23 marzo – 10 maggio
venerdì, sabato, domenica 15.00 – 18.00
(chiusa dal 3 al 12 aprile)
Marica Barabino
Ylenia Bruzzese
Vittoria Fragapane
Elena Pavan
esposizione fotografica a cura di Reza Khatir
Quando mi è stato chiesto di organizzare questa mostra, il primo pensiero è stato quello di invitare alcuni miei ex studenti ed ex studentesse che ho avuto il privilegio di seguire anche come relatore per la tesi di laurea in Comunicazione visiva. La scelta è stata complessa, perché i percorsi incontrati nel tempo sono stati molti e diversi, e ognuno avrebbe meritato uno spazio e un ascolto. Questa esposizione non intende quindi essere una sintesi, ma un frammento, un primo gesto, con l’auspicio che possa aprire ad altre occasioni e ad altre voci. Nel pensare al senso di questa mostra, mi è tornata alla mente una poesia di Forough Farrokhzad. Nei suoi versi, l’essere umano è “sulla terra” non come dominatore, ma come presenza fragile e radicata, che si nutre di luce, vento e acqua, che desidera, che soffre, che resta esposta. Questa immagine mi è sembrata una chiave possibile per leggere i lavori qui esposti. Le fotografie in mostra condividono uno stare nel mondo attento e sensibile, un rapporto fisico e mentale con ciò che viene osservato. Ogni progetto nasce da un atto di ascolto: del reale, della memoria, del corpo, dello spazio.
Sulla terra diventa così una postura, un modo di abitare il presente, di restare in equilibrio.
Da anni Ylenia fotografa luoghi abbandonati: case private e spazi pubblici, ambienti sospesi tra ciò che sono stati e ciò che sono oggi. Il suo sguardo si è spinto anche fino a Černobyl’, dove l’assenza si fa presenza costante e il tempo sembra essersi fermato. Nelle sue immagini, l’abbandono non è mai vuoto. Un osservatore attento può immaginare le vite che hanno attraversato questi luoghi: una scrivania, fotografie di famiglia, piccoli oggetti lasciati indietro diventano indizi silenziosi. Guardandoli, si sentono voci lontane, odori, rumori quotidiani, come se gli spazi fossero ancora abitati da presenze invisibili, da fantasmi discreti che resistono al passare degli anni. Guardare le aule scolastiche abbandonate mi ha riportato all’infanzia. I banchi allineati, la lavagna con le scritte ancora leggibili evocano i compagni di banco che sono spariti nella nebbia del tempo. E l’assenza diventa memoria.
Marica si muove nel territorio della pura estetica. Un’estetica profondamente personale, che dialoga con secoli d’arte, come se il tempo non fosse lineare ma stratificato. Nei suoi lavori, il corpo umano è punto di partenza, non fine. Attraverso alcune delle sue fotografie, il corpo perde la sua funzione descrittiva e diventa visione: una forma che scivola nel surreale e, spingendosi oltre, si trasforma in energia. Non è più un corpo ancorato al suolo, ma una presenza che sembra sfuggire alle leggi fisiche. Queste immagini possono essere lette come il reportage di un viaggio su un altro pianeta. Un luogo in cui i corpi volteggiano liberi/si librano nell’aria, non prigionieri della gravità, sospesi in uno spazio che non è terrestre ma mentale, cosmico.
Per me la fotografia è sempre stata un’illusione: non necessariamente una riproduzione della realtà, ma la visione di chi guarda e interpreta il mondo attraverso l’obiettivo. È uno spazio di ambiguità, in cui ciò che vediamo non coincide mai del tutto con ciò che è. Vittoria riesce, con grande maestria, a muoversi esattamente in questo territorio. Fotografando la mitica Swissminiatur, costruisce immagini che ingannano lo sguardo: lo spettatore ha l’impressione di trovarsi di fronte a palazzi reali, a città vere, riconoscibili. In questo slittamento percettivo, la fotografia di Vittoria non documenta un luogo, ma mette in scena l’atto stesso del vedere, ricordandoci quanto lo sguardo sia fragile, manipolabile, e quanto la realtà, in fotografia, sia sempre una costruzione. Benvenuti alla Svizzera!
Elena sceglie di riportare alla luce un mondo che oggi sembra non avere più spazio in una realtà caotica, regolata dal consumo e dalla frenesia. Senza indulgere in una nostalgia idealizzata, il suo lavoro ci ricorda che sono esistiti altri modi di vivere: una relazione più lenta con il tempo, il valore della comunità, dei riti e dei costumi, degli oggetti quotidiani utili. Le sue immagini ci parlano di un passato non lontano, in cui eravamo quasi tutti produttori, mentre oggi siamo quasi solo consumatori. Con grande delicatezza, come un’osservatrice invisibile, Elena documenta uno stile di vita in equilibrio con l’ambiente, fatto di gesti essenziali e di un rapporto diretto con il territorio. La sua fotografia non idealizza né giudica, ma custodisce: frammenti di un’esistenza che continua a offrirci domande sul presente e sul nostro modo di stare sulla terra