Fare le ore piccole per il Mondiale americano potrebbe diventare la norma per gli appassionati del pallone. Ecco quanto male può fare la carenza di sonno (e che dice la Legge sul lavoro).
BERNA - Restare svegli fino a notte fonda per seguire i Mondiali può lasciare strascichi ben oltre il fischio finale. Non solo la stanchezza del giorno dopo: già due notti con meno di sei ore di sonno possono compromettere le prestazioni per quasi una settimana, con effetti su attenzione, tempi di reazione e controllo degli errori.
Lo indica uno studio della University of California Berkeley del 2020, basato su circa tre milioni di notti di sonno, secondo cui le conseguenze sono misurabili fino a sei giorni dopo. Un’altra ricerca del 2021 ha rilevato che anche un’ora di sonno in meno per notte, se protratta per più giorni, può ridurre le prestazioni di circa il 9%. I ricercatori paragonano in parte la veglia prolungata agli effetti dell’alcol: dopo circa 17 ore senza dormire, la compromissione equivale a un tasso alcolemico di 0,5 per mille.
Recuperare è possibile, ma solo in parte. Ricercatori della University of Colorado Boulder hanno mostrato nel 2019 che molte capacità cognitive migliorano dopo una o due notti di sonno adeguato. Tuttavia, un deficit prolungato non si compensa semplicemente dormendo di più nel fine settimana. Una singola notte in bianco può essere gestibile; diverse settimane di sonno insufficiente diventano invece problematiche.
La caffeina offre un aiuto limitato. «Il caffè aiuta di solito solo in misura limitata e non allevia tutti i sintomi della mancanza di sonno», spiega Elena Wenz, capoclinica presso lo Schlaf-Wach-Epilepsiezentrum dell’Inselspital di Berna, in dichiarazioni a Keystone-SDA. Un consumo eccessivo, soprattutto nelle ore serali, può persino peggiorare la notte successiva.
Meglio allora sacrificare il secondo tempo? La letteratura scientifica tende a privilegiare il sonno: chi dorme sei ore per notte per due settimane può accumulare cali di prestazione paragonabili a due notti completamente in bianco, spesso senza rendersene conto.
Un possibile compromesso sono i powernap: brevi sonnellini di 10-30 minuti migliorano attenzione e reattività. Una ricerca del Nasa Ames Research Center del 1995 ha mostrato piloti più efficienti del 34% e più attenti del 54% dopo un breve riposo. Resta però un palliativo, non un sostituto del sonno notturno.
Accanto agli effetti sulla salute, entrano in gioco anche le regole sul lavoro. «Non esiste né un diritto alle ferie per i Mondiali né alla malattia dopo una lunga notte di calcio», chiarisce Lukas Walther, esperto di diritto del lavoro di Angestellte Schweiz, in un’intervista all’agenzia AWP.
Sulla possibilità di mettersi in malattia, Walther è netto: «Una dichiarazione di malattia è consentita solo se un problema di salute limita effettivamente la capacità lavorativa. La semplice stanchezza dopo una partita giocata a tarda ora di solito non basta».
Nemmeno arrivare stanchi in ufficio è giustificato: «I periodi di riposo servono al recupero. I lavoratori devono evitare tutto ciò che può compromettere la loro capacità lavorativa». Se la stanchezza incide su prestazioni o sicurezza, il datore di lavoro deve intervenire.
La visione delle partite durante l’orario di lavoro richiede il consenso dell’azienda. «Questo può essere negato se l’attività richiede la massima concentrazione», sottolinea Walther. I datori di lavoro possono inoltre limitare l’uso privato di Internet e bloccare i siti di streaming, regole che valgono anche in telelavoro, dove però i controlli tecnici sono più difficili.
Chi viola i divieti rischia sanzioni: «Le violazioni possono comportare un richiamo o un licenziamento», afferma Walther, fino a casi estremi di licenziamento in tronco. Tra le misure possibili anche il ritorno dall’home office o l’assegnazione di compiti incompatibili con la visione delle partite.
Sulle ferie, decide l’azienda, pur tenendo conto dei desideri dei dipendenti. In caso di richieste simultanee, è consigliabile adottare criteri oggettivi per mantenere un buon clima interno. E per chi non segue il calcio? Le conversazioni possono essere limitate durante il lavoro se incidono sulla produttività, mentre nelle pause non possono essere vietate in linea di principio.