’

La coppia si cura a casa: «I primi 3 giorni ero annientato, faticavo a respirare, sentivo i polmoni chiusi. Poi la febbre è salita a 39, l’ho avuta per dieci giorni, non riuscivo a mangiare nulla. Era come vedere la morte arrivare senza poter fare nulla. Penso di essere un miracolato. Non so come ho fatto ad uscirne senza venir intubato».

Francesco Lai ha avuto tempo per riflettere. «Ho davvero sbagliato a non vaccinarmi. Avevo paura delle conseguenze del siero, ma il Covid è mille volte peggio. Spero che la mia testimonianza aiuti qualche persona indecisa a fare il passo. Sto cercando di convincere alcuni miei amici».

A tre mesi dal Covid, come consigliato dagli esperti, Francesco Lai andrà a vaccinarsi. «Lo farò con la mia compagna». Questa esperienza, conclude il pensionato, mi ha segnato nel profondo: «Ora mi gusto ogni momento e cerco di condividere la mia disavventura, perché può succedere a tutti. Solo chi ci è passato sa veramente che cosa vuol dire».

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