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02.08.2021 - 09:110
Aggiornamento : 16:59

I social, la savana e i leoni da tastiera

Il meccanismo è sempre lo stesso: qualcuno la spara grossa e scrive cose che altrove forse mai direbbe. Ma odio chiama odio, e il piatto è servito...

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del sabato a laRegione.

Le piattaforme di socializzazione stanno contribuendo in modo importante a imbarbarire il linguaggio e ad amplificare i discorsi d’odio, tanto che arginare il fenomeno sembra oggi impossibile senza intaccare la libertà d’espressione. Le soluzioni attuate finora, come i filtri per riconoscere le fake news, risultano censorie o inefficaci, mentre gli algoritmi non sono in grado di stabilire cosa rientri nell’opinione e cosa in un discorso lesivo per i diritti umani. È un problema che tocca tutti, e anche realtà più piccole (come la nostra) non ne sono immuni, ahinoi.

Come afferma Françoise Tulkens nell’intervista per il bollettino Tangram nel settembre 2019 realizzato dalla Commissione federale contro il razzismo (CFR), i discorsi d’odio o discriminatori costituiscono un problema per la democrazia e, data la rapidità di diffusione, risultano nefasti se fatti da esponenti pubblici. Ne abbiamo esempio anche in Ticino, dove alcuni politici su Facebook parlano di virus cinese, definiscono gli attivisti per il clima “eco-isterici”, “eco-talebani”; gli autogestiti “brozzoni”; i migranti “foffa islamista” o “finti rifugiati”… Nei commenti, fra qualche “è un’invasione” e altri “questi chi li mantiene”, troviamo chi annuncia che se avrà un problema non mancherà di “farsi giustizia da solo”, chi vorrebbe cominciare una “caccia alle streghe” o chi afferma che “sarebbe ora di fare pulizia”. Strumentalizzando la libertà d’espressione si rendono tollerabili le intolleranze. Oggi anziché discutere su come limitare il fenomeno, il dibattito si è spostato nello stabilire chi odia di più: chi ha posizioni discriminatorie o chi vorrebbe zittire i primi? Così il movimento Black Lives Matter diventa “razzista contro i bianchi”, le critiche alla legge ungherese che discrimina la comunità LGBTQ+ “intolleranza per chi devia dal pensiero unico” e a essere discriminato sarebbe il maschio bianco eterosessuale (Lorenzo Quadri, Facebook). 

Vittime e bersagli 

Le principali vittime sono le minoranze. Chi appartiene a una minoranza ed è mediaticamente esposto rischia di diventare bersaglio di veri e propri raid contro la persona (dette shitstorm, insomma una tempesta di cacca). A volte gli odiatori si organizzano all’interno di gruppi privati, decidendo un giorno e un orario per tempestare il profilo della vittima: minacce, invio compulsivo di fotografie brutali, furti di identità, fotomontaggi infamanti, diffusione di bufale e deepfake (contenuti solitamente audiovisuali dove a un’immagine in movimento viene sovrapposta una traccia audio differente). Non si tratta di una violenza minore perché virtuale, né è sufficiente spegnere il computer per evitarla. Le conseguenze psicologiche delle vittime, come l’umiliazione o la paura, si ripercuotono anche offline. Non è raro che i molestatori scoprano informazioni private, arrivando a minacciare anche i familiari dei loro bersagli che diventano vittime collaterali.
Politici, giornalisti e influencer sono fra i mestieri più presi di mira soprattutto se oltre ad appartenere a una minoranza ne difendono i diritti. Nell’ultimo anno in Svizzera, a causa delle misure per arginare la pandemia, diverse autorità sono state vittime di intimidazioni via internet, tanto da portare la Procura federale ad aprire cinque procedimenti. Un’indagine del 2020 di Reporter sans Frontières, ha stabilito che il luogo dove le giornaliste subiscono più violenze è il web. Il 43% delle intervistate in seguito a episodi di violenza ha chiuso temporaneamente o definitivamente i propri profili sui social network e il 21% ha cambiato mestiere. 
Ogni anno Amnesty realizza un’analisi dei contenuti web abusivi intitolata Il barometro dell’odio. Nel 2019 le donne sono risultate il terzo target più odiato dopo musulmani e migranti, sia come tema (diritti di genere) che come bersaglio (attacchi personali). Nel 2020, complici le teorie cospirazioniste sulla pandemia che prevedevano come capro espiatorio un ricco ebreo, l’antisemitismo è incrementato. I contenuti generanti più odio sono scritti da politici e riguardano temi come immigrazione o minoranze religiose. Gli stessi temi affrontati in modo neutrale generano meno traffico rispetto ai contenuti violenti. Le intolleranze sono interconnesse e si sovrappongono. I commenti razzisti si accompagnano a quelli sessisti: comune, fra gli odiatori, insinuare che le donne che difendono i diritti dei migranti lo facciano per interesse sessuale, quindi augurare loro lo stupro.
Sia il sessismo che il razzismo sono problemi strutturali che non nascono con i social network, ma la rapidità e la quantità di interazioni che avvengono su queste piattaforme senza intermediazione hanno portato il fenomeno a nuove dimensioni. 


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L’odio dei giusti   

L’odio diventa virale. Anche a causa di chi cerca di denunciarlo, ma lo fa diffondendolo. Menzioni e condivisioni impattano sugli algoritmi dei social network: più un contenuto è condiviso più sarà visibile. Inoltre, nelle pseudologiche che governano il discorso virtuale, “i veri odiatori” sono gli altri e chi parla è la vittima. Dalla vittimizzazione si arriva al rovesciamento del discorso; l’odio diventa opinione e chi la contesta è il vero odiatore che vorrebbe censurare chiunque non la pensi come lui. L’antisemitismo se lo sono inventanti gli odiatori veri, quelli che mettono alla gogna chi ha un’opinione differente; mentre le commissioni che combattono l’odio online odierebbero chiunque abbia un’opinione diversa (sono discussioni realmente accadute su Twitter, nda). Effettivamente all’odio l’utenza risponde con altro odio. Di fronte a casi dove l’opinione pubblica si trova compatta nel giudicare il comportamento di un attore pubblico immorale, il fenomeno più frequente è metterlo alla gogna, coprendolo di insulti, minacce e lettere per invocarne il licenziamento. Un giornalista RSI, su Facebook, fa una battuta di cattivo gusto sulla morte di Raffaella Carrà per cui si scusa poco dopo; viene ripresa da Lorenzo Quadri (ancora lui) che aggiunge: “Che stile, che eleganza... proprio degna di un servizio pubblico”. I commenti degli utenti spaziano da: ignobile, squallido, a schifo di persona. “Quando questo personaggio squallido scomparirà il Ticino risorgerà” scrive Ludwig Grosa, che, pure, effettua una segnalazione alla Corsi (di cui è socio) sulla freddura del giornalista. Emblematico anche il caso della Ligue du Lol, un gruppo Facebook attivo tra il 2009 e il 2012, il cui caso scoppiò solo nel 2019. Lo scopo del gruppo, composto da un’élite parigina di giornalisti, pubblicitari ed esperti di comunicazione era sfottere, in modo fortemente scorretto, alcuni personaggi in voga su Twitter. Come denunciato da numerose testimonianze, alcuni partecipanti della Ligue du Lol arrivarono a rasentare l’ossessione nei confronti delle vittime; per lo più donne, blogger e giornaliste, che si occupavano di temi femministi: deepfake dove al volto della vittima era stato sovrapposto il corpo di una pornostar, diffusione di dati personali, finte chiamate di lavoro diffuse in rete come sfottò, invio di email compulsivo, ingiurie… I nomi dei leghisti della risata si scoprirono in fretta, in parte perché gli stessi fecero pubblica ammenda e chiesero scusa per la deriva presa dal gruppo, seppur specificando che non vi fossero intenti misogini a muovere le loro azioni. Le scuse, definite revisioniste da alcune vittime, si trasformarono in accuse quando la rete esplose; includendo nei molestatori qualsiasi persona legata al gruppo, chiedendone il licenziamento, minacciandoli e insultandoli. 

La gara della vergogna 

Fino a qualche anno fa le motivazioni ai comportamenti problematici online erano ricondotte all’anonimato, dunque all’idea d’impunità che favorisce la deresponsabilizzazione. Questa teoria non è più sufficiente oggi, dato che gli stessi comportamenti intercorrono anche su piattaforme non anonime e caratterizzate, se mai, da un’ipertrofia identitaria (come Facebook). Nello studio Digital Social Norm Enforcement: online Firestorm in Social Media (2016) realizzato dall’istituto di Sociologia dell’università di Zurigo, attraverso l’analisi di una piattaforma per le petizioni viene mostrato come la maggior parte dei commenti discriminatori non derivi da utenti anonimi. Se il discorso d’odio è una risposta a comportamenti di violazione (veri o percepiti) di attori pubblici, non si sentirà bisogno di celare la propria identità siccome è l’altro che si deve vergognare di più.
Per combattere il fenomeno tenendo in equilibrio il diritto all’informazione e la libertà d’espressione, servirà uno sforzo collettivo che non potrà essere limitato a un’eventuale innovazione normativa. Dovrà coinvolgere, per esempio, anche famiglie e scuole sul fronte preventivo; le istituzioni nella promozione di progetti atti a favorire una convivenza virtuale più rispettosa; o i politici nell’impegno a contrastare i discorsi d’odio… magari, smettendo di diffonderlo.

COSA DICONO LE STATISTICHE

In Svizzera nessun articolo del Codice penale punisce specificatamente le molestie virtuali, lo conferma la Prevenzione Svizzera della Criminalità (SKPPSC): “Non esiste una legge separata sui delitti commessi online. Tuttavia, i vari delitti sono coperti da leggi esistenti che si applicano anche in rete. Come dagli articoli del codice penale sulla coazione, la diffamazione, l’ingiuria o la minaccia. La vittima può anche fare riferimento agli articoli del codice civile (protezione della persona) ma qui è più difficile fare una denuncia”.  Nello studio del 2020 sui crimini digitali in Svizzera realizzato dall’SCP (Statistica Criminale di Polizia), si rilevano 1’240 crimini di lesione della reputazione. Molte vittime non denunciano, le statistiche non possono fornire una lettura puntuale della situazione. Una stima, per quanto riguarda i più giovani, è data dallo studio biennale JAMES (Giovani, attività, media – Rilevamento Svizzera) che analizza la vita quotidiana dei ragazzi dai 12 ai 19 anni e l’utilizzo dei media. Dal rapporto 2020 risulta che il 98% utilizza almeno un social media, il 44% ha già subito molestie sessuali in Internet e al 32% è già successo che foto o video che li ritraessero fossero messi online senza consenso. Le ragazze (55%) subiscono molestie più frequentemente rispetto ai ragazzi (28%).

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