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07.08.2019 - 06:000
Aggiornamento : 07:37

Retrospettiva in nero

Intervista al curatore della rassegna dedicata al cinema black

Greg de Cuir Jr., perché una retrospettiva sul cinema black?

Il festival ha una nuova direttrice artistica con nuove idee sulla retrospettiva – e penso che questa sia una di esse. L’obiettivo è presentare al pubblico qualcosa di nuovo, presentare alcuni grandi film che potrebbe aver perso, sottovalutato o persino mai sentito nominare.
Entrando nello specifico della selezione, l’idea è avere quello che chiamo “un collage storico”: un ampio ventaglio di film che attraversano il Ventesimo secolo, provenienti da Nord America, Sud America, Europa, Caraibi. Un panorama di quelle che nel cinema sono le culture black internazionali.

Come dobbiamo guardare al cinema black? È un genere, un tema, una sensibilità?

Penso sia molte di queste cose insieme: non un “oppure” ma un “e”. Ad ogni modo, non direi che dobbiamo guardare al cinema black come a un genere, perché abbiamo più generi nella retrospettiva: fiction, documentari, film d’avanguardia… piuttosto, come ha detto, è una sensibilità: penso sia la parola giusta. È una sensibilità che i registi condividono, il modo in cui sentono la cultura black, come approcciano la cultura black, come celebrano la cultura black.
Il cinema black è poi una cultura: dobbiamo vedere questi film come parte di un dialogo su che cosa sono le culture black internazionali, al plurale perché non c’è una cultura nera unica. Una persona nera che sta in California si comporta in maniera diversa da un nero che vive in Giamaica che a sua volta si comporta diversamente da un nero che vive in Svizzera.

In retrospettiva abbiamo una cinquantina di film molto diversi tra loro: con opere di Spencer Williams e Spike Lee a fianco di film di Mankiewicz, Jarmush e Pasolini. Quali criteri sono stati seguiti per la scelta?

Per me sono stati importanti alcuni aspetti. Il primo è la volontà di celebrare la cultura black in maniera inclusiva, quindi ho voluto inserire registi che hanno dato un contributo forte alla cultura black cinematografica – anche se magari non sono neri, se non provengono dal Nord America ma dal Sud America, dai Caraibi o dall’Europa. Mi sono voluto distanziare dall’idea che un film per essere black debba per forza avere un regista nero dietro la camera: sarebbe troppo limitante, e anche troppo conservatore.
Ho inoltre voluto celebrare il lavoro di artisti neri in generale, non solo registi ma anche attori, sceneggiatori, produttori, editor, montatori, direttori della fotografia. Concentrarsi solo sui registi sarebbe, di nuovo, limitante e conservatore.

Inizialmente la retrospettiva doveva intitolarsi ’Being Black’: perché il cambiamento in ’Black Light’?

‘Being Black’ era una sorta di dichiarazione, senza intenti polemici ma con un obiettivo: esplorare che cosa significa essere neri in posti differenti, in continenti differenti, in contesti differenti – e ovviamente in film differenti.
Il primo titolo era quindi quello della missione, del compito che ci eravamo posti. Poi è arrivato ‘Black light’ che ci pare funzionare meglio come titolo: è un po’ più aperto, un po’ più misterioso, non così specifico, e permette di tenere assieme tutte queste idee. L’idea di luce rimanda al cinema, alla luce che arriva dal proiettore, mentre ‘black’ può assumere più significati per le persone che guarderanno questa retrospettiva: diversi modi di realizzare film, diversi modi di recitare, diverse culture.

La retrospettiva, come detto, spazia attraverso i decenni e le regioni. C’è qualche film che secondo lei merita particolarmente di essere visto?

È difficile rispondere, perché la selezione include opere molto rare e film molto famosi che immagino molte persone già conoscano. Ci sono anche diverse opere storiche, ad esempio il primo film della retrospettiva, il più vecchio: ‘Within Our Gates’ di Oscar Micheaux. È del 1919 ed è l’inizio, la genesi del cinema black a livello internazionale, non solo in Nord America. Penso che sia importante vedere questo film, ma penso sia importante vedere, e apprezzare, un film come ‘Sweet Sweetback’s Baadasssss Song’ di Melvin Van Peebles che è una sorta di rigenerazione, di rinascita del cinema black, per un pubblico e una sensibilità più moderne. E penso sia anche importante conoscere l’opera di un’artista straordinaria come Sara Gómez che, in base alle nostre ricerche, è la prima donna di origini africane al mondo ad aver diretto un lungometraggio. Lei è cubana, afrocubana e sarà interessante scoprire la sensibilità dei Caraibi cubani attraverso lo sguardo non solo di una donna nera, ma della prima donna nera. Abbiamo anche una produzione svizzera: ‘Borderline’ di Kenneth MacPherson, molto bello. Ma quello che è davvero importante è che le persone viaggino: voglio che il pubblico della retrospettiva scopra come sono i film black in Brasile, in Canada, in posti nuovi e inaspettati.

Un tema molto sentito, almeno negli Stati Uniti, è l’appropriazione culturale. Alcuni dei film nella retrospettiva sarebbero forse oggi accusati di sfruttamento di una cultura minoritaria da parte della comunità dominante.

È un tema importante. Con la mia selezione ho cercato ovviamente di includere registi che non si appropriano, non prendono ma danno qualcosa, che contribuiscono. Perché sento che siamo tutti insieme: parliamo di neri, di europei, di asiatici, di nordamericani ma abbiamo tutti una responsabilità verso gli altri, tutti abbiamo il dovere di contribuire a migliorare le vite degli altri. Non dobbiamo rinchiuderci a chiave e dire “questa camera è solo per gli svizzeri, questa solo per i neri, quest’altra solo per i canadesi”. Credo in una sorta di punto di vista globale, in un modo di agire globale. È per questo che ho inserito registi, attori, creatori che mostrano come tutti possono contribuire alla cultura black, celebrarla e valorizzarla in maniere diverse.

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