società

Cosa diavolo sono woke e cancel culture

Rimozione di una statua del Generale Lee (Keystone)

Lo storico Mario Del Pero ci aiuta a contestualizzare e storicizzare gli eccessi del progressismo Usa che i media europei confondono e strumentalizzano


«Quello che più mi colpisce è come il dibattito sulla cancel culture sia presentato in modo del tutto unilaterale. Si prendono il bacio a Biancaneve o la vandalizzazione di una statua e si presentano come prova di un estremismo destinato a travolgere l’America e il mondo. Non si contestualizza, non si storicizza». La denuncia viene proprio da uno storico, Mario del Pero, professore di Storia degli Stati Uniti a SciencesPo. Del Pero si distingue da tempo per il suo sguardo lucido su come le polemiche americane arrivino in Europa – soprattutto nel mondo italofono – distorte e malintese, in una sorta di telefono senza fili che vede complici anche parecchi media: «Da qui si direbbe che tutto avvenga in un vuoto. Eppure è da almeno cinquant’anni che l’America è terreno di guerre culturali, dove i fronti sono diversi e gli estremi sono per forza almeno due: per spiegare cosa capita negli Usa va bene parlare della statua di Jefferson rimossa dal municipio di New York, ed è doveroso stigmatizzare certi eccessi, ma forse bisognerebbe parlare anche di quelli opposti, come i progetti ipernazionalisti di insegnamento della storia in Texas, o la polemica su Toni Morrison scoppiata di recente in Virginia».


Toni Morrison nel 2013 (Keystone)

Ecco, parliamone.

In quel caso, le elezioni per il governo dello Stato sono state investite da una polemica surreale sul diritto dei genitori ad avere voce in capitolo circa i programmi scolastici. Il tutto perché la mamma di un diciannovenne bianco ha denunciato quanto abbia traumatizzato suo figlio il fatto di aver letto al liceo ‘Beloved’, che racconta con immagini violente la storia di ex schiavi. Parliamo di una vincitrice del Nobel per la letteratura contestata dalla madre di un ragazzone che probabilmente passa il tempo davanti a Narcos o Peaky Blinders, membro com’è di una generazione già ampiamente esposta alla violenza sui media. Potremmo ricordare anche che in un museo del Texas non si è potuto presentare un innocuo libro di storia, perché ricordava come i ‘patrioti’ texani lottassero anche contro l’abolizione della schiavitù, cosa peraltro arcinota. O ancora, menzionare come in certe scuole si vieti la lettura del 1619 Project del New York Times, che rilegge la storia americana alla luce della schiavitù e della segregazione.

Due torti, però, non fanno una ragione. Destra e sinistra stanno entrambe annegando nel proprio fanatismo?

Io credo che quelli che ci vengono presentati come episodi dominanti siano in realtà eccessi relativamente marginali in uno scontro di idee normalmente comprensibile e legittimo, che solleva questioni importanti come quella razziale. Anche le rivendicazioni di genere e le difficoltà di altri tipi di minoranze lasciano spazio a rivendicazioni legittime.

È un buon motivo per tirar giù le statue?

Io ritengo eccessivo qualsiasi tipo di vandalismo, però anche in questo caso si fa molta confusione. Una cosa è rimuovere la statua di Thomas Jefferson dalla City Hall di Manhattan, dove sta a celebrare da un secolo le libertà e i diritti costituzionali, e non certo il fatto che Jefferson fosse schiavista o avesse avuto più figli con una sua schiava. Un’altra è contestare la presenza di certi monumenti eretti a partire da inizio Novecento e fino agli anni ’70 in alcuni stati del Sud: una statua del senatore Thomas Watson – razzista, antisemita, segregazionista – col braccio alzato a guidare le folle, eretta negli anni ’30 proprio davanti alla sede del Congresso della Georgia, è una chiara espressione della volontà di difendere con la violenza la segregazione razziale. Bene hanno fatto a rimuoverla e metterla nel parco di un museo, spiegandone la storia. Il problema sono ancora una volta certi eccessi. Il mio auspicio è che si tratti di derive secondarie dentro a un grande movimento liberal-libertario. In ogni caso non mi pare intellettualmente onesto rappresentarli come l’unica cifra delle guerre culturali americane.


La statua di Thomas Watson quando ancora si trovava di fronte al City Hall della Georgia (Keystone)

Guerre che un famoso saggio sull’argomento, ‘A War for the Soul of America’ dello storico Andrew Hartman, fa iniziare dalle contestazioni degli anni ’60. Per Hartman muore lì l’America coesa attorno al mito eccezionalista della ‘città sulla collina’, che illumina il mondo col faro della democrazia. Da allora si finisce per dividersi, e quelle stesse divisioni – sulle questioni razziali, di genere, di inclusione sociale – appaiono alimentare ancora oggi certi contrasti.

Con due precisazioni, però: la prima è che queste guerre culturali ‘moderne’ s’innestano su un tessuto e su fratture – a partire da quella razziale – pre-esistenti; la seconda è che molte di quelle guerre culturali la sinistra le ha in realtà già vinte. Basta guardare la serie storica dei sondaggi di Gallup: negli anni Cinquanta oltre il 90% degli americani bianchi riteneva inaccettabile il matrimonio interrazziale, ora quasi nessuno la pensa più così. E la mentalità è cambiata anche su gay e parità di genere. Restano problemi di esclusione e segregazione, profondi ci mancherebbe, ma l’America di oggi è molto più secolare e inclusiva di cinquant’anni fa. Mi pare anzi che certi eccessi siano dovuti a una sorta di saturazione: si combattono battaglie a margine di terreni già conquistati dalla lotta per i diritti.

L’autore e giornalista Joseph Epstein parla del ’68 come di un ‘test di Rorschach’ per gli americani: nella stessa ‘macchia’ c’è chi vede il progresso e chi l’inizio della fine.

Eppure il Paese non è certo crollato per le conquiste avviate in quegli anni. Segno che probabilmente certi toni apocalittici sono quantomeno esagerati, oggi come allora.


Un test di Rorschach (Flickr)

C’è però chi, come lo scrittore francese Pascal Bruckner nel suo ‘Un colpevole quasi perfetto’, teme che ora si stia facendo dell’uomo bianco eterosessuale un capro espiatorio, con un’autoflagellazione che rischia di distruggere le conquiste di civiltà dell’intero Occidente. Il problema sarebbe insomma un’ideologia che "ha sostituito le promesse di salvezza sbandierate dal socialismo reale per riprendere la battaglia su nuove basi: la razza, il genere, l’identità". C’è del vero?

Possiamo prendercela con la demonizzazione stereotipata che un certo progressismo radicale fa del ‘vecchio maschio bianco etero’, però diciamoci la verità: qualsiasi indicatore di privilegio vede in cima alla scala proprio questo tipo di profilo, quindi non si può liquidare il problema come se non esistesse o fosse solo una forma di autolesionismo. Ciò detto, certe critiche possono avere qualcosa di vero, peraltro non sono una novità: già il politologo e storico delle idee Mark Lilla, dopo la vittoria di Donald Trump nel 2016, aveva criticato un certo tribalismo delle politiche identitarie, che in effetti possono aver contribuito a far sentire molti americani bianchi minacciati, rendendoli coesi e compatti a sostegno del nuovo presidente. Il suo auspicio è quello di ripartire da diritti comuni, in modo più inclusivo che esclusivo, senza quell’atteggiamento moraleggiante e censorio che oggi definiremmo ‘woke’ (il termine usato oggi, perlopiù in senso dispregiativo, per denunciare gli eccessi nello stigmatizzare condotte e discorsi giudicati offensivi per una minoranza, ndr).

Sull’Atlantic la giornalista Anne Applebaum ha denunciato l’ascesa di ‘nuovi puritani’, sempre pronti ad appuntare una lettera scarlatta su chi, ad esempio nelle università, è accusato di avere ferito questa o quella minoranza. Alcuni osservatori incolpano il cosiddetto ‘pensiero intersezionale’, quell’approccio delle scienze sociali che studia l’intersezione tra varie gerarchie – economiche, razziali, di genere e così via – arrivando a individuare svariate minoranze multiple. Un approccio fecondo nel definire le relazioni di potere alla base delle singole identità, che però a volte conduce a battaglie intestine un po’ surreali: gay afroamericani che trattano da privilegiati i gay bianchi, trans che accusano le lesbiche di discriminazione, eccetera. C’è del marcio in accademia?

Frequentando i campus posso dire che certe volte anche a me cadono le braccia, ad esempio se vedo gli studenti accettare senza fare una piega il dimezzamento dei posti in una biblioteca, ma fare polemiche sulla necessità di metterci un bagno ‘gender neutral’ oltre a quelli consueti per maschi e femmine. E naturalmente sappiamo di casi nei quali docenti e ricercatori hanno subito ostracismi assurdi. Però non credo sia opportuno leggere questi casi come la conferma di una specie di spirito censorio che starebbe diventando maggioritario nelle università. Da un punto di vista accademico, sono eccessi di dinamiche attive da tempo. Questa è una delle radici dell’atteggiamento woke, che mi auguro non prenda il sopravvento e che comunque, ripeto, non può essere impugnato per screditare qualsiasi rivendicazione più seria e legittima.


Il film ispirato al libro di Nathaniel Hawthorne ‘La lettera scarlatta’ del 1850. Il riferimento è alla A di adultera imposta alla protagonista dopo una gravidanza extramatrimoniale con un pastore puritano (Amazon)

Tornando di qua dall’Atlantico, l’ultima grande fiammata legata alle guerre culturali americane ha riguardato il movimento Black Lives Matter (Blm). Eppure il dibattito non ha messo vere radici in Europa: si è parlato di George Floyd e della segregazione afroamericana, ma non di chi raccoglie i pomodori in Puglia o marcisce nelle banlieues parigine. Come mai?

Intanto occorre notare che ‘Blm’ è ormai un brand globale, che arriva a noi insieme a tutta la forza della produzione artistica e culturale americana. Anche senza essere troppo gramsciani, si può spiegare il fenomeno come indice di una certa egemonia culturale. Sul suo radicamento in Europa invito a non generalizzare: la Francia ha già avviato una riflessione più consapevole dopo gli ‘émeutes’, i disordini nelle banlieues ai tempi di Nicolas Sarkozy, e anche a livello storico e universitario sta cercando di affrontare il problema. Discorso diverso per l’Italia, che non ha mai fatto davvero i conti col suo passato coloniale e al contempo vive un’immigrazione relativamente recente, mantenuta in qualche modo invisibile rispetto al tessuto sociale nel suo complesso. In questi casi è giusto notare certe incoerenze, anche se ciò non significa che Blm sia stato inutile per risvegliare le coscienze, anche da noi.

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