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Il giovane Elton, il disco in blue jeans

‘Non è un disco particolarmente commerciale, nessuno dei singoli scalò la classifica. Ma lo adoro’ (Elton John, 2019)

Magari conterà meno di ‘The Dark Side of the Moon’, ma di capolavori si può discutere. E ‘Madman Across The Water’ capolavoro è. Usciva oggi, 50 anni fa.


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[...] Boston at last, and the plane’s touching down
Our hostess is handing the hot towels around
From a terminal gate to a black limousine
It’s a ten minute ride to the Holiday Inn [...]


“Boston, finalmente, e l’aeroplano tocca terra”. Appunti di volo e d’atterraggio, il tratto a piedi che va dal terminal alla limousine nera, destinazione ‘Holiday Inn’; dieci minuti di lusso fino all’hotel, frammenti di vita per aria e ‘sulla strada’ di un appena consacratosi “rock and roll man”. ‘Holiday Inn’ non è il brano più rappresentativo di ‘Madman Across The Water’, album pubblicato il 5 novembre di cinquant’anni fa da Elton John. Non lo è perché ‘Madman Across The Water’ “non è un disco particolarmente commerciale, nessuno dei singoli scalò la classifica, e non avevo mai scritto brani così lunghi e articolati”. Ma “lo adoro”, dice chi l’ha composto. E ‘Holiday Inn’ è l’immagine fedelmente riflessa di uno che “si è rigirato i pollici in una dozzina di strane band” prima di essere scoperto, e che nel 1971 ha gli hotel come prima casa, randagio così come vuole la professione. Un randagio a un passo dallo spiccare il volo definitivo.

La storia di Elton John, brutto anatroccolo del rock salvato e poi salvatosi dalla (e grazie alla) musica, era cominciata nell’agosto dell’anno prima in America, sul palco del Troubadour di Los Angeles, casa dei songwriter su Santa Monica Boulevard, West Hollywood, davanti a un pubblico di addetti ai lavori e di stelle già luminosissime; in epoca analogica, sotto riflettori essenziali e in un essenziale trio (Dee Murray al basso elettrico, Nigel Olsson alla batteria), un poco più che ventenne britannico rosso di capelli, non troppo alto, non troppo bello, con un paio di scarpe con le ali e in piena simbiosi col proprio pianoforte, era riuscito a mettere d’accordo i tromboni della stampa, il suo idolo Leon Russell, Neil Diamond e tutto il resto del gotha della musica venuto a vedere se il piccoletto che mescolava ballad a cover degli Stones fosse davvero la stella nascente di cui si diceva.

Oggi, quel falso storico musicale che è il biopic ‘Rocket Man’, uscito nei cinema nel 2019, ha la sua scena clou tratta da quella notte del 1970 e da quella stessa sala, nella quale è ricostruita l’improponibile levitazione del pianista sulle note di ‘Crocodile Rock’, canzone che sarebbe stata scritta soltanto tre anni più tardi. Al Troubadour, prima di qualsiasi “la-la-la-la-laaa”, Elton John ci era arrivato invece da artista di culto e con una canzone d’amore chiamata semplicemente ‘Your Song’, dentro un album chiamato semplicemente ‘Elton John’, pietra miliare anche per i puristi del rock che del pianista con gli occhialoni, le zeppe e il vestito da Paperino nemmeno vogliono sentir parlare.


È il quarto album in studio di Elton John, pubblicato il 5 novembre 1971


"Nel 1971 il rock aveva solo diciassette anni, ed era giusto così: forse il rock dovrebbe avere diciassette anni per sempre” (David Hepworth)


L’anno d’oro del Rock

Sebbene non abbia ancora i soldi per comperarsi il vagone di un tram da mettere in giardino (lo avrebbe fatto in seguito, nella sua casa di Windsor), nel 1971 il giovane Elton è già confrontato ai frenetici tempi scenici imposti dal successo. Il 1971 è ‘L’anno d’oro del rock’, come lo chiama il critico musicale David Hepworth in un libro d’oro (è d’oro anche la copertina); anno fertile dal punto di vista compositivo, decisivo per la trasformazione della musica in business, anno di un #MeToo musicale aperto dall’album ‘Tapestry’, la cui autrice Carole King è la prima campionessa d’incassi discografici della storia; altrettanto farà ‘Blue’ di Joni Mitchell.

Il 1971 è l’anno in cui Bowie ha la visione di Ziggy Stardust, è l’anno della morte di Jim Morrison, l’anno di ‘Stairway To Heaven’ e di ‘Happy Xmas (War Is Over)’, a chiudere e a fare gli auguri per il 1972, l’anno in cui Reginald Kenneth Dwight da Pinner, Middlesex UK avrebbe cambiato definitivamente il suo nome anagrafico in Elton Hercules John, dove ‘Hercules’ è il nome di un cavallo di una sitcom britannica. Stanco di sentirsi contestare l’incongruenza tra la faccia e un nome diverso sul suo libretto d’assegni, Elton John più tardi Sir sente il cambiamento “simbolico più che pratico”, così scrive nella sua autobiografia, “come se mi stessi finalmente, definitivamente e legalmente liberando di Reg Dwight per diventare la persona che ero destinato a essere”.


[...] Hold me closer, tiny dancer
Count the headlights on the highway
Lay me down in sheets of linen
You had a busy day today [...]


Maxine

Nel 1971, Elton John è spremuto per bene dalla DJM di Dick James già editore dei Beatles. Sebbene non facciano la storia come ‘Sticky Fingers’ degli Stones, sebbene le copertine non siano di Andy Warhol, nel 1970 è uscito ‘Tumbleweed Conncetion’, racconti di frontiera, di reduci della guerra civile, storie rurali tanto care al paroliere Bernie Taupin, appassionato di storia americana; poi il live ‘11-17-70’ (‘17-11-70’ in Europa), registrazioni dagli A&R Recording Studios di New York; del 1971 è ‘Friends’, colonna sonora dell’omonimo film, tentativo piuttosto fallimentare di fare un altro ‘Love Story’ di Arthur Hiller; e infine ‘Madman Across The Water’, prodotto – così come l’eponimo del 1970 – da Gus Dudgeon (‘Space Oddity’), inciso in quattro giorni invece di cinque perché l’arrangiatore Paul Buckmaster (‘Space Oddity’, di nuovo) rovescia un calamaio d’inchiostro sugli spartiti. Paul Buckmaster fu uno che in Italia battezzò l’esordio di Angelo Branduardi e negli Stati Uniti rese belli tutti, da Jagger a Taylor Swift, da Carly Simon a Ben Folds e mille altri, ed Elton sino a ‘Made In England’ (1999, splendidi archi nella sontuosa ‘Belfast’) e ‘Songs From The West Coast’ (2001), prima di andarsene nel 2017.


Elton John e Bernie Taupin

Tornando all’album in blue jeans, artwork di Janis Larkham, moglie dell’art director David. Quando nel 1970 il giornalista gli chiede se c’è altro che a parer suo resterà a lungo, almeno quanto ‘Your Song’, un Elton John seduto al pianoforte bianco in un vecchio documentario della Bbc accenna il tema di ‘Tiny Dancer’, ballad che apre ‘Madman Across The Water’, dichiarazione d’amore di Bernie Taupin alla futura moglie Maxine, “Blue-jean baby, L.A. lady”: ‘tiny’ perché di corporatura sottile, ‘dancer’ perché danzante dietro le quinte durante i concerti, lei sarta degli abiti di scena e lui, Bernie, liricista defilato con sogni da cowboy di provincia, al servizio di un pianoman che invece vuole diventare leggenda.

Quella canzone, must di ogni scaletta ancora oggi malgrado la tonalità che non permette più alcun falsetto, nacque “nel corso di una notte, e quando uscii dallo studio il sole era sorto, e fu un’emozione stupenda”, ricorda B.J. Cole, la steel guitar di un brano che avrà una seconda vita in ‘Almost Famous’ di Cameron Crowe (Oscar per la miglior sceneggiatura originale), storia di un giornalista musicale ancora teenager (e Crowe fu un giornalista del Rolling Stone) che segue in tour una rock and roll band, come si faceva una volta. Cantata dai protagonisti sopra un autobus che attraversa l’America, ‘Tiny Dancer’ è la colonna sonora del film; non ufficialmente, ma per meriti acquisiti sul campo.


[...] If it came to pass that they should ask
What could I tell them
Would they criticize behind my back?
Maybe I should let them [...]


Prove di coming out

Guardando tra le tracce. ‘All the nasties’ (Tutte le cattiverie) è la storia di “un ragazzo di città diventato un uomo di città”, che ora ha gli occhi della stampa addosso: “Se soltanto spostassero l’attenzione dall’immagine che hanno fissa nei propri occhi”, “se soltanto capissero” e soprattutto “se mai dovessero chiedermelo, cosa risponderei? Parlerebbero alle mie spalle? Forse dovrei lasciarli fare”. Bernie gli aveva scritto di coming-out e ad Elton il concetto pareva chiaro. Eppure, “nessuno sembrava capire di cosa parlasse quella canzone”, scrive il pianista oggi.

Altre tracce. Rick Wakeman, negli anni d’oro dei progressive Yes, suona l’hammond nella storia dell’alcolista soprannominato ‘Razor Face’, sonorità New Orleans che paiono arrivare dal precedente ‘Tumbleweed Connection’. E poi c’è il brano che dà il titolo all’album in blue jeans, che davvero arriva da ‘Tumbleweed Connection’, dal quale era rimasto fuori. ‘Madman Across The Water’ canzone è un testo di quelli che Taupin non ha mai spiegato (perché le canzoni non si dovrebbero mai spiegare), alimentando congetture su chi sarebbe stato il pazzo sull’acqua, nel quale qualcuno ci vide Richard Nixon.

Quanto fosse profondamente jazzistica quella composizione, che ha una sua versione classica e sublime nel ‘Live In Australia’ del 1987, con tanto di Orchestra sinfonica, lo capì anni dopo Bruce Hornsby, pianista della Virginia che ha unito bluegrass pop e jazz ma che l’Europa ricorda soltanto per il tema pianistico di ‘The Way It Is’: fan dichiarato di Elton, passato dalla chitarra al pianoforte dopo avere ascoltato, guarda un po’, ‘Your Song’, Hornsby fa di ‘Madman Across The Water’ il più colto e rispettoso dei rendering contenuti in ‘Two Rooms’ (1991), album-tributo del mondo del pop alla coppia Elton John-Bernie Taupin, due stanze separate (uno temperava matite al piano di sopra, l’altro schiacciava tasti a quello di sotto) capaci di produrre almeno un capolavoro all’anno, e per tanti anni.

Tramonto indiano

‘Madman Across The Water’ è il momento in cui la parabola di Elton John, stella appena accesasi, pare già calante. Ma mentre le classifiche ignorano il futuro re del pop, il fido paroliere si è appena appuntato un incipit che cambierà il corso della storia: “She packed my bags last night pre-flight / Zero hour, 9 a.m. …”. Arriverà ‘Rocket Man’ (la canzone), arriveranno i record di vendita, arriveranno i costumi di scena di Bob Mackie; arriveranno fiumi di alcol e cumulonembi di cocaina, la sindrome da acquisto compulsivo, i tanti album belli e gli altri un po’ meno, ma nulla cancellerà quel bellissimo mezzo flop europeo del 1971, non oltre l’ottavo posto negli Stati Uniti, risultato misero per chi forse s’attendeva altre storie di frontiera dopo quelle raccontate in ‘Tumbleweed Connection’, album che subito divenne di culto. ‘Madman Across The Water’, al contrario, ha subìto dal tempo il trattamento di un gioielliere al lavoro su di un diamante grezzo cui è stato dato il taglio più raro di un’intera discografia.

Tra le 9 facce, ci sono anche la storia di ‘Levon’, un venditore di palloncini che chiama il figlio Jesus “perché gli piaceva il nome”, un congedo intitolato ‘Goodbye’ di nemmeno due minuti e i quasi sette della splendida ‘Indian Sunset’, gli indiani d’America narrati per una volta con gli occhi degli indiani d’America e non con quelli dei cowboy, dove il pianoforte è parte di un set hollywoodiano capovolto e gli attori sono i personaggi di Taupin: “Ho sentito che Geronimo è morto / Stava per deporre le armi quando lo hanno riempito di piombo / E adesso sembra non esserci alcun motivo per cui dovrei andare avanti / In questa terra che una volta era la mia terra, non riesco a trovare casa”.

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